«L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…»: potrebbe essere un modo scanzonato per esorcizzare le paure che attanagliano tutti noi nell’Europa Unita di fronte alla crisi abnorme, epocale e di difficile soluzione che si è abbattuta improvvisamente sul mondo nell’inverno scorso e che, probabilmente, continuerà per tutto il 2021 e oltre.
In realtà, il nostro mondo è in crisi da lungo tempo, soprattutto per ragioni di finanza pubblica e una “soluzione” era attesa già da anni e prevedibile da decenni, all’incirca da quando il modello bipolare di governance del pianeta è imploso, dando origine alle diverse “questioni internazionali” che ancora oggi aleggiano sul pianeta Terra.
A voler essere sintetici, tutto è cominciato con la “politica di distensione” attuata da Usa e Urss dagli inizi degli anni Settanta, quando le due ‘superpotenze’ vincitrici nella Seconda Guerra Mondiale, impegnate in un confronto totale che le aveva assorbite completamente, si ritrovarono in una profonda crisi di liquidità e di stabilità politica interna che le costrinse ad “abbassare le armi” e a concedere spazio alle potenze economiche emergenti sullo scenario mondiale: la Cina, il Giappone, le cd. “tigri del Sud-Est asiatico”, il “mondo arabo” e l’Europa. Così, in pochi anni, infatti, la serrata competizione bipolare si è trasformata in governance concordata e paritaria, sancita urbi et orbi dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 e obbligata da alcuni accadimenti destabilizzanti per l’equilibrio internazionale.
In primo luogo, la crisi monetaria del Dollaro, che costrinse il Presidente R.Nixon a svalutare la divisa statunitense e a denunciare i trattati di Bretton Woods (agosto 1971); quell’atto seguiva alla sconfitta militare e diplomatica degli Stati Uniti in Vietnam, che fu il motivo dell’abbandono statunitense dello scenario del Sud-Est asiatico, con la “politica di triangolazione” intrapresa insieme a Giappone e Cina, che pertanto ottenne il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (ottobre 1971).
Conseguenza diretta della debacle del Dollaro e della fine del sistema monetario di cambi fissati impostato sulla valuta statunitense fu la “crisi petrolifera” (1973), che determinò la prima grande crisi economica dell’Occidente industrializzato nel dopoguerra, causata dalla rivolta dei paesi dell’Opec di fronte all’indifferenza dimostrata nella “guerra dello Yom Kippur” e verso il rilancio del fronte ‘pan-arabo’ guidato dall’Egitto contro la potenza israeliana, finanziata dagli Stati Uniti. L’aumento del prezzo del petrolio consentì l’arricchimento e lo sviluppo economico-militare dei paesi produttori arabi, i quali raggiunsero la leadership nel mercato petrolifero mondiale insieme alla superpotenza sovietica, ormai espulsa dallo scacchiere politico mediorientale, dopo aver già ridimensionato le sue mire egemoniche sul Sud-Est asiatico alla fine degli Anni ’60.
A quella grave crisi economica, gli Usa reagirono, con una politica estera “espansiva”: grazie agli “accordi di Camp David” (1978), rimettevano piede in Medio Oriente e lo pacificavano; la politica di riavvicinamento alla Cina consentiva, soprattutto, di riprendere la strategia di “containment” nei confronti dell’Urss; alla mancata ratifica dei Trattati Salt1 per il congelamento delle armi atomiche strategiche, seguirono l’appoggio alla rivoluzione khomeinista in Iran (novembre 1979) e al fondamentalismo islamico in Afganistan e in Pakistan, nonché la decisione di installare gli “euromissili” nei paesi alleati della Nato in Europa e di lanciare la “corsa al riarmo” nei primi Anni ’80, col Presidente R.Reagan.
Una strategia globale che nel lungo periodo portò all’implosione del sistema economico di “socialismo reale” e alla fine del blocco sovietico, e liberò gli stati dell’Europa orientale dalla “sovranità limitata” sopportata sin dal 1945: fu quello il momento che l’Europa aveva tanto atteso per ricostruire il sistema politico-economico andato definitivamente in pezzi col secondo conflitto mondiale e che si stava, lentamente, ricostituendo intorno alle Comunità europee (leggi articolo).
Iniziato a partire dal 1952, dai pochi stati democratici occidentali legati in modo stretto all’economia americana (“Piano Marshall”), il processo di integrazione europea si allargò progressivamente agli altri stati sovrani europei, sempre a seguito di grandi crisi internazionali: infatti, la crisi economica di metà Anni Settanta spinse i paesi britannici e la Danimarca a entrare nella Cee, nonostante il loro sistema di interrelazioni economiche fosse molto efficace (Efta, costituita nel 1960 ora ha sede a Vaduz), seguiti dai paesi iberici e dalla Grecia (durante la vicenda degli euromissili), e subito dopo dagli stati neutrali posti al confine col blocco orientale (Austria, Svezia, Finlandia, anch’essi fuoriusciti dalla Efta), per accogliere, negli Anni Duemila, tutti gli stati orientali coinvolti dal dissolvimento del sistema sovietico, ad eccezione dei paesi balcanici.
La fine della “guerra fredda”, quindi, ha permesso a diversi player “regionali” (Cina, Giappone, Sud-Est asiatico, mondo arabo-mussulmano, Iran, subcontinente indiano ed Europa) di crescere e partecipare in prima persona al sistema politico-economico internazionale. Ma, inconsapevolmente, quella svolta ha generato i “mostri” che oggi tiranneggiano sull’Umanità intera e che alimentano la più grave crisi globale che Storia ricordi: la “globalizzazione” del modello economico e del sistema di vita anglosassoni, intrisi dell’ideale del mercato auto-regolato e del libero scambio, della “finanza creativa” non asservita alle esigenze del sistema produttivo, del consumismo e del “progresso senza limiti”, della laicità assoluta nello stile di vita collettivo, dell’ideologia “modernista” e del distacco totale dalle tradizioni umane più antiche.
Ora che anche il modello di vita occidentale sembra in via di declino, messo in seria difficoltà da un virus “invisibile” mutante e pervasivo, la preoccupazione cresce, soprattutto, perché non ci sono idee chiare su come uscire dalla crisi generale o su chi possa guidare la ripresa, o la rinascita, del “sistema mondo” nel prossimo futuro.
Sperare sul nuovo Presidente statunitense, J.Biden, è prematuro e poco credibile, per via di una politica estera ereditata dal suo mentore, l’ex-Presidente B.Obama, che getta benzina sul fuoco dei vari scenari caldi del pianeta, sperando magari che una rivoluzione colorata o un colpo di stato risolva tutto e riproponendo la vecchia strategie del Containment degli Anni Cinquanta.
Attendersi contributi decisivi dalle istituzioni di governance mondiale (Onu, Imf, Oms) appare irrealistico, non avendo saputo farlo nei decenni che ci hanno preceduto.
Ritenere, infine, che possano occuparsene le nuove potenze economiche dei cd. “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina o Sud Africa) è a dir poco prematuro. Tanto meno, si può credere che la soluzione giungerà da un altro pianeta.
In realtà, a ben vedere, forse una possibilità esiste: se è vero che la crisi è stata sempre favorevole all’integrazione europea (ricordando che anche la decisione di istituire la Ceca segnò l’epilogo del mancato accordo fra Usa e Urss sulla ricostruzione dell’Europa), potremmo ipotizzare che proprio l’Unione Europea possa approfittare dell’occasione per completare l’iter d’integrazione politica e, quindi, prendere sulle proprie spalle la “croce” della riorganizzazione dell’intero consesso mondiale guidando i diversi sistemi regionali verso un “Nuovo ordine internazionale” di tipo multipolare.
Nel quale siano esaltate le tradizioni e le differenze di natura culturale, religiosa, socio-economica e civile dei vari ambiti locali, e dove gli scambi e le relazioni fra regioni e stati del pianeta siano improntate ai principi di parità e di reciprocità. Appare evidente, infatti, oggi più che mai, che l’idea di una parte del mondo che domina sul resto dell’umanità (col rischio di scatenare conflitti atomici senza via di scampo) non abbia più senso e, soprattutto, non ha futuro.
Sarà necessaria, pertanto, un’opera diplomatica di grande tessitura che punti alla risoluzione delle varie crisi che attanagliano il mondo globalizzato (economico-finanziaria; scarsità delle risorse primarie e naturali, crescita demografica iperbolica; diversità religiosa, di stile di vita e culturale; militare e/o politico): ebbene, credo che l’Europa, anche per via di una certa “responsabilità storica” che dovrebbe assumersi nei confronti di tutte queste questioni, sia proprio il soggetto ideale e più idoneo a conciliare le parti del mondo e a ricomporre il puzzle.
Ma, affinché ciò accada, ossia per far si che l’Europa possa veramente giocare tale ruolo nella grande partita sul futuro della Terra, è necessario che si doti degli strumenti necessari. È fondamentale, perciò, che si trovino una formula politica e un modello istituzionale integrato che permettano di agire sullo scenario internazionale con sicurezza, rapidità ed efficacia, evitando così che sia nuovamente il resto del mondo a decidere il destino del “vecchio continente”. Perché non voglio nemmeno pensare che qualcuno, dalle parti di Bruxelles, di Berlino, di Parigi o di Roma, abbia già dato per persa la partita…
Questa è certamente una delle questioni più scottanti nell’agenda politica europea, lungi da una soluzione condivisa fra gli stati membri e, soprattutto, che sia accettabile agli occhi dei popoli e delle centinaia di milioni di cittadini europei che la abitano. Ricordando che l’antico brocardo “majestas populi” è sempre vivo ed inscritto in tutte le Costituzioni vigenti nei vari paesi europei.
Europa Unita, dunque. Si, ma quale? Di quale Europa stiamo parlando? A quale “anima europea” dovremmo far riferimento? Quale progetto politico e culturale adottare? Quali “radici” dovremmo recuperare e considerare? E quali sono i confini che meglio definiscono lo “spazio europeo”? Sono domande difficile, che gli Europei si pongono da molto tempo, a cui manca una risposta condivisa.
In parte, perché esistono decise posizioni contrapposte e inconciliabili in materia, in parte perché quando si parla di Europa ci si dimentica della sua storia millenaria, complessa quanto affascinante, ricca di esperienze uniche e di assoluto valore universale. Si preferisce pensare che «il passato è passato!», che bisogna «…guardare al futuro con speranza» e adeguarsi ad una situazione reale di gran confusione ma che, ineludibilmente, ci stia già guidando verso «la luce in fondo al tunnel».
Si tratta di frasi ripetute alla nausea, come mantra psichedelici che tentano di ipnotizzare le masse, con immagini evocative che pescano dal grande patrimonio culturale e ancestrale della nostra civiltà, di cui però ironicamente ci si vorrebbe sbarazzare. Dimenticando che ciò che siamo oggi è proprio il risultato del nostro lunghissimo passato e non soltanto dell’epoca moderna! Che l’idea di unificare l’Europa sul piano politico non appartiene soltanto al pensiero illuminista o alla visione laicista e progressista della vita!
Giunti alle soglie del terzo millennio dell’era cristiana, l’Europa dovrebbe aver compreso come la soluzione al problema dell’unità interna, e della corrispondente posizione unitaria esterna (si chiama “sovranità”, termine che a molti fa ribrezzo), non sia più una questione marginale, che possa riguardare soltanto l’“élite decidente” o gli esperti della scienza politica. Non è più soltanto un problema di “voto ponderato” o di competenze e di procedure legislative: i cittadini, i popoli e i movimenti politici europei ribadiscono, ogni giorno, che l’Europa tecnocratica e asettica, anemica, così distante dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua cultura, che invece sono tuttora ben radicate nella società civile reale del quotidiano vivere, viene percepita come un qualcosa di distante da loro, come un “mostro” senza capo né coda e, quindi, senza futuro.
L’anno che verrà potrebbe essere quello decisivo per le sorti dell’Europa Unita: oggi è una colossale costruzione di argilla che frana su sé stessa, sotto il suo peso, inerte di fronte alle proprie mancanze e all’instabilità delle basi su cui poggia. Serve un grande progetto che recuperi la sua idea originaria e tenga conto dell’immenso patrimonio culturale e storico di cui essa dispone.
Dopo aver studiato per anni il pensiero politico europeo, il senso storico dell’Europa che evolveva nei secoli in una esperienza di vita comunitaria senza eguali, il valore religioso, contribuito dal Cristianesimo, che permea e sostiene i principi essenziali del nostro modello di convivenza, ritengo che l’Europa possieda già gli strumenti più idonei a interpretare al meglio il proprio ruolo nel mondo: si tratta solo di riscoprirsi e apprezzarsi.
Soltanto guardando al passato e apprendendo con passione dalla propria antica tradizione, l’Europa potrà rivalutare sé stessa e divenire quell’esempio di civiltà e quello spazio di vita pacifico, ordinato e unitario, che da sempre desidera essere e che, ne sono certo, anche il resto del mondo non esiterà a imitare…
Leggi questo racconto sui segreti del processo di integrazione europea.
Vedi questi due appuntamenti in Agenda UE sul futuro dell’economia e sulle prossime mosse politiche.
Trovate temi, vicende, personaggi e anche “segreti” dell’Europa che fu nel mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.
Di Futuro dell’Europa Unita si parla anche nel mio libro
STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI
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