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IL LUNGO SECOLO DELLA DISINTEGRAZIONE EUROPEA

moti 800

Ripercorrendo a ritroso nel tempo il cammino della storia europea, se nel XX secolo le due guerre mondiali hanno trasformato l’antico continente in uno degli scenari di geopolitica globale, sottoponendolo all’autorità internazionale delle due superpotenze e delle grandi organizzazioni universali, il “lungo secolo” che va dalla seconda metà del Settecento alla fine del XIX secolo aveva posto le base per la sua disintegrazione.

Questa affermazione che può sembrare illogica, facendo riferimento al processo di integrazione comunitaria di cui abbiamo parlato in un altro articolo (link), riguarda in modo diretto tutta quella che era stata la storia europea sin dalle sue origini. Infatti, se si rivolge lo sguardo all’antico passato e all’intero percorso millenario che i popoli europei hanno affrontato, s’intuisce immediatamente che l’epoca iniziata con la Rivoluzione Francese (che a sua volta seguiva gli esempi inglese e olandese) ha rappresentato il momento di rottura del processo evolutivo di integrazione europea.

Nel periodo che va dal 1760 circa al 1884 è talmente ricco di avvenimenti innovativi e stravolgenti che gli effetti li stiamo vivendo ancora oggi in tutta Europa.

Sul piano geopolitico, infatti, si ebbe il ritorno del “centro europeo” costituito dagli stati rinati di Germania e Italia (scomparsi alla fine del X secolo, inghiottiti dal Reich), a discapito del millenario Sacro Romano Impero la cui data di estinzione è il 1806, trasformatosi in Impero asburgico (sotto il diretto dominio della casata alsaziana) e nella Confederazione Germanica, per volontà di Napoleone I.

Personaggio che contribuì decisamente al “cambiamento” in atto, sia stravolgendo la cartina politica continentale, sia rompendo una serie di tradizioni millenarie di cui la storia europea precedente era ricolma: infatti, il piccolo generale corso, divenuto Imperatore al termine della tragica Rivoluzione popolare francese, mandò in soffitta in un colpo non solo l’antico Impero cristiano ma anche la Chiesa romana, il Regno di Napoli e di Sicilia, le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, il Palatinato del Reno e il Langraviato di Turingia (feudi di antichissima origine), nonché il giovane Regno dei Paesi Bassi e la Confederazione dei Cantoni svizzeri, annessi all’Impero dei francesi e trasformati in repubbliche popolari.

Inoltre, il Bonaparte apportò riforme al diritto civile europeo (tuttora vigente un po’ ovunque) e diffuse, volutamente, l’ideale della libertà e della democrazia fra i popoli assoggettati al Reich o alle altre monarchie assolutiste/illuminate, instillando quel germe della ribellione che esplose poi maturo coi Moti del XIX secolo, animati dalla nuova cultura che si andava diffondendo in Europa, con epicentro proprio a Parigi (la “ville lumiere”), dell’illuminismo e dell’anticlericalismo.

Il “background” storico-culturale di questa rivoluzione di pensiero e costumi aveva radici nei decenni precedenti, ossia nella ribellione dei sovrani europei alla pesante interferenza e tracotanza della Chiesa romana nei loro affari interni, ancorché nella polemica di natura politica sul cd. “giurisdizionalismo” e sull’istituzione dell’Indice ai testi dei grandi pensatori illuministi (giudicati eretici dai Gesuiti), che portò a molte scomuniche e condanne nei confronti di movimenti emergenti (giansenisti, massoni, illuministi), allo scopo di riproporre il dogma sull’infallibilità del Papa.

Argomenti che suonarono “vecchi” al tempo della prima grande industrializzazione inglese, che animò l’embrione del ceto che dominerà l’epoca moderna, la borghesia, spingendo parte delle élite dominanti ad abbracciare l’illuminismo o le altre forme di Cristianesimo non ortodosso (cd. “irenico” / “illuminato”) e a ridimensionare l’entità e la presenza della Chiesa negli stati cattolici europei.

Fatti che si accompagnarono ad altri fenomeni di ampio respiro, che cambiarono le cose in modo decisivo e tuttora persistente. In molti stati vennero avviate “riforme” di tipo amministrativo, per rafforzarne la burocrazia e la divisione dei poteri politici e sottrarli così al sovrano assoluto (“Leviathan“). La propaganda protestante del Nord-Europa si fuse con l’etica pseudo-cristiana dei “razionalisti” dando vita alle teorie sul progressismo, sul dominio della scienza e delle tecnica, sui diritti umani e sul cosmopolitismo. Era una rivoluzione copernicana, rispetto alle concezioni ecclesiali-tolemaiche e allo stile di vita tradizionalista che si promanava in tutta Europa sin dai tempi più antichi.

Tra le principali trasformazioni iniziate a fine Settecento citiamo: lo “stato moderno” sovrano e centralizzato, gestito dalle corti e dai burocrati, secolarizzato e liberale; l’economia capitalistica, dei commerci globali e dell’agricoltura meccanizzata; nuove forme di società dove prevalevano la mobilità, il pluralismo dei ceti, la tolleranza religiosa e di pensiero, i corpi sociali intermedi, la “sovranità popolare” e gli interessi dello stato; l’affermazione del “giuspositivismo” e del diritto statuale, in luogo degli antichi diritti romano e canonico; infine, il sempre maggiore utilizzo delle scienze e delle discipline tecniche nella gestione pubblica, l’istituzione delle scuole pubbliche e delle università laiche, lo sviluppo delle città quali “centri di potere” ove irradiare il civismo cosmopolita, l’urbanizzazione e l’immigrazione dalle campagne.

I frutti di questa propaganda si raccolsero in epoca post-napoleonica: infatti, se la Conferenza di Vienna aveva ripristinato la situazione politica ex-ante, stabilendo il principio di equilibrio fra gli stati, favorevole allo sviluppo del mercato continentale che tanto interessava alla Gran Bretagna, protetto da alleanze fra Imperi a difendere lo status-quo e la Cristianità (Defensor fide) dai Turchi, gli anni successivi assistettero a processi politici e sociali enormi, sui quali probabilmente agiva la mano esperta di qualche dinastia regnante…

Nel 1830 si resero indipendenti il Belgio, cattolico, liberato dai protestanti olandesi e da secoli di dominio diretto degli Asburgo, posto in mano alla dinastia tedesca dei Sassonia-Coburgo-Gotha (che regnava già anche in Sassonia e al fianco della Regina Vittoria in Gran Bretagna e in seguito anche in Portogallo e Bulgaria) e la Grecia, liberatasi dal giogo mussulmano (dopo quasi quattrocento anni!) grazie all’aiuto delle potenze cattoliche europee, che infatti poi misero sul trono un membro dell’antica casata dei Wittelsbach.

L’esempio ellenico spinse gli altri antichi popoli balcanici, sul finire dell’Ottocento, a ribellarsi al dominio del Sultano di Costantinopoli per ottenere l’indipendenza, così formando i nuovi regni di Romania, Bulgaria e Serbia. Anch’essi però divennero feudo delle casate tedesche dei Wettin e degli Hohenzollern, fra le più antiche feudatarie del Reich e detentrici dei giovani regni di Sassonia e di Prussia. Creati ad hoc da Napoleone nel 1806 all’interno della Confederazione del Reno, assieme a quelli del Württemberg (alla dinastia Urach), di Baviera (Wittelsbach) e di Hannover (Guelfi-Brünswick-Lüneburg): nomi che ritornano.

Già dalla fine del XVIII secolo d.C., l’Europa era sotto il controllo di poche dinastie di ascendenza germanica (anche i Romanov dal 1762 d.C. erano stati sostituiti dalla dinastia regnante in Svezia degli Holstein-Gottorp, ramo cadetto della casa di Oldenburg che teneva anche i troni di Danimarca e di Norvegia). Mentre delle antiche stirpi ‘italiane’ o franche sopravvivevano solo i Savoia e i Borbone, nonché gli Asburgo che potevano vantare una vaga ascendenza carolingia insieme ai Principi di Assia. Le dinastie etniche (visigoti/celtiberi, franchi, anglosassoni, scandinavi, slavi, lituani, russi, boemi, magiari, etc.) che avevano dato origine e forma ai rispettivi regni cristiani, erano ormai scomparse e le continue guerre dell’età moderna avevano stravolto il quadro politico europeo, trasformandolo in consesso di potere gestito da pochissime dinastie tutte imparentate fra loro (nel mio saggio lo definisco “club Europa”): un’oligarchia dinastica che ha guidato l’Europa negli ultimi secoli e l’ha condotta alla situazione attuale del cd. “Nuovo Ordine Internazionale”.

Il Congresso di Berlino (1884) fu la loro apoteosi, con la spartizione del mondo in “sfere di influenza” coloniali e dell’Europa in blocchi stabilizzati, utili solo ai disegni egemonici di von Bismarck. Il quale aveva condotto la Prussia a conquistare la libertà dagli Asburgo, fondando il Secondo Reich e creando il nuovo (bari-)centro del continente insieme all’Italia, aiutata a completare il suo processo di indipendenza dal dominio imperiale franco-asburgico, iniziato qualche tempo prima sotto la guida dei Savoia-Carignano.

Due importantissimi disegni politici che poterono realizzarsi nella situazione sociale e politica dell’Ottocento, intrisa di moti popolari e nazionalistici, del progressismo e della Rivoluzione industriale che ormai dilagava in tutta Europa, con trasformazioni economiche che condussero anche alla fine della “servitù della gleba” in Russia. Una condizione ideale per la nascita di nuovi soggetti sovrani, come il Liechenstein (retto dall’omonima dinastia), il Lussemburgo (in mano ai Orange-Nassau-Weilburg, ramo cadetti della dinastia regnante in Olanda), la Serbia (includeva Albania, Montenegro-Principato e Macedonia, in mano agli Obrenovic), il Principato di Monaco (famiglia Grimaldi) e la Repubblica di San Marino, di fondazione medievale.

Spariva definitivamente lo Stato della Chiesa, annesso al nuovo Regno d’Italia (1871), mentre la Polonia veniva spartita fra Russia, Prussia e Austria (1795), insieme alle future repubbliche baltiche, e si assisteva al cambio della dinastia regnante in molti stati (Danimarca, Grecia, Portogallo, Russia e Svezia). La Spagna viveva un lungo e difficile trapasso dai fasti dell’impero coloniale alla crisi dinastica dei Borbone, fino alla concessione di una Costituzione che diventerà un modello globale. Altra grande innovazione dell’epoca, infatti, furono le carte costituzionali o dei diritti civili e di libertà, “concesse” dai sovrani d’Europa per tenere buoni i popoli in rivolta, sobillati dalle massonerie, dal culto della borghesia e dalla trasformazione economica in atto. Che aveva fra i suoi pilastri la formazione dello “Zollverein”, l’embrione dell’attuale mercato unico europeo, ideato dal solito Napoleone, col quale però finiva la “grandeur” francese e la pretesa egemonia geopolitica sul continente iniziata con i Valois.

Argomenti tuttora attuali e su cui torneremo nei prossimi articoli.

Leggi l’Articolo precedente.

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare?

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L’Unione Europea è il più critico degli scenari di politica internazionale, in questa prima parte del XXI secolo, soprattutto in merito alla sua organizzazione futura. Perché oggi non si ha alcuna certezza sul modello che infine verrà adottato, essendo in atto una cruenta lotta ideologica che afferisce all’idea originaria di aggregazione comunitaria. E non è detto che alcuna delle proposte sul tavolo sarà quella infine realizzata. Quindi l’incertezza regna sovrana e tiene il mondo in suspance, dato che l’Europa è ancora una delle potenze economiche e militari globali.

Le prime opinioni sull’unificazione politica del “vecchio continente” cominciarono a circolare nel XIX secolo, sull’onda delle “rivoluzioni democratiche” franco-americane di fine Settecento e dei successivi “moti di popolo” che infiammarono l’Europa nella prima metà dell’Ottocento: certamente il movimento illuminista e le massonerie elitarie posero all’attenzione pubblica questo tema, che prese così il nome di “Stati Uniti d’Europa” per la prima volta espresso da V.Hugo nell’atto di promuovere la “fratellanza europea” (1899).

Ma solo dopo la Prima Guerra Mondiale la questione si fece concreta: con il “piano Kalergi”, elaborato da un nobile filosofo ungherese nei primi Anni ’20, si proponeva una cooperazione rafforzata fra gli stati europei gestita da un consiglio che votasse all’unanimità, che divenisse in seguito unione doganale e infine confederazione con pari dignità fra i membri, nel rispetto delle diversità culturali ed etniche degli stati aderenti, difesa da un esercito comune e unita da una moneta condivisa. È facile vedere in questi propositi tecno-burocratici il disegno dell’attuale Unione Europea, fondata col Trattato di Maastricht nel 1992 e riformata col Trattato di Lisbona del 2004.

Il progetto di Kalergi fu propagandato, allora, dal ministro agli esteri francese, A.Briand, in un discorso all’Assemblea della Società delle Nazioni nel 1929 (a lui si deve anche il fondamentale Patto Kellog-Briand del 1926, un accordo di pace globale che sancì il “principio di non aggressione”) e fu ripreso da W.Churchill nel 1943: costui tenne in mano le sorti dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, stabilì l’alleanza con gli Stati Uniti di F.D.Roosevelt che fu decisiva per vincere il conflitto, quindi disegnò il Nuovo Ordine Internazionale con i vincitori nella famosa Conferenza di Yalta, dove fu decisa la costituzione del “sistema delle Nazioni Unite”, ed infine divise l’Europa col famoso discorso sulla “cortina di ferro” (1947).

Il piano ungherese poté realizzarsi, però, solo dopo che furono poste le fondamenta economiche, ossia la formazione di un “mercato unico aperto” fra Europa e Nord America (secondo la tendenza liberista-globalista prevalente all’epoca nel mondo anglosassone) propinata dal professor M.Keynes, che per primo lanciò l’idea di un mercato integrato europeo di libero scambio, dove fossero banditi i dazi e gli aiuti statali alle imprese.
Egli fu anche l’autore del “New Deal”, il programma di riforme economiche che permise a F.D.Roosevelt di ricostruire gli Stati Uniti dopo la grande crisi finanziaria del 1929.

In verità, durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, erano emerse anche altre ipotesi concernenti l’unificazione del continente: una era il cd. “manifesto di Ventotene”, elaborato da diversi antifascisti comunisti, socialisti e anarchici esiliati sull’isola tirrenica e capeggiati da A.Spinelli, che proponevano una federazione «per un’Europa libera e unita» guidata da un parlamento comune e da un governo di tipo democratico, che passò alla storia come “mozione federalista (o europeista)”; cui si contrappose per lungo tempo quella cd. “funzionalista” (di area conservatrice), volta a mantener salve le prerogative di sovranità degli stati aderenti e propensa invece a una cooperazione politica mediata dal consiglio dei capi di stato e dei ministri (ossia la formula che regge l’UE ancora oggi).

La Seconda Guerra Mondiale aveva imposto all’agenda politica europea la necessità di evitare altri sanguinosi conflitti “fratricidi”, spingendo gli stati verso nuovi metodi di relazione: allo scopo, vennero istituiti il Collegio d’Europa, per formare le classi dirigenti del futuro in un’ottica “paneuropeista” (ancora esistente con sedi a Bruges e Varsavia), e il Consiglio d’Europa, volto a promuovere i principi della democrazia e dei diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni comuni ai vari problemi sociali che riguardassero il continente (con sede attuale a Strasburgo).

A questi, seguirono altri due fondamentali progetti promossi dagli Stati Uniti (che con l’avvento della “guerra fredda” erano divenuti i difensori della sfera occidentale), quali la Nato e il “piano Marshall” (1949): la prima è un’alleanza difensiva militare (tuttora esistente, con sede a Bruxelles), sorta per proteggere l’Europa dalle minacce belliche intentate dal “blocco sovietico”; l’altro fu un programma di spese correnti in dollari, messo in atto dalla potenza americana per favorire la ricostruire dell’intero sistema produttivo-economico europeo. Quando gli stati europei orientali decisero di starne fuori, sottomettendosi all’egemonia dell’U.R.S.S., i due progetti diedero vita all’U.E.O., trattato militare volto alla formazione di un esercito comune europeo occidentale (che però fallì nel 1953), e all’O.E.C.E., organismo mirato alla gestione degli ingenti aiuti statunitensi, trasformatosi nel 1961 in O.C.S.E. (tuttora esistente, con sede a Parigi), un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi sviluppati appartenenti a un’economia di mercato comune .

La situazione sembrava stabilizzarsi quando prese piede il processo d’integrazione europea nel 1952, per iniziativa della Francia quando propose all’antica storica rivale tedesca (ex-Germania Ovest) di mettere in comune le risorse di acciaio e di carbone per costruire un mercato unico ispirato alle regole del liberismo e in assenza di aiuti e sostegni finanziari pubblici alle imprese del settore (quindi riprendendo le idee di Keynes e del Piano Kalergi).

Si trattò di un compromesso, costruito sui principi di “pace e democrazia” che avrebbero dovuto sostenere il sodalizio, reso possibile dai leader politici d’ispirazione cristiana che in quel momento guidavano i principali stati occidentali (J.Monnet e R.Schuman per la Francia, K.Adenauer per la F.D.R., A.De Gasperi per l’Italia, P.H.Spaak per il Belgio) e diede vita alla C.E.C.A., primo embrione di un processo federalista retto dagli organi interstatuali (ossia, secondo il credo funzionalista).

Seguirono, nel 1957 la EUR.ATOM., per coordinare e condividere le ricerche nel campo dell’energia nucleare, e la C.E.E., il vero Mercato Unico senza barriere né dazi interni organizzato fra i sei stati fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux), che da quel momento avrebbero condiviso un percorso di unificazione economica e politica attraverso la realizzazione delle cd. “quattro libertà interne” e le politiche comuni e condivise.

Gestito dal Consiglio dei capi di stato e dei ministri (con sede a Bruxelles), da un Parlamento comune europeo (eletto per la prima volta nel 1979, con sede a Strasburgo) e da una Commissione di membri scelti dagli stati (con sede a Bruxelles) competente sui trattati, la cui tutela venne affidata alla Corte di Giustizia (con sede all’Aja), il processo di integrazione comunitaria è proseguito attraverso varie adesioni successive (Regno Unito, Eire, Danimarca nel 1974; Grecia nel 1981; Spagna e Portogallo nel 1986; Germania Est nel 1990; Finlandia, Svezia e Austria nel 1995; Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lituania, Lettonia, Cipro e Malta nel 2002; Romania e Bulgaria nel 2007; Croazia nel 2013) e varie riforme dei trattati: istituiti il Mercato Unico e la Cittadinanza Europea (Maastricht, 1992), si rese libera la circolazione interna (Schengen, 1997) e si coniò la moneta unica “Euro” (Amsterdam, 2001), stabilendo infine i Diritti primari comuni e le regole di adesione (Nizza, 2001).

L’iter fu completato a Lisbona nel 2007, con un trattato che riformava totalmente le istituzioni e i principi portanti della Comunità Europea (a seguito della fallimentare Convention del 2006 che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione Europea): da quel momento l’Unione Europea diventava un organismo internazionale federale burocratico, che ripartisce le competenze fra le istituzioni comuni e gli stati membri in virtù dei principi di sussidiarietà e democrazia adottando i diritti fondamentali della Carta di Nizza e le procedure di condivisione e di cooperazione fra gli organi comunitari stabilite dal trattato stesso, nell’ambito del procedimento legislativo.

Si è verificata così una svolta verso il vecchio Piano Kalergi, impostato su un modello tecnocratico che esprime le sue peculiari caratteristiche nei cd. “parametri di Maastricht” (con cui si vorrebbe tener sotto controllo le finanze degli stati membri) e nel sistema bancario unificato incorporato dalla B.C.E. (sede a Francoforte), che a sua volta ha imposto rigide regole al finanziamento e al credito cui sono sottoposte le banche europee e gli stati aderenti.
Queste ultime evoluzioni hanno creato non poche difficoltà, specie nei casi di crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, nonché coi cd. “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) considerati stati spendaccioni e inefficienti dal club rigorista/austero del nord Europa (che ruota attorno alla potenza germanica), e infine nella crisi bancaria-finanziaria del 2008, riaccendendo il dibattito fra “euroentusiasti” ed “euroscettici” e mettendo in dubbio il processo di integrazione politica europea.

Su cui gravano anche la mancata creazione di un sistema di difesa e di politica estera comune, l’assenza di una qualsivoglia coesione politica in merito ai temi già “comunitarizzati” da tempo (quali l’agricoltura o il commercio col resto del pianeta), per non parlare dell’assoluta dissonanza di intenti sui temi dell’immigrazione e della politica fiscale.

Tenendo conto di quanto sopra esposto, considerato che il processo in atto nasce da idee/progetti concepiti ormai due secoli fa, vista la situazione politica internazionale attuale in gran fermento, in prospettiva al “sistema onusiano di governance” nato nel secondo dopoguerra e ormai in fase declinante, si potrebbe prendere in esame altre possibilità di proposta per la futura “Europa Unita”.

Infatti, assunzioni ritenute inossidabili sembrano adesso vacillare, di fronte alla realtà dei fatti e alle numerose contraddizioni attuative rispetto ai pur validi principi fondativi (si pensi ad esempio alla messa in pratica della solidarietà fra gli stati membri…), mentre i popoli e le nazioni europee sembrano voler tornare protagoniste della Storia: forse, sarebbe il caso di riprendere in considerazione argomenti messi da parte da tempo, quali ad esempio le radici o le origini etniche, culturali e storiche dei popoli e degli stati che oggi compongono non solo l’U.E. ma, soprattutto, l’Europa geopolitica.

Del resto, il pensiero umano è sempre in evoluzione e spinge il cambiamento sociale e umano, che in alcuni momenti storici diventa un “passaggio” obbligato fra un paradigma e quello nuovo sul quale si strutturerà il nuovo mondo. E a giudicare dagli eventi più recenti, oggi sembra proprio di vivere uno di quelli…

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