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ROMA E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA

Augusto

Nell’articolo precedente ho indicato come punto d’inizio della storia dell’integrazione europea la lotta per l’indipendenza dei Greci dalla minaccia persiana-orientale, che permise di stabilire un confine all’Europa e farne quindi un soggetto politico autonomo.

Certamente, in età precristiana il continente europeo era ancora una landa in gran parte disabitata, sommersa dai mari o ricoperta di ghiacciai e foreste secolari, quasi del tutto ignoto alle civiltà mediterranee che invece già da millenni popolavano le coste dei “mari caldi” del Sud.

Una delle regioni a maggior densità abitativa era la penisola italica, dove da almeno un migliaio di anni convivevano alcuni popoli dall’origine distinta o comunque poco nota. Tutto l’arco appenninico aveva visto l’insediamento dei cd. “popoli italici”, figli della Antigua Mater adorata un po’ ovunque, perlopiù adusi alla pastorizia e alla forgia dei metalli, dove convivevano con gli Etruschi, dominatori del Mar Tirreno che da loro prendeva nome, con i coloni della Magna Grecia nel Meridione, con gli Illiri e i Veneti sulle coste adriatiche e con i Celti nella Pianura Padana.

Leggenda vuole che in mezzo a quelle civiltà andarono a insinuarsi altre etnie di vaga origine dorica, ossia i Romani, i Latini e i Sabini: proprio queste tre gentes si unirono, nel V secolo a.C. a costituire la Res Publica della città-stato di Roma, mediante il Foedus Cassianum (496 a.C.). Un trattato che stabiliva un accordo di lungo periodo per amalgamare i tre gruppi sociali e politici intorno alle figure dei Magisteres e dei Consules (gli amministratori annuali degli affari interni), nominati e coordinati dal Senatus Patricius, in rappresentanza delle famiglie che avevano fondato Roma nel 735 a.C., e dai Concilia Plebis, l’assemblea dei cittadini-soldato del Popolus.

Questa organizzazione del potere, che rispecchiava la struttura sociale divisa fra la ricca aristocrazia terriera (Optimates) e la massa dei contadini/artigiani (Populares), resse le sorti di Roma fino all’avvento dell’Impero Cristiano nel V secolo d.C.! Nella prima classe erano incluse le Gens patrizie che conosciamo dalla storiografia e dalla letteratura classica romana, mentre nel secondo gruppo vi entrarono tutti i popoli e le tribù che Roma, di volta in volta, sconfiggeva e sottometteva.

Perché l’Urbe romana fu, sin dall’inizio della sua storia, città militarista e impegnata ad espandersi in tutte le direzioni, a discapito delle civiltà e dei popoli che trovava nel suo incedere. Nei primi tempi, Roma era circondata da numerose tribù italiche, collocata al centro di un mondo antico spartito fra la talassocrazia cartaginese, la forza coloniale greco-macedone, la potenza economica etrusca e la pervasiva civiltà celtica.

Dopo essersi costituita in repubblica (509 a.C.), liberandosi del giogo etrusco, alleata ai socii che di volta in volta federava con trattati di pace o di amicizia, Roma divenne il fulcro della potenza militare più famosa della Storia umana. Infatti delle sue Legio si parla da sempre, sia in termini romanzeschi, sia per l’incredibile capacità bellica e di organizzazione e logistica, studiata ancora oggi nelle principali Scuole di Guerra del mondo. Poiché in ogni contingente militare si univano coese le varie parti sociali e politiche, che sul campo di battaglia combattevano fianco a fianco proteggendosi l’un l’altro nel nome e per la gloria romana (S.P.Q.R.).

Non mancarono certo le sonore sconfitte, quali quella subita dai Celti Senoni che aprì la strada al sacco di Roma del 390 a.C. operato dal condottiero Brenno. Episodio che segnò per sempre la coscienza romana: come in occasione dell’invasione dei Cartaginesi guidati da Annibale, che dopo aver debellato le ultime legioni a Canne (216 a.C.) si apprestava ad invadere la città indifesa. Mentre rimase indimenticata la debacle alle Forche Caudine (321 a.C.), quando l’astuzia e la migliore conoscenza del territorio consentirono ai Sanniti di accerchiare e umiliare le truppe romane.

Un’abilità dei Romani era quella di apprendere lezioni dalle avversità e saper trovare la soluzione geniale per superarle. L’altra era quella di alternare l’uso di diplomazia e diritto alla guerra, riuscendo così a fronteggiare nemici pericolosi/sconosciuti, prima di poterli definitivamente sottomettere. Insieme all’insuperabile strategia militare, sia nella tattica in battaglia, sia nella prassi difensiva/offensiva, furono gli elementi che portarono Roma a sottomettere tutte le civiltà mediterranee sotto la sua legge, il suo potere militare e il suo ordinamento amministrativo.

E una volta annessi alla Repubblica Romana, tutti i popoli italici, greci, illirici, epiroti, macedoni, etruschi, liguri, sardi, siculi e cartaginesi (in pochi decenni nel II secolo a.C.), i Romani consolidarono i domini attraverso i commerci, la rete stradale e la disposizione delle legioni nei diversi siti di un vasto territorio, che ormai andava dal Mar Nero allo Stretto di Gibilterra. L’accresciuta ricchezza sbarcata nei porti di Anzio o di Brindisi, diretta verso l’Urbe Aeterna, spinse quindi i Plebei a rivendicare migliori condizioni sociali e maggiore potere politico, fino ad accendere la guerra civile che sconvolse l’emergente città-stato per quasi un secolo.

Col senno di poi, quel duro conflitto interno rese Roma ancora più forte e le permise di allargare ulteriormente i suoi confini all’Anatolia, al Medio Oriente e all’Egitto. Che divennero floride fonti di ricchezze e di risorse primarie per i cittadini romani (esentati da qualsiasi tassazione), nonché il Limes orientale da non superare per non incorrere nella sempiterna potenza militare e politica dei Parti.

Così, con l’avvento al potere della Gens Julia (che vantava di discendere da Venere), i Romani volsero lo sguardo ad Occidente e iniziarono a conquistare le sterminate lande poste oltre il “mondo conosciuto” dall’antichità. Perché sin dai tempi di Ercole e di Ulisse, l’Europa era considerata una terra ignota abitata da popolazioni quasi del tutto ignote, ad eccezione dei Celti. Che invece rappresentarono “la” civiltà continentale più diffusa ed evoluta dell’età precristiana.

Fu Cesare ad avviare la conquista delle Gallie, ossia di tutte le terre a settentrione del Rubicone, per motivi politici e di orgoglio personale, includendo i Celti sconfitti ad Alesia (52 a.C.) nella vasta Repubblica federale di Roma. Dopodiché, fu Augusto a completare la conquista dell’Iberia, annettendone tutte le tribù al Principatum. Cui seguì l’occupazione delle Alpi per opera di Tiberio e delle lande oltre-Limes da parte di Germanico, fino ad includere la Frisia, l’intera valle fluviale del Reno e la Svevia nell’Imperium. Infine, Claudio ordinò la campagna di Britannia che sancì l’inclusione dei popoli locali nel dominio romano.

Da quel momento iniziò la grande opera di “romanizzazione” delle immense terre e innumerevoli tribù sottomesse, perlopiù mediante la fondazione di nuove Civitas, o di Castra, o ancora di Colonie, ove vigeva la lex romana e il potere d’imperio di Roma. Che vi inviava Governatori, intere famiglie senatorie, coloni-soldati italici, cui concedere terre e diritti, collegate alla capitale e al resto dell’impero dalla rete stradale-marittima in via di sviluppo.

Con le successive imprese di Traiano in Dacia e di Marco Aurelio in Pannonia (II secolo d.C.), venne definito anche il Limes orientale lungo il corso del Danubio, così includendo stabilmente nell’Imperium Romanum quasi tutta l’Europa balcanica, che fu colonizzata e civilizzata con la stessa politica attuata nei confronti dei “popoli barbari”. Un termine che ritornò spesso a partire dalla metà del III secolo d.C., quando popolazioni germaniche, gotiche e sarmatiche iniziarono ad attaccare le difese romane lungo il Limes, ottenendo ben presto Foedus all’interno dell’Impero o instaurando rapporti commerciali/diplomatici stabili, che contribuirono ancor più a diffondere la Romanitas in Europa. Ma ben distinte dai Romanorum, ossia dai Cives dell’impero che avevano ricevuto la cittadinanza universale nel 212 d.C..

La Civilitas romana era, da sempre, lo scopo delle conquiste delle Legioni e della loro colonizzazione ovunque giungessero, il vero mezzo per l’integrazione dei nuovi popoli nell’Imperium e nella grande Oykumene romana. Un sogno ereditato dall’impresa di Alessandro e fondata sull’esempio dell’Impero Persiano ed in seguito sulle Diadochie greco-macedonie, che avevano consolidato la cultura greca nel Mediterraneo. Di cui anche i Romani erano divenuti portatori e prosecutori (traditio). Dando così seguitoalla storia dell’integrazione europea di cui parlo nel mio saggio.

i volti della storia dell’integrazione europea

L’Unione Europea ha realizzato questo breve documento che illustra i principali pensatori e visionari del progetto di unificazione continentale, riportando le loro frasi più importanti che sono divenuti pietre miliari e programmi della storia dell’integrazione europea.

Analisi “ragionata” della storia dell’integrazione europea

Questo testo vuole offrire una narrazione ragionata, ampia, comprensiva e aggiornata delle origini, degli sviluppi storici, dei più recenti eventi della storia dell’integrazione europea, concentrando l’attenzione sul suo terreno di gioco principale (la Comunità, poi Unione europea) senza dimenticare che essa non può essere del tutto compresa senza fare riferimento ad altri terreni quali l’Alleanza Atlantica, l’OECE, l’EFTA, l’ONU.
Un lavoro corale di diversi autori affermati per un’edizione comoda e recente.

LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA È INIZIATA CON ALESSANDRO

Alessandro

Negli articoli precedenti ho invitato i lettori e gli esperti della storia dell’integrazione europea ad allargare l’orizzonte sulla prospettiva del passato e ad andare ben oltre il XX secolo dell’era volgare. Perché le origini del processo di unificazione europea sono collocate addirittura nell’età pre-cristiana.

Se oggi molti non sanno chi sia stato Alessandro “detto il magno” è perché abbiamo perso ogni contatto col nostro passato più antico, nonostante ci circondi tuttora con molte testimonianze, e con la nostra cultura tradizionale. Che andrebbe invece recuperata, se vogliamo ancora garantire un futuro all’Europa.

Anche perché nell’epoca delle “polys” (πόλις in greco), ossia diversi secoli prima della venuta di Gesù “detto il Cristo”, si possono ritrovare molti degli aspetti che costituiscono, nel vero senso del termine, le fondamenta della nostra civiltà attuale. Mi riferisco in maniera specifica al concetto della “democrazia”, cui dovrebbero informarsi l’Unione Europea nonché tutti gli stati europei attuali, della “libertà”, che ultimamente scarseggia nelle nostre lande, e della “unione” di fronte ad un nemico comune, cosa che sembra invece del tutto sparita dalla nostra esperienza recente.

Se ho intitolato il mio saggio “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” non era solo per sfruttare le regole del marketing (che oggi domina qualsiasi scelta, persino di carattere politico): nella mia ventennale ricerca sulle radici del nostro continente, ho capito che la nostra storia è iniziata appunto più di tremila anni orsono (nei prossimi articoli andrò più a fondo su questo punto) e ha iniziato ad essere la “storia dell’integrazione europea” intorno al V secolo a.C., in Grecia.

Proprio in quello stato massacrato negli ultimi anni da una crisi economica nata in un altro mondo (negli Stati Uniti) e propagatasi all’intero pianeta a causa del sistema finanziario-monetario odierno, che invece molti secoli fa riuscì a fronteggiare una minaccia intuitivamente più pericolosa, ossia l’invasione dei Persiani, ad arrestarla e persino ad annientarla, appunto con l’avvento del monarca macedone Alessandro.

Nei fatti, nel 499 a.C. iniziò la grande operazione di conquista della penisola ellenica, che rappresentava la naturale estensione del già vastissimo impero achmenide: nato con Ciro I “detto il grande” (uno degli “unti” di Dio) e giunto con Dario I, suo genero e usurpatore del trono in accordo con l’aristocrazia persiane, ad occupare tutta lo spazio fra i fiumi Indo e Syr Darya in Oriente (la cd. “Aryarta”) e il basso corso del Danubio in Occidente (ossia tutta la Tracia), fino al limitare del Nilo a Sud (quindi nell’antico Regno d’Egitto, di cui portava la corona di Faraone).

Guardare alla Grecia era nell’ordine delle cose per un impero che dominava su tutte le civiltà conosciute del tempo, da quella egizia all’indo-iranica, dall’assiro-babilonese agli antichi insediamenti anatolici e siriaci. Nell’immenso dominio di Dario I (che ora si faceva chiamare “Re dei re” e agiva come un “sovrano supremo” per conto del Signore-Dominus) si parlavano innumerevoli idiomi (così che i Greci li identificarono col termine βάρβαρος, ossia coloro che parlano lingue incomprensibili) ma si doveva adorare il Re “divino e giusto”, non solo perché rappresentava il Padreterno celeste e fautore della verità e della giustizia, ma anche perché gli Achmenidi vantavano una discendenza divina, appunto, nientemeno che dal mitico eroe Perseo, il fondatore della civiltà micenea. Motivo in più per annettere all’impero “universale” anche la terra d’origine della sua dinastia…

In realtà, gli antichi erano uomini concreti e attenti agli aspetti importanti della vita. E non poteva sfuggire ai Persiani, che per quanto fossero considerati truci e barbari sfoggiavano una grandiosa antichissima cultura, quanto fosse bella, ricca e civilizzata la società greca, in particolare quella ateniese: dove proprio in quel’epoca erano comparsi i principali uomini di pensiero e di arte, che segnarono la storia e la civiltà europee nei secoli a venire.

Per citarne alcuni: Eschilo, drammaturgo e poeta, padre universale della tragedia che veniva rappresentava negli antichi teatri greci, di cui conserviamo diversi esempi anche in Italia; Erodoto, storico e politologo, considerato già dagli antichi il maestro della Storia, che cercò di spiegare proprio le cause delle Guerre Persiane; Fidia, colui che trasformò la scultura e l’architettura in opera d’arte ispirata dalla divinità; infine Parmenide, uno dei primi filosofi greci che cercarono di comprendere la Natura e la Verità dell’Essere eterno, attraverso l’osservazione e la meditazione.

Sarebbe stato solo l’inizio di una civiltà nuova fondata sullo spirito di indipendenza (col tempo venne definita libertà), di intraprendenza e di comunanza dei Greci. Che divennero nei secoli i “maestri” e l’esempio del bello, del giusto e del vero per tutti i popoli entrati a pieno titolo nella storia dell’integrazione europea, nei millenni a seguire fino ai giorni nostri. Proprio quello spirito che le diverse e numerose città-stato elleniche seppero contrapporre al pericolo dell’invasione, che avrebbe annesso la Grecia all’immenso regno totalizzazione orientale.

A guardarla col senno di poi, la sfida militare era già segnata: la massa indistinta di fanti e cavalieri approntata da Serse per conquistare l’Hellas non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere le truppe di opliti spartani, la ricca flotta ateniese, le antiche orgogliose genti guerriere achee e tebane. Infatti, si susseguirono le clamorose pesanti sconfitte dei Persiani a Maratona (490 a.C.), alle Termopili e a Salamina (480 a.C.) e infine a Platea (479 a.C.), che pose fine al conflitto e le basi della definitiva indipendenza dei Greci dall’impero persiano.

Ma la superiorità dei Greci stava soprattutto nel loro incredibile spirito di sacrificio per la “patria”, che portò i famosi “300 spartani” a fronteggiare per giorni le truppe persiane sul passo delle Termopili, già consci della loro fine di indomiti eroi-leoni. Fu così anche per Megara, sacrificata per salvaguardare il Peloponneso, Corinto e Argo, sola a difendersi da due milioni di soldati persiani, la cui polvere sollevata in marcia era visibile dalla navi ateniesi che a Salamina affondavano la flotta nemica. Infine, a Platea dove il coraggio dei Tegeati ruppe gli indugi attendisti e permise di respingere l’assalto del nemico, dando via alla clamorosa ecatombe dell’esercito persiano.

Le ripetute sconfitte sul campo nascevano da una evidente superiorità militare e strategica dei Greci, che infine imposero un accordo ai rivali d’oltremare: i quali non avrebbero più dovuto attaccare le antiche città greche sulle coste anatoliche, che da quel momento quindi potevano considerarsi indipendenti dall’Impero, e nemmeno avrebbero potuto più oltrepassare il limite dell’Ellesponto, ossia quel tratto di mare che divide geograficamente l’Europa dall’Asia, né inviare navi da guerra nel Mar Egeo o nel Mar Mediterraneo orientale. Di fatto, veniva disegnato il confine ideale fra il mondo greco-occidentale e quello persiano-orientale, fra l’Europa e l’Asia.

Iniziava, perciò, in quel momento, dal mio punto di vista, la storia d’Europa e la storia dell’integrazione europea: se da un lato, infatti, i Persiani erano costretti ad ammettere l’esistenza di una forza politico-militare sovrana a Occidente (che peraltro da tempo aveva già colonizzato gran parte delle coste settentrionali del Mar Mediterraneo e del Mar Nero), dall’altra questa civiltà in via di sviluppo avrebbe dato vita ad un “nuovo mondo” e un nuovo ordine internazionale, in un continente di cui si conosceva ancora ben poco ma che molti chiamavano già “Europa”, in onore al mito antico e ad un sogno della dea Afrodite.

Tempo dopo questa florida civiltà ispirata dagli Dèi Olmpiadi, dal libero pensiero, dal gusto del bello e della verità, dallo spirito di Odisseo di Achille e di Ercole, decise che l’epoca dell’impero persiano era terminata e iniziava quella ellenistica: fu Alessandro III Re di Macedonia a convincere i popoli greci che era possibile allargarsi a Oriente a discapito della decadente potenza achemenide (anch’egli vantava origini divine e ad un certo punto iniziò a farsi definire “figlio di Zeus”), conducendoli alla conquista di tutto il mondo conosciuto (“Oykumene”, dal greco οίκουμένη) per soggiogarlo.

Fu un’impresa degna dì un popolo e di una civiltà superiori, capace di credere nei sogni e nell’aldilà, nel proprio spirito e nella Fortuna. Consapevoli della propria forza militare, culturale e spirituale, i Greci partirono e giunsero sulle rive dell’Indo e degli altri fiumi che delimitano il mondo ariano antico, segnando la svolta decisiva per la storia dell’integrazione europea e dell’intera umanità.

Rileggi gli altri articoli precedenti: Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare? Quale Europa per il futuro? il lungo secolo della disintegrazione europea

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I segreti del processo di costituzione dell’UE

Questo recente saggio di I.T. Berend illustra le condizioni politiche internazionali nelle quali si realizzò il processo di costituzione dell’Unione Europea: dagli archivi del Dipartimento di Stato USA giungono notizie che permettono di comprendere meglio l’ultimo atto della storia dell’integrazione europea.

Un grande teologo ci spiega la Pasqua cristiana

La risurrezione di Gesù, mistero di salvezza, è l’argomento centrale di questo libro di Durrwell: il “mistero rivelato” dalla passione di Cristo, divenuto la pietra angolare della cattedrale dell’Europa cristiana che è stata il senso della storia dell’integrazione europea.

IL LUNGO SECOLO DELLA DISINTEGRAZIONE EUROPEA

moti 800

Ripercorrendo a ritroso nel tempo il cammino della storia europea, se nel XX secolo le due guerre mondiali hanno trasformato l’antico continente in uno degli scenari di geopolitica globale, sottoponendolo all’autorità internazionale delle due superpotenze e delle grandi organizzazioni universali, il “lungo secolo” che va dalla seconda metà del Settecento alla fine del XIX secolo aveva posto le base per la sua disintegrazione.

Questa affermazione che può sembrare illogica, facendo riferimento al processo di integrazione comunitaria di cui abbiamo parlato in un altro articolo (link), riguarda in modo diretto tutta quella che era stata la storia europea sin dalle sue origini. Infatti, se si rivolge lo sguardo all’antico passato e all’intero percorso millenario che i popoli europei hanno affrontato, s’intuisce immediatamente che l’epoca iniziata con la Rivoluzione Francese (che a sua volta seguiva gli esempi inglese e olandese) ha rappresentato il momento di rottura del processo evolutivo di integrazione europea.

Nel periodo che va dal 1760 circa al 1884 è talmente ricco di avvenimenti innovativi e stravolgenti che gli effetti li stiamo vivendo ancora oggi in tutta Europa.

Sul piano geopolitico, infatti, si ebbe il ritorno del “centro europeo” costituito dagli stati rinati di Germania e Italia (scomparsi alla fine del X secolo, inghiottiti dal Reich), a discapito del millenario Sacro Romano Impero la cui data di estinzione è il 1806, trasformatosi in Impero asburgico (sotto il diretto dominio della casata alsaziana) e nella Confederazione Germanica, per volontà di Napoleone I.

Personaggio che contribuì decisamente al “cambiamento” in atto, sia stravolgendo la cartina politica continentale, sia rompendo una serie di tradizioni millenarie di cui la storia europea precedente era ricolma: infatti, il piccolo generale corso, divenuto Imperatore al termine della tragica Rivoluzione popolare francese, mandò in soffitta in un colpo non solo l’antico Impero cristiano ma anche la Chiesa romana, il Regno di Napoli e di Sicilia, le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, il Palatinato del Reno e il Langraviato di Turingia (feudi di antichissima origine), nonché il giovane Regno dei Paesi Bassi e la Confederazione dei Cantoni svizzeri, annessi all’Impero dei francesi e trasformati in repubbliche popolari.

Inoltre, il Bonaparte apportò riforme al diritto civile europeo (tuttora vigente un po’ ovunque) e diffuse, volutamente, l’ideale della libertà e della democrazia fra i popoli assoggettati al Reich o alle altre monarchie assolutiste/illuminate, instillando quel germe della ribellione che esplose poi maturo coi Moti del XIX secolo, animati dalla nuova cultura che si andava diffondendo in Europa, con epicentro proprio a Parigi (la “ville lumiere”), dell’illuminismo e dell’anticlericalismo.

Il “background” storico-culturale di questa rivoluzione di pensiero e costumi aveva radici nei decenni precedenti, ossia nella ribellione dei sovrani europei alla pesante interferenza e tracotanza della Chiesa romana nei loro affari interni, ancorché nella polemica di natura politica sul cd. “giurisdizionalismo” e sull’istituzione dell’Indice ai testi dei grandi pensatori illuministi (giudicati eretici dai Gesuiti), che portò a molte scomuniche e condanne nei confronti di movimenti emergenti (giansenisti, massoni, illuministi), allo scopo di riproporre il dogma sull’infallibilità del Papa.

Argomenti che suonarono “vecchi” al tempo della prima grande industrializzazione inglese, che animò l’embrione del ceto che dominerà l’epoca moderna, la borghesia, spingendo parte delle élite dominanti ad abbracciare l’illuminismo o le altre forme di Cristianesimo non ortodosso (cd. “irenico” / “illuminato”) e a ridimensionare l’entità e la presenza della Chiesa negli stati cattolici europei.

Fatti che si accompagnarono ad altri fenomeni di ampio respiro, che cambiarono le cose in modo decisivo e tuttora persistente. In molti stati vennero avviate “riforme” di tipo amministrativo, per rafforzarne la burocrazia e la divisione dei poteri politici e sottrarli così al sovrano assoluto (“Leviathan“). La propaganda protestante del Nord-Europa si fuse con l’etica pseudo-cristiana dei “razionalisti” dando vita alle teorie sul progressismo, sul dominio della scienza e delle tecnica, sui diritti umani e sul cosmopolitismo. Era una rivoluzione copernicana, rispetto alle concezioni ecclesiali-tolemaiche e allo stile di vita tradizionalista che si promanava in tutta Europa sin dai tempi più antichi.

Tra le principali trasformazioni iniziate a fine Settecento citiamo: lo “stato moderno” sovrano e centralizzato, gestito dalle corti e dai burocrati, secolarizzato e liberale; l’economia capitalistica, dei commerci globali e dell’agricoltura meccanizzata; nuove forme di società dove prevalevano la mobilità, il pluralismo dei ceti, la tolleranza religiosa e di pensiero, i corpi sociali intermedi, la “sovranità popolare” e gli interessi dello stato; l’affermazione del “giuspositivismo” e del diritto statuale, in luogo degli antichi diritti romano e canonico; infine, il sempre maggiore utilizzo delle scienze e delle discipline tecniche nella gestione pubblica, l’istituzione delle scuole pubbliche e delle università laiche, lo sviluppo delle città quali “centri di potere” ove irradiare il civismo cosmopolita, l’urbanizzazione e l’immigrazione dalle campagne.

I frutti di questa propaganda si raccolsero in epoca post-napoleonica: infatti, se la Conferenza di Vienna aveva ripristinato la situazione politica ex-ante, stabilendo il principio di equilibrio fra gli stati, favorevole allo sviluppo del mercato continentale che tanto interessava alla Gran Bretagna, protetto da alleanze fra Imperi a difendere lo status-quo e la Cristianità (Defensor fide) dai Turchi, gli anni successivi assistettero a processi politici e sociali enormi, sui quali probabilmente agiva la mano esperta di qualche dinastia regnante…

Nel 1830 si resero indipendenti il Belgio, cattolico, liberato dai protestanti olandesi e da secoli di dominio diretto degli Asburgo, posto in mano alla dinastia tedesca dei Sassonia-Coburgo-Gotha (che regnava già anche in Sassonia e al fianco della Regina Vittoria in Gran Bretagna e in seguito anche in Portogallo e Bulgaria) e la Grecia, liberatasi dal giogo mussulmano (dopo quasi quattrocento anni!) grazie all’aiuto delle potenze cattoliche europee, che infatti poi misero sul trono un membro dell’antica casata dei Wittelsbach.

L’esempio ellenico spinse gli altri antichi popoli balcanici, sul finire dell’Ottocento, a ribellarsi al dominio del Sultano di Costantinopoli per ottenere l’indipendenza, così formando i nuovi regni di Romania, Bulgaria e Serbia. Anch’essi però divennero feudo delle casate tedesche dei Wettin e degli Hohenzollern, fra le più antiche feudatarie del Reich e detentrici dei giovani regni di Sassonia e di Prussia. Creati ad hoc da Napoleone nel 1806 all’interno della Confederazione del Reno, assieme a quelli del Württemberg (alla dinastia Urach), di Baviera (Wittelsbach) e di Hannover (Guelfi-Brünswick-Lüneburg): nomi che ritornano.

Già dalla fine del XVIII secolo d.C., l’Europa era sotto il controllo di poche dinastie di ascendenza germanica (anche i Romanov dal 1762 d.C. erano stati sostituiti dalla dinastia regnante in Svezia degli Holstein-Gottorp, ramo cadetto della casa di Oldenburg che teneva anche i troni di Danimarca e di Norvegia). Mentre delle antiche stirpi ‘italiane’ o franche sopravvivevano solo i Savoia e i Borbone, nonché gli Asburgo che potevano vantare una vaga ascendenza carolingia insieme ai Principi di Assia. Le dinastie etniche (visigoti/celtiberi, franchi, anglosassoni, scandinavi, slavi, lituani, russi, boemi, magiari, etc.) che avevano dato origine e forma ai rispettivi regni cristiani, erano ormai scomparse e le continue guerre dell’età moderna avevano stravolto il quadro politico europeo, trasformandolo in consesso di potere gestito da pochissime dinastie tutte imparentate fra loro (nel mio saggio lo definisco “club Europa”): un’oligarchia dinastica che ha guidato l’Europa negli ultimi secoli e l’ha condotta alla situazione attuale del cd. “Nuovo Ordine Internazionale”.

Il Congresso di Berlino (1884) fu la loro apoteosi, con la spartizione del mondo in “sfere di influenza” coloniali e dell’Europa in blocchi stabilizzati, utili solo ai disegni egemonici di von Bismarck. Il quale aveva condotto la Prussia a conquistare la libertà dagli Asburgo, fondando il Secondo Reich e creando il nuovo (bari-)centro del continente insieme all’Italia, aiutata a completare il suo processo di indipendenza dal dominio imperiale franco-asburgico, iniziato qualche tempo prima sotto la guida dei Savoia-Carignano.

Due importantissimi disegni politici che poterono realizzarsi nella situazione sociale e politica dell’Ottocento, intrisa di moti popolari e nazionalistici, del progressismo e della Rivoluzione industriale che ormai dilagava in tutta Europa, con trasformazioni economiche che condussero anche alla fine della “servitù della gleba” in Russia. Una condizione ideale per la nascita di nuovi soggetti sovrani, come il Liechenstein (retto dall’omonima dinastia), il Lussemburgo (in mano ai Orange-Nassau-Weilburg, ramo cadetti della dinastia regnante in Olanda), la Serbia (includeva Albania, Montenegro-Principato e Macedonia, in mano agli Obrenovic), il Principato di Monaco (famiglia Grimaldi) e la Repubblica di San Marino, di fondazione medievale.

Spariva definitivamente lo Stato della Chiesa, annesso al nuovo Regno d’Italia (1871), mentre la Polonia veniva spartita fra Russia, Prussia e Austria (1795), insieme alle future repubbliche baltiche, e si assisteva al cambio della dinastia regnante in molti stati (Danimarca, Grecia, Portogallo, Russia e Svezia). La Spagna viveva un lungo e difficile trapasso dai fasti dell’impero coloniale alla crisi dinastica dei Borbone, fino alla concessione di una Costituzione che diventerà un modello globale. Altra grande innovazione dell’epoca, infatti, furono le carte costituzionali o dei diritti civili e di libertà, “concesse” dai sovrani d’Europa per tenere buoni i popoli in rivolta, sobillati dalle massonerie, dal culto della borghesia e dalla trasformazione economica in atto. Che aveva fra i suoi pilastri la formazione dello “Zollverein”, l’embrione dell’attuale mercato unico europeo, ideato dal solito Napoleone, col quale però finiva la “grandeur” francese e la pretesa egemonia geopolitica sul continente iniziata con i Valois.

Argomenti tuttora attuali e su cui torneremo nei prossimi articoli.

Leggi l’Articolo precedente.

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

Un testo che raccoglie molte idee sull’Europa Unita

Dalla Seconda Guerra Mondiale sono stati molti i pensatori, i ricercatori, gli scienziati e i politologi che hanno avanzato ipotesi concrete sul futuro dell’Europa e su quali percorsi di integrazione seguire. Questo testo li raccoglie.

Perché l’Europa (unita) non è uno Stato perfetto

Un breve ma illuminante articolo di Francesco Alberoni sulle aspettative deluse e tradite dall’attuale Unione Europea rispetto ai propositi di Altiero Spinelli e di tutti coloro che, un po’ ovunque nel continente, di ogni età e livello sociale, sognavano l’Europa Unita e pacificata.