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IL LUNGO SECOLO DELLA DISINTEGRAZIONE EUROPEA

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Ripercorrendo a ritroso nel tempo il cammino della storia europea, se nel XX secolo le due guerre mondiali hanno trasformato l’antico continente in uno degli scenari di geopolitica globale, sottoponendolo all’autorità internazionale delle due superpotenze e delle grandi organizzazioni universali, il “lungo secolo” che va dalla seconda metà del Settecento alla fine del XIX secolo aveva posto le base per la sua disintegrazione.

Questa affermazione che può sembrare illogica, facendo riferimento al processo di integrazione comunitaria di cui abbiamo parlato in un altro articolo (link), riguarda in modo diretto tutta quella che era stata la storia europea sin dalle sue origini. Infatti, se si rivolge lo sguardo all’antico passato e all’intero percorso millenario che i popoli europei hanno affrontato, s’intuisce immediatamente che l’epoca iniziata con la Rivoluzione Francese (che a sua volta seguiva gli esempi inglese e olandese) ha rappresentato il momento di rottura del processo evolutivo di integrazione europea.

Nel periodo che va dal 1760 circa al 1884 è talmente ricco di avvenimenti innovativi e stravolgenti che gli effetti li stiamo vivendo ancora oggi in tutta Europa.

Sul piano geopolitico, infatti, si ebbe il ritorno del “centro europeo” costituito dagli stati rinati di Germania e Italia (scomparsi alla fine del X secolo, inghiottiti dal Reich), a discapito del millenario Sacro Romano Impero la cui data di estinzione è il 1806, trasformatosi in Impero asburgico (sotto il diretto dominio della casata alsaziana) e nella Confederazione Germanica, per volontà di Napoleone I.

Personaggio che contribuì decisamente al “cambiamento” in atto, sia stravolgendo la cartina politica continentale, sia rompendo una serie di tradizioni millenarie di cui la storia europea precedente era ricolma: infatti, il piccolo generale corso, divenuto Imperatore al termine della tragica Rivoluzione popolare francese, mandò in soffitta in un colpo non solo l’antico Impero cristiano ma anche la Chiesa romana, il Regno di Napoli e di Sicilia, le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, il Palatinato del Reno e il Langraviato di Turingia (feudi di antichissima origine), nonché il giovane Regno dei Paesi Bassi e la Confederazione dei Cantoni svizzeri, annessi all’Impero dei francesi e trasformati in repubbliche popolari.

Inoltre, il Bonaparte apportò riforme al diritto civile europeo (tuttora vigente un po’ ovunque) e diffuse, volutamente, l’ideale della libertà e della democrazia fra i popoli assoggettati al Reich o alle altre monarchie assolutiste/illuminate, instillando quel germe della ribellione che esplose poi maturo coi Moti del XIX secolo, animati dalla nuova cultura che si andava diffondendo in Europa, con epicentro proprio a Parigi (la “ville lumiere”), dell’illuminismo e dell’anticlericalismo.

Il “background” storico-culturale di questa rivoluzione di pensiero e costumi aveva radici nei decenni precedenti, ossia nella ribellione dei sovrani europei alla pesante interferenza e tracotanza della Chiesa romana nei loro affari interni, ancorché nella polemica di natura politica sul cd. “giurisdizionalismo” e sull’istituzione dell’Indice ai testi dei grandi pensatori illuministi (giudicati eretici dai Gesuiti), che portò a molte scomuniche e condanne nei confronti di movimenti emergenti (giansenisti, massoni, illuministi), allo scopo di riproporre il dogma sull’infallibilità del Papa.

Argomenti che suonarono “vecchi” al tempo della prima grande industrializzazione inglese, che animò l’embrione del ceto che dominerà l’epoca moderna, la borghesia, spingendo parte delle élite dominanti ad abbracciare l’illuminismo o le altre forme di Cristianesimo non ortodosso (cd. “irenico” / “illuminato”) e a ridimensionare l’entità e la presenza della Chiesa negli stati cattolici europei.

Fatti che si accompagnarono ad altri fenomeni di ampio respiro, che cambiarono le cose in modo decisivo e tuttora persistente. In molti stati vennero avviate “riforme” di tipo amministrativo, per rafforzarne la burocrazia e la divisione dei poteri politici e sottrarli così al sovrano assoluto (“Leviathan“). La propaganda protestante del Nord-Europa si fuse con l’etica pseudo-cristiana dei “razionalisti” dando vita alle teorie sul progressismo, sul dominio della scienza e delle tecnica, sui diritti umani e sul cosmopolitismo. Era una rivoluzione copernicana, rispetto alle concezioni ecclesiali-tolemaiche e allo stile di vita tradizionalista che si promanava in tutta Europa sin dai tempi più antichi.

Tra le principali trasformazioni iniziate a fine Settecento citiamo: lo “stato moderno” sovrano e centralizzato, gestito dalle corti e dai burocrati, secolarizzato e liberale; l’economia capitalistica, dei commerci globali e dell’agricoltura meccanizzata; nuove forme di società dove prevalevano la mobilità, il pluralismo dei ceti, la tolleranza religiosa e di pensiero, i corpi sociali intermedi, la “sovranità popolare” e gli interessi dello stato; l’affermazione del “giuspositivismo” e del diritto statuale, in luogo degli antichi diritti romano e canonico; infine, il sempre maggiore utilizzo delle scienze e delle discipline tecniche nella gestione pubblica, l’istituzione delle scuole pubbliche e delle università laiche, lo sviluppo delle città quali “centri di potere” ove irradiare il civismo cosmopolita, l’urbanizzazione e l’immigrazione dalle campagne.

I frutti di questa propaganda si raccolsero in epoca post-napoleonica: infatti, se la Conferenza di Vienna aveva ripristinato la situazione politica ex-ante, stabilendo il principio di equilibrio fra gli stati, favorevole allo sviluppo del mercato continentale che tanto interessava alla Gran Bretagna, protetto da alleanze fra Imperi a difendere lo status-quo e la Cristianità (Defensor fide) dai Turchi, gli anni successivi assistettero a processi politici e sociali enormi, sui quali probabilmente agiva la mano esperta di qualche dinastia regnante…

Nel 1830 si resero indipendenti il Belgio, cattolico, liberato dai protestanti olandesi e da secoli di dominio diretto degli Asburgo, posto in mano alla dinastia tedesca dei Sassonia-Coburgo-Gotha (che regnava già anche in Sassonia e al fianco della Regina Vittoria in Gran Bretagna e in seguito anche in Portogallo e Bulgaria) e la Grecia, liberatasi dal giogo mussulmano (dopo quasi quattrocento anni!) grazie all’aiuto delle potenze cattoliche europee, che infatti poi misero sul trono un membro dell’antica casata dei Wittelsbach.

L’esempio ellenico spinse gli altri antichi popoli balcanici, sul finire dell’Ottocento, a ribellarsi al dominio del Sultano di Costantinopoli per ottenere l’indipendenza, così formando i nuovi regni di Romania, Bulgaria e Serbia. Anch’essi però divennero feudo delle casate tedesche dei Wettin e degli Hohenzollern, fra le più antiche feudatarie del Reich e detentrici dei giovani regni di Sassonia e di Prussia. Creati ad hoc da Napoleone nel 1806 all’interno della Confederazione del Reno, assieme a quelli del Württemberg (alla dinastia Urach), di Baviera (Wittelsbach) e di Hannover (Guelfi-Brünswick-Lüneburg): nomi che ritornano.

Già dalla fine del XVIII secolo d.C., l’Europa era sotto il controllo di poche dinastie di ascendenza germanica (anche i Romanov dal 1762 d.C. erano stati sostituiti dalla dinastia regnante in Svezia degli Holstein-Gottorp, ramo cadetto della casa di Oldenburg che teneva anche i troni di Danimarca e di Norvegia). Mentre delle antiche stirpi ‘italiane’ o franche sopravvivevano solo i Savoia e i Borbone, nonché gli Asburgo che potevano vantare una vaga ascendenza carolingia insieme ai Principi di Assia. Le dinastie etniche (visigoti/celtiberi, franchi, anglosassoni, scandinavi, slavi, lituani, russi, boemi, magiari, etc.) che avevano dato origine e forma ai rispettivi regni cristiani, erano ormai scomparse e le continue guerre dell’età moderna avevano stravolto il quadro politico europeo, trasformandolo in consesso di potere gestito da pochissime dinastie tutte imparentate fra loro (nel mio saggio lo definisco “club Europa”): un’oligarchia dinastica che ha guidato l’Europa negli ultimi secoli e l’ha condotta alla situazione attuale del cd. “Nuovo Ordine Internazionale”.

Il Congresso di Berlino (1884) fu la loro apoteosi, con la spartizione del mondo in “sfere di influenza” coloniali e dell’Europa in blocchi stabilizzati, utili solo ai disegni egemonici di von Bismarck. Il quale aveva condotto la Prussia a conquistare la libertà dagli Asburgo, fondando il Secondo Reich e creando il nuovo (bari-)centro del continente insieme all’Italia, aiutata a completare il suo processo di indipendenza dal dominio imperiale franco-asburgico, iniziato qualche tempo prima sotto la guida dei Savoia-Carignano.

Due importantissimi disegni politici che poterono realizzarsi nella situazione sociale e politica dell’Ottocento, intrisa di moti popolari e nazionalistici, del progressismo e della Rivoluzione industriale che ormai dilagava in tutta Europa, con trasformazioni economiche che condussero anche alla fine della “servitù della gleba” in Russia. Una condizione ideale per la nascita di nuovi soggetti sovrani, come il Liechenstein (retto dall’omonima dinastia), il Lussemburgo (in mano ai Orange-Nassau-Weilburg, ramo cadetti della dinastia regnante in Olanda), la Serbia (includeva Albania, Montenegro-Principato e Macedonia, in mano agli Obrenovic), il Principato di Monaco (famiglia Grimaldi) e la Repubblica di San Marino, di fondazione medievale.

Spariva definitivamente lo Stato della Chiesa, annesso al nuovo Regno d’Italia (1871), mentre la Polonia veniva spartita fra Russia, Prussia e Austria (1795), insieme alle future repubbliche baltiche, e si assisteva al cambio della dinastia regnante in molti stati (Danimarca, Grecia, Portogallo, Russia e Svezia). La Spagna viveva un lungo e difficile trapasso dai fasti dell’impero coloniale alla crisi dinastica dei Borbone, fino alla concessione di una Costituzione che diventerà un modello globale. Altra grande innovazione dell’epoca, infatti, furono le carte costituzionali o dei diritti civili e di libertà, “concesse” dai sovrani d’Europa per tenere buoni i popoli in rivolta, sobillati dalle massonerie, dal culto della borghesia e dalla trasformazione economica in atto. Che aveva fra i suoi pilastri la formazione dello “Zollverein”, l’embrione dell’attuale mercato unico europeo, ideato dal solito Napoleone, col quale però finiva la “grandeur” francese e la pretesa egemonia geopolitica sul continente iniziata con i Valois.

Argomenti tuttora attuali e su cui torneremo nei prossimi articoli.

Leggi l’Articolo precedente.

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

Le trattative e gli accordi fra Churchill e Stalin

Nel momento cruciale della Seconda Guerra Mondiale, due uomini si ritrovano soli in una stanza a decidere il futuro dell’Europa e del mondo intero: carteggio Churchil-Stalin scritto da uno dei due protagonisti, Winston Churchil, racconta eventi e retroscena della trattativa che divise il continente in “blocchi contrapposti”.

Quali sono i confini dell’Europa?

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Il processo di integrazione europea è ancora in itinere, anche perché i confini orientali dell’Europa Unita sono ancora incerti. Questo contributo dell’ISPI ci aiuta a capire meglio dove potrebbero collocarsi.

Quale Europa per il futuro?

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«L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…»: potrebbe essere un modo scanzonato per esorcizzare le paure che attanagliano tutti noi di fronte alla crisi abnorme, epocale e di difficile soluzione che si è abbattuta improvvisamente sul mondo nell’inverno scorso e che, probabilmente, continuerà per tutto il 2021 e oltre.

In realtà, il nostro mondo è in crisi da lungo tempo, soprattutto per ragioni di finanza pubblica e una “soluzione” era attesa già da anni e prevedibile da decenni, all’incirca da quando il modello bipolare di governance del pianeta è imploso, dando origine alle diverse “questioni internazionali” che ancora oggi aleggiano sul pianeta Terra.

A voler essere sintetici, tutto è cominciato con la “politica di distensione” attuata da Usa e Urss dagli inizi degli anni Settanta, quando le due ‘superpotenze’ vincitrici nella Seconda Guerra Mondiale, impegnate in un confronto totale che le aveva assorbite completamente, si ritrovarono in una profonda crisi di liquidità e di stabilità politica interna che le costrinse ad “abbassare le armi” e a concedere spazio alle potenze emergenti sullo scenario mondiale: la Cina, il Giappone, le cd. “tigri del Sud-Est asiatico”, il “mondo arabo” e l’Europa.

Nel volgere di pochi anni, infatti, la serrata competizione bipolare si è trasformata in governance concordata e paritaria, sancita urbi et orbi dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 e obbligata da alcuni accadimenti destabilizzanti per l’equilibrio internazionale.

In primo luogo, la crisi monetaria del Dollaro, che costrinse il Presidente R.Nixon a svalutare la divisa statunitense e a denunciare i trattati di Bretton Woods (agosto 1971); quell’atto seguiva alla sconfitta militare e diplomatica degli Americani in Vietnam, che fu il motivo dell’abbandono statunitense dello scenario del Sud-Est asiatico, con la “politica di triangolazione” intrapresa insieme a Giappone e Cina, che ottenne il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (ottobre 1971).

Conseguenza diretta della debacle del Dollaro e della fine del sistema monetario di cambi fissati impostato sulla valuta statunitense fu la “crisi petrolifera” (1973), che determinò la prima grande crisi economica dell’Occidente industrializzato nel dopoguerra, causata dalla rivolta dei paesi dell’Opec di fronte all’indifferenza dimostrata nella “guerra dello Yom Kippur” e verso il rilancio del fronte ‘pan-arabo’ guidato dall’Egitto contro la potenza israeliana, finanziata dagli Stati Uniti.

L’aumento del prezzo del petrolio consentì l’arricchimento e l’avvio dello sviluppo economico-militare dei paesi produttori arabi, i quali raggiunsero la leadership nel mercato petrolifero mondiale insieme alla superpotenza sovietica, ormai espulsa dallo scacchiere politico mediorientale, dopo aver già ridimensionato le sue mire egemoniche sul Sud-Est asiatico alla fine degli Anni ’60.

A quella grave crisi economica, gli Usa reagirono, con una politica estera “espansiva”: grazie agli “accordi di Camp David” (1978), rimettevano piede in Medio Oriente e lo pacificavano; la politica di riavvicinamento alla Cina consentiva, soprattutto, di riprendere la strategia di “containment” nei confronti dell’Urss; alla mancata ratifica dei Trattati Salt1 per il congelamento delle armi atomiche strategiche, seguirono l’appoggio alla rivoluzione khomeinista in Iran (novembre 1979) e al fondamentalismo islamico in Afganistan e in Pakistan, nonché la decisione di installare gli “euromissili” nei paesi alleati della Nato in Europa e di lanciare la “corsa al riarmo” nei primi Anni ’80, col Presidente R.Reagan.

Una strategia globale che nel lungo periodo portò all’implosione del sistema economico di “socialismo reale” e alla fine del blocco sovietico, e liberò gli stati dell’Europa orientale dalla “sovranità limitata” sopportata sin dal 1945: fu quello il momento che l’Europa aveva tanto atteso per ricostruire il sistema politico-economico andato definitivamente in pezzi col secondo conflitto mondiale e che si stava, lentamente, ricostituendo intorno alle Comunità europee.

Fondate a partire dal 1952, dai pochi stati democratici occidentali legati in modo stretto all’economia americana (“Piano Marshall”), si allargarono progressivamente agli altri stati sovrani europei, sempre a seguito di grandi crisi internazionali: infatti, la crisi economica di metà Anni ’70 spinse i paesi britannici e la Danimarca a entrare nella Cee, nonostante il loro sistema di interrelazioni economiche fosse molto efficace (Efta, costituita nel 1960 ora ha sede a Vaduz), seguiti dai paesi iberici e dalla Grecia (durante la vicenda degli euromissili), e subito dopo dagli stati neutrali posti al confine col blocco orientale (Austria, Svezia, Finlandia, anch’essi fuoriusciti dalla Efta), per accogliere, negli Anni Duemila, tutti gli stati orientali coinvolti dal dissolvimento del sistema sovietico, ad eccezione dei paesi balcanici.

La fine della “guerra fredda”, quindi, ha permesso a diversi player “regionali” (Cina, Giappone, Sud-Est asiatico, mondo arabo-mussulmano, Iran, subcontinente indiano ed Europa) di crescere e partecipare in prima persona al sistema politico-economico internazionale. Ma, inconsapevolmente, quella svolta ha generato i “mostri” che oggi tiranneggiano sull’umanità intera e che alimentano la più grave crisi globale che Storia ricordi: la “globalizzazione” del modello economico e del sistema di vita anglosassoni, intrisi dell’ideale del mercato auto-regolato e del libero scambio, della “finanza creativa” non asservita alle esigenze del sistema produttivo, del consumismo e del “progresso senza limiti”, della laicità assoluta nello stile di vita collettivo, dell’ideologia “modernista” e del distacco totale dalle tradizioni umane più antiche.

Ora che anche il modello di vita occidentale sembra in via di declino, messo in seria difficoltà da un virus “invisibile” mutante e pervasivo, la preoccupazione cresce, soprattutto, perché non ci sono idee chiare su come uscire dalla crisi generale o su chi possa guidare la ripresa, o la rinascita, del “sistema mondo” nel prossimo futuro.

Sperare sul nuovo Presidente statunitense, J.Biden, è prematuro e poco credibile, per via di una politica estera ereditata dal suo mentore, l’ex-Presidente B.Obama, che getta benzina sul fuoco dei vari scenari caldi del pianeta, sperando magari che una rivoluzione colorata o un colpo di stato risolva tutto.

Attendersi contributi decisivi dalle istituzioni di governance mondiale (Onu, Imf, Oms) appare irrealistico, non avendo saputo farlo nei decenni che ci hanno preceduto.

Ritenere, infine, che possano occuparsene le nuove potenze economiche dei cd. “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina o Sud Africa) è a dir poco prematuro. Tanto meno, si può credere che la soluzione giungerà da un altro pianeta.

In realtà, a ben vedere, forse una possibilità esiste: se è vero che la crisi è stata sempre favorevole all’integrazione europea (ricordando che anche la decisione di istituire la Ceca segnò l’epilogo del mancato accordo fra Usa e Urss sulla ricostruzione dell’Europa), potremmo ipotizzare che proprio l’Unione Europea possa approfittare dell’occasione per completare l’iter d’integrazione politica e, quindi, prendere sulle proprie spalle la “croce” della riorganizzazione dell’intero consesso mondiale guidando i diversi sistemi regionali verso un “Nuovo ordine internazionale” di tipo multipolare.

Nel quale siano esaltate le tradizioni e le differenze di natura culturale, religiosa, socio-economica e civile dei vari ambiti locali, e dove gli scambi e le relazioni fra regioni e stati del pianeta siano improntate ai principi di parità e di reciprocità. Appare evidente, infatti, oggi più che mai, che l’idea di una parte del mondo che domini sul resto dell’umanità (col rischio di scatenare conflitti atomici senza via di scampo) non abbia più senso e, soprattutto, non ha futuro.

Sarà necessaria, pertanto, un’opera diplomatica di grande tessitura che punti alla risoluzione delle varie crisi che attanagliano il mondo globalizzato (economico-finanziaria; scarsità delle risorse primarie e naturali, crescita demografica iperbolica; diversità religiosa, di stile di vita e culturale; militare e/o politico): ebbene, credo che l’Europa, anche per via di una certa “responsabilità storica” che dovrebbe assumersi nei confronti di tutte queste questioni, sia proprio il soggetto ideale e più idoneo a conciliare le parti del mondo e a ricomporre il puzzle dell’umanità.

Ma, affinché ciò accada, ossia per far si che l’Europa possa veramente giocare tale ruolo nella grande partita sul futuro della Terra, è necessario che si doti degli strumenti necessari. È fondamentale, perciò, che si trovino una formula politica e un modello istituzionale integrato che permettano di agire sullo scenario internazionale con sicurezza, rapidità ed efficacia, evitando così che sia nuovamente il resto del mondo a decidere il destino del “vecchio continente”. Perché non voglio nemmeno pensare che qualcuno, dalle parti di Bruxelles, di Berlino, di Parigi o di Roma, abbia già dato per persa la partita…

Questa è certamente una delle questioni più scottanti nell’agenda politica europea, lungi da una soluzione condivisa fra gli stati membri e, soprattutto, che sia accettabile agli occhi dei popoli e delle centinaia di milioni di cittadini europei che la abitano. Ricordando che l’antico brocardo “majestas populi” è sempre vivo ed inscritto in tutte le Costituzioni vigenti nei vari paesi europei.

Europa Unita, dunque. Si, ma quale? Di quale Europa stiamo parlando? A quale “anima europea” dovremmo far riferimento? Quale progetto politico e culturale adottare? Quali “radici” dovremmo recuperare e considerare? E quali sono i confini che meglio definiscono lo “spazio europeo”? Sono domande difficile, che gli Europei si pongono da molto tempo, a cui manca una risposta condivisa.

In parte, perché esistono decise posizioni contrapposte e inconciliabili in materia, in parte perché quando si parla di Europa ci si dimentica della sua storia millenaria, complessa quanto affascinante, ricca di esperienze uniche e di assoluto valore universale. Si preferisce pensare che il «passato è passato…», che bisogna «…guardare al futuro con speranza» e adeguarsi ad una situazione reale di gran confusione ma che, ineludibilmente, ci stia già guidando verso «la luce in fondo al tunnel».

Si tratta di frasi ripetute alla nausea, come mantra psichedelici che tentano di ipnotizzare le masse, con immagini evocative che pescano dal grande patrimonio culturale e ancestrale della nostra civiltà, di cui però ironicamente ci si vorrebbe sbarazzare. Dimenticando che ciò che siamo oggi è proprio il risultato del nostro lunghissimo passato e non soltanto dell’epoca moderna! Che l’idea di unificare l’Europa sul piano politico non appartiene soltanto al pensiero illuminista o alla visione laicista e progressista della vita!

Giunti alle soglie del terzo millennio dell’era cristiana, l’Europa dovrebbe aver compreso come la soluzione al problema dell’unità interna, e della corrispondente posizione unitaria esterna (si chiama “sovranità”, termine che a molti fa ribrezzo), non sia più una questione marginale, che possa riguardare soltanto l’“élite decidente” o gli esperti della scienza politica. Non è più soltanto un problema di “voto ponderato” o di competenze e procedure legislative ripartite: i cittadini, i popoli e i movimenti politici europei ribadiscono, ogni giorno, che l’Europa tecnocratica e asettica, anemica, così distante dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua cultura, che invece sono tuttora ben radicate nella società civile reale del quotidiano vivere, viene percepita come un qualcosa di distante da loro, come un “mostro” senza capo né coda e, quindi, senza futuro.

L’anno che verrà potrebbe essere anche quello decisivo per le sorti dell’Europa unita: oggi è una colossale costruzione di argilla che frana su sé stessa, sotto il suo peso, inerte di fronte alle proprie mancanze e all’instabilità delle basi su cui poggia. Serve un grande progetto che recuperi la sua idea originaria e tenga conto dell’immenso patrimonio culturale e storico di cui essa dispone.

Dopo aver studiato per anni il pensiero politico europeo, il senso storico dell’Europa che evolveva nei secoli in una esperienza di vita comunitaria senza eguali, il valore religioso, contribuito dal Cristianesimo, che permea e sostiene i principi essenziali del nostro modello di convivenza, ritengo che l’Europa possieda già gli strumenti più idonei a interpretare al meglio il proprio ruolo nel mondo: si tratta solo di riscoprirsi e apprezzarsi.

Soltanto guardando al passato e apprendendo con passione dalla propria antica tradizione, l’Europa potrà rivalutare sé stessa e divenire quell’esempio di civiltà e quello spazio di vita pacifico, ordinato e unitario, che da sempre desidera essere e che, ne sono certo, anche il resto del mondo non esiterà a imitare…

Trovate temi, vicende, personaggi e anche “segreti” dell’Europa che fu nel mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

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