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LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA È INIZIATA CON ALESSANDRO

Alessandro

Negli articoli precedenti ho invitato i lettori e gli esperti della storia dell’integrazione europea ad allargare l’orizzonte sulla prospettiva del passato e ad andare ben oltre il XX secolo dell’era volgare. Perché le origini del processo di unificazione europea sono collocate addirittura nell’età pre-cristiana.

Se oggi molti non sanno chi sia stato Alessandro “detto il magno” è perché abbiamo perso ogni contatto col nostro passato più antico, nonostante ci circondi tuttora con molte testimonianze, e con la nostra cultura tradizionale. Che andrebbe invece recuperata, se vogliamo ancora garantire un futuro all’Europa.

Anche perché nell’epoca delle “polys” (πόλις in greco), ossia diversi secoli prima della venuta di Gesù “detto il Cristo”, si possono ritrovare molti degli aspetti che costituiscono, nel vero senso del termine, le fondamenta della nostra civiltà attuale. Mi riferisco in maniera specifica al concetto della “democrazia”, cui dovrebbero informarsi l’Unione Europea nonché tutti gli stati europei attuali, della “libertà”, che ultimamente scarseggia nelle nostre lande, e della “unione” di fronte ad un nemico comune, cosa che sembra invece del tutto sparita dalla nostra esperienza recente.

Se ho intitolato il mio saggio “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” non era solo per sfruttare le regole del marketing (che oggi domina qualsiasi scelta, persino di carattere politico): nella mia ventennale ricerca sulle radici del nostro continente, ho capito che la nostra storia è iniziata appunto più di tremila anni orsono (nei prossimi articoli andrò più a fondo su questo punto) e ha iniziato ad essere la “storia dell’integrazione europea” intorno al V secolo a.C., in Grecia.

Proprio in quello stato massacrato negli ultimi anni da una crisi economica nata in un altro mondo (negli Stati Uniti) e propagatasi all’intero pianeta a causa del sistema finanziario-monetario odierno, che invece molti secoli fa riuscì a fronteggiare una minaccia intuitivamente più pericolosa, ossia l’invasione dei Persiani, ad arrestarla e persino ad annientarla, appunto con l’avvento del monarca macedone Alessandro.

Nei fatti, nel 499 a.C. iniziò la grande operazione di conquista della penisola ellenica, che rappresentava la naturale estensione del già vastissimo impero achmenide: nato con Ciro I “detto il grande” (uno degli “unti” di Dio) e giunto con Dario I, suo genero e usurpatore del trono in accordo con l’aristocrazia persiane, ad occupare tutta lo spazio fra i fiumi Indo e Syr Darya in Oriente (la cd. “Aryarta”) e il basso corso del Danubio in Occidente (ossia tutta la Tracia), fino al limitare del Nilo a Sud (quindi nell’antico Regno d’Egitto, di cui portava la corona di Faraone).

Guardare alla Grecia era nell’ordine delle cose per un impero che dominava su tutte le civiltà conosciute del tempo, da quella egizia all’indo-iranica, dall’assiro-babilonese agli antichi insediamenti anatolici e siriaci. Nell’immenso dominio di Dario I (che ora si faceva chiamare “Re dei re” e agiva come un “sovrano supremo” per conto del Signore-Dominus) si parlavano innumerevoli idiomi (così che i Greci li identificarono col termine βάρβαρος, ossia coloro che parlano lingue incomprensibili) ma si doveva adorare il Re “divino e giusto”, non solo perché rappresentava il Padreterno celeste e fautore della verità e della giustizia, ma anche perché gli Achmenidi vantavano una discendenza divina, appunto, nientemeno che dal mitico eroe Perseo, il fondatore della civiltà micenea. Motivo in più per annettere all’impero “universale” anche la terra d’origine della sua dinastia…

In realtà, gli antichi erano uomini concreti e attenti agli aspetti importanti della vita. E non poteva sfuggire ai Persiani, che per quanto fossero considerati truci e barbari sfoggiavano una grandiosa antichissima cultura, quanto fosse bella, ricca e civilizzata la società greca, in particolare quella ateniese: dove proprio in quel’epoca erano comparsi i principali uomini di pensiero e di arte, che segnarono la storia e la civiltà europee nei secoli a venire.

Per citarne alcuni: Eschilo, drammaturgo e poeta, padre universale della tragedia che veniva rappresentava negli antichi teatri greci, di cui conserviamo diversi esempi anche in Italia; Erodoto, storico e politologo, considerato già dagli antichi il maestro della Storia, che cercò di spiegare proprio le cause delle Guerre Persiane; Fidia, colui che trasformò la scultura e l’architettura in opera d’arte ispirata dalla divinità; infine Parmenide, uno dei primi filosofi greci che cercarono di comprendere la Natura e la Verità dell’Essere eterno, attraverso l’osservazione e la meditazione.

Sarebbe stato solo l’inizio di una civiltà nuova fondata sullo spirito di indipendenza (col tempo venne definita libertà), di intraprendenza e di comunanza dei Greci. Che divennero nei secoli i “maestri” e l’esempio del bello, del giusto e del vero per tutti i popoli entrati a pieno titolo nella storia dell’integrazione europea, nei millenni a seguire fino ai giorni nostri. Proprio quello spirito che le diverse e numerose città-stato elleniche seppero contrapporre al pericolo dell’invasione, che avrebbe annesso la Grecia all’immenso regno totalizzazione orientale.

A guardarla col senno di poi, la sfida militare era già segnata: la massa indistinta di fanti e cavalieri approntata da Serse per conquistare l’Hellas non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere le truppe di opliti spartani, la ricca flotta ateniese, le antiche orgogliose genti guerriere achee e tebane. Infatti, si susseguirono le clamorose pesanti sconfitte dei Persiani a Maratona (490 a.C.), alle Termopili e a Salamina (480 a.C.) e infine a Platea (479 a.C.), che pose fine al conflitto e le basi della definitiva indipendenza dei Greci dall’impero persiano.

Ma la superiorità dei Greci stava soprattutto nel loro incredibile spirito di sacrificio per la “patria”, che portò i famosi “300 spartani” a fronteggiare per giorni le truppe persiane sul passo delle Termopili, già consci della loro fine di indomiti eroi-leoni. Fu così anche per Megara, sacrificata per salvaguardare il Peloponneso, Corinto e Argo, sola a difendersi da due milioni di soldati persiani, la cui polvere sollevata in marcia era visibile dalla navi ateniesi che a Salamina affondavano la flotta nemica. Infine, a Platea dove il coraggio dei Tegeati ruppe gli indugi attendisti e permise di respingere l’assalto del nemico, dando via alla clamorosa ecatombe dell’esercito persiano.

Le ripetute sconfitte sul campo nascevano da una evidente superiorità militare e strategica dei Greci, che infine imposero un accordo ai rivali d’oltremare: i quali non avrebbero più dovuto attaccare le antiche città greche sulle coste anatoliche, che da quel momento quindi potevano considerarsi indipendenti dall’Impero, e nemmeno avrebbero potuto più oltrepassare il limite dell’Ellesponto, ossia quel tratto di mare che divide geograficamente l’Europa dall’Asia, né inviare navi da guerra nel Mar Egeo o nel Mar Mediterraneo orientale. Di fatto, veniva disegnato il confine ideale fra il mondo greco-occidentale e quello persiano-orientale, fra l’Europa e l’Asia.

Iniziava, perciò, in quel momento, dal mio punto di vista, la storia d’Europa e la storia dell’integrazione europea: se da un lato, infatti, i Persiani erano costretti ad ammettere l’esistenza di una forza politico-militare sovrana a Occidente (che peraltro da tempo aveva già colonizzato gran parte delle coste settentrionali del Mar Mediterraneo e del Mar Nero), dall’altra questa civiltà in via di sviluppo avrebbe dato vita ad un “nuovo mondo” e un nuovo ordine internazionale, in un continente di cui si conosceva ancora ben poco ma che molti chiamavano già “Europa”, in onore al mito antico e ad un sogno della dea Afrodite.

Tempo dopo questa florida civiltà ispirata dagli Dèi Olmpiadi, dal libero pensiero, dal gusto del bello e della verità, dallo spirito di Odisseo di Achille e di Ercole, decise che l’epoca dell’impero persiano era terminata e iniziava quella ellenistica: fu Alessandro III Re di Macedonia a convincere i popoli greci che era possibile allargarsi a Oriente a discapito della decadente potenza achemenide (anch’egli vantava origini divine e ad un certo punto iniziò a farsi definire “figlio di Zeus”), conducendoli alla conquista di tutto il mondo conosciuto (“Oykumene”, dal greco οίκουμένη) per soggiogarlo.

Fu un’impresa degna dì un popolo e di una civiltà superiori, capace di credere nei sogni e nell’aldilà, nel proprio spirito e nella Fortuna. Consapevoli della propria forza militare, culturale e spirituale, i Greci partirono e giunsero sulle rive dell’Indo e degli altri fiumi che delimitano il mondo ariano antico, segnando la svolta decisiva per la storia dell’integrazione europea e dell’intera umanità.

Rileggi gli altri articoli precedenti: Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare? Quale Europa per il futuro? il lungo secolo della disintegrazione europea

LA PASQUA NELLA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

Pasqua cristiana

Oggi i Cristiani di tutto il mondo festeggiano la Pasqua della Resurrezione del Cristo. Una ricorrenza annuale celebrata da quasi duemila anni, ossia da quando Gesù di Nazareth è venuto per annunciare il messaggio di amore e di vita eterna per tutti coloro che lo avrebbero creduto. Un evento che ha cambiato per sempre la Storia umana e la storia dell’integrazione europea.

Il termina Pasqua deriva dall’ebraico pesach, tradotto pascha in aramaico, e sta ad indicare il ricordo della fuga dall’Egitto e della liberazione del “popolo di Dio” dalla soggezione al Faraone. Fatto raccontato nel Vecchio Testamento e divenuto il punto di svolta della storia degli Israeliti: la loro guida, Mosè, scelto da Yaweh a tale scopo, compì una serie di prodigi dinnanzi al Sovrano d’Egitto, che rappresentava il potere regale e divino in Terra, dopodiché guidò le dodici tribù di Israele fuori dal Regno degli Egizi, dapprima nel Sinai, quindi in Palestina.

In quel frangente, Dio raccomandò ai suoi fedeli di segnarsi col sangue dell’agnello, nella notte in cui sarebbe passato a portare la morte fra gli Egizi. Dopodiché intimò loro di ripetere ogni anno la cerimonia in ricordo, col sacrificio e il pasto dell’agnello senza avanzarne. Rito che in parte venne integrato nella celebrazione della Pasqua dei Cristiani (in parte debitori/eredi del culto ebraico), quando tradizione vuole che si mangi carne d’agnello per rinnovare l’Alleanza con Dio attraverso il sacrificio.

Infatti, la Pasqua cristiana ricorda la resurrezione di Cristo, atto d’instaurazione della Nuova Alleanza fra gli uomini e Dio per l’avvento del suo regno in Terra, avvenuta dopo la passione di Gesù e il suo passaggio di iniziazione/purificazione. A differenza della festa ebraica, questa celebrazione non è stata imposta da Dio o da Cristo ma fu definita dal Concilio dei Vescovi nei primi secoli del Cristianesimo, composta dall’Ultima Cena, dalla Via Crucis e dalla Messa di Resurrezione (o rinascita) di Gesù. La data non è fissa ma dipende dal ciclo naturale degli astri: nella prima domenica dopo il plenilunio di Primavera, corrispondente all’Equinozio (che secondo alcuni era la vera data di nascita del Nazareno, il quale per altri invece non è mai esistito).

Qui si apre un grande tema, che è quello della storicità dei fatti raccontati dal Nuovo Testamento, in particolare dai quattro Vangeli canonici: trattandosi di testi antichi e conosciuti sin dai primi decenni dopo la morte di Gesù, per la gran parte degli storici sono considerati documenti originali e quindi attendibili. Gli autori sarebbero alcuni Apostoli o Discepoli del Cristo, quindi suoi contemporanei, che avrebbero lasciato un ricordo scritto di quegli eventi incredibili, avvenuti in un angolo sperduto dell’Impero Romano. Che ha sempre documentato ogni atto pubblico, ma di quell’episodio non ha conservato tracce… Del profeta Yoshua si parla anche nel Corano, nonché in altri cd. “vangeli apocrifi” e in innumerevoli scritti antichi sopravvissuti al rogo della Biblioteca di Alessandria e alla censura del potere. Per cui non resta che crederci, oppure no.

In ogni caso, rimane importante la similitudine fra la Pasqua ebraica (di cui peraltro si hanno tracce solo nella Bibbia…) e quella cristiana: per i primi, era il guado del Mar Rosso quale “passaggio alla liberazione”, abbandonando il vecchio per una nuova vita sconosciuta alla ricerca della Terra Promessa; per i Cristiani, diviene il passaggio alla “nuova vita” grazie al sacrificio dell’Agnello di Dio (Agnus Dei), morto in croce per la salvezza di tutto il genere umano, che tornerà per salvare i credenti e portarli nel Nuovo Regno in Terra. Questa fu la credenza dei Cristiani per duemila anni e fu la concezione alla base di tutta la storia dell’integrazione europea.

Il Messiah di Nazareth è detto anche “uomo pesce” (Ichthys in greco): era una figura dell’antica tradizione mediorientale, quella dell’uomo “unto da Dio” per governare il suo regno. Divenne il simbolo dei primi re cristiani, da Clodoveo I dei Franchi unto con l’Ampolla Santa dal Vescovo San Remigio di Reims, un rituale ripetuto per tutti i sovrani francesi fino alla Rivoluzione Francese. Fu anche il primo esempio di un mito europeo, come lo era la figura del pesce, il simbolo dei primi Cristiani perseguitati, poi ripreso dal ciclo bretone nel “Re-Pescatore” che deteneva il segreto del Graal e lo trasmetteva ai suoi discendenti, e infine ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Questi erano dodici, come gli Apostoli di Gesù nel’’Ultima Cena, altro rituale di iniziazione alla religione cristiana in cui la comunità dei fedeli si divide il corpo (pane) e il sangue (vino ) di Gesù Cristo, «in sua memoria».

Fu l’atto fondativo di una religione incentrata sulla “resurrezione del Figlio dell’Uomo” e sulla missione di evangelizzazione delle gentes nel mondo (cd. “gentili”): questa fu la storia dell’integrazione europea e del Cristianesimo per duemila anni, interpretata e ricordata sia dalla liturgia pasquale del Cristianesimo, sia dall’arte e dalla cultura europea per secoli. Per tutta l’età medievale e buona parte di quella rinascimentale, infatti, le vicende narrate nella Bibbia, i suoi personaggi e le simbologie afferenti, sono divenuti il soggetto unico dell’intera produzione artistica/culturale europea, di cui conserviamo quasi tutto ancora oggi. Si pensi, ad esempio, all’affresco “Ultima Cena” di Leonardo.

Ma si potrebbe parlare anche delle “reliquie pasquali”, usate in età medievale per rinsaldare la fede ed erigere templi cristiani tuttora esistenti: dalla “Vera Croce” ai chiodi della crocifissione, dalla “Lancia di Longino” al volto della “Veronica”, fino al sudario della “Santa Sindone”. Con Giuseppe d’Arimatea, che raccolse “il sangue di Cristo” nella coppa divenuta il Graal, ha inizio un’altra ricca tradizione legata al culto celtico del vaso e della pietra magica (filosofale), che ebbe un’enorme importanza nella storia dell’integrazione europea. Dalle prime missioni dei monaci itineranti irlandesi, che attraversarono l’Europa Occidentale per convertire i barbari (dalla fine del V secolo d.C.) e posero le fondamenta della nuova chiesa cristiana, fra quelle gentes che non erano mai state romanizzate.

Esistono altri aspetti connessi alla Pasqua cristiana, di cui parlo nel mio saggio.
Gesù fu arrestato per aver sobillato il Tempio di Gerusalemme e venne condannato dal Sinedrio del Tempio per essersi fatto passare per “figlio di Dio” e aver predicato per anni diversamente dalle Scritture. Fu infine crocifisso dai Romani per sedizione, con un cartello che lo additava a “Re dei Giudei”: cosa narrata dalle Sacre Scritture, dove egli risulta un discendente in linea diretta, sia per parte di madre che di padre, di Davide, il primo Re di Giuda e di Israele “unto dal Signore”, della tribù di Giuda. Gli appartenenti alla “Casa di Davide” (Sion) sono ancora oggi tenutari del titolo regale, nonché capi della comunità ebraica mondiale, nell’attesa della venuta del messiah ebraico.

Perché gli ebraici non hanno mai riconosciuto Gesù nel redentore atteso e predetto dal Vecchio Testamento, motivo per cui ne imposero lo condannarono a morte ai Romani, i quali non avendo validi argomenti per farlo, alla fine, lo giustiziarono per aver sobillato la folla ed essersi presentato come “re del mondo”, in antagonismo al Divus Caesar regnante nell’Imperium Romanum.

Questo tema divenne centrale nella guerra fra i Cristiani e i pagani durante i primi secoli del Cristianesimo, fino alla conversione di Costantino e alla trasformazione dell’impero in teocrazia, assumendo la missione di diffondere l’Evangelo e di difendere la Ecclesia: fu il compito principale dell’Imperatore dei Cristiani dal 391 fino alla sua scomparsa, nel 1919, tramandato nei secoli col rito dell’incoronazione e dell’unzione a Roma. Rituale che richiamava direttamente la figura di Cristo e segnò l’intero corso della storia dell’integrazione europea. Nel ricordo della Pasqua eterna.

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L’Europa deve recuperare il suo patrimonio culturale

teatro greco

In questi giorni di grave lutto, nel pieno di una lotta senza armi contro un nemico oscuro e ancora poco conosciuto, il Covid-19, un virus sulla cui provenienza e natura siamo tuttora incerti, costretti a inocularci costosi vaccini dubbi, il popolo italiano ha riscoperto il senso della famiglia e delle più tradizionali e folkloristiche abitudini, facendo ricorso all’immenso bagaglio culturale che conserva e mantiene ancora vivo da millenni.

La pandemia che ha colpito in particolare l’Occidente, non è la prima della Storia e (ci avvisano…) non sarà l’ultima: la Natura che ci circonda e di cui siamo “ospiti” è foriera da sempre di calamità e pericoli contro i quali la specie umana è sovente in difficoltà, perché impreparata o semplicemente indifesa, obbligata quindi a trovare rimedi per sopravvivere.

È un meccanismo, questo, che gli scienziati chiamano “evoluzione” e serve agli uomini (sia come individui che in gruppi sociali organizzati) per migliorarsi e diventare più capaci nell’affrontare gli imprevisti della vita terrena e nel proporsi quindi nuove mete ambiziose e perigliose. L’uomo ha appreso da tantissimo tempo che, un po’ come la gazzella e il leone nella savana, ogni giorno deve trovare il modo di sopravvivere ai pericoli che la vita gli oppone e inventarsi nuovi metodi per rendersi l’esistenza più piacevole, comoda, significativa. E fatalmente, come recita un mantra che circola spesso negli ultimi tempo, l’uomo è costretto a uscire dalla sua “comfort zone” per darsi una opportunità di sopravvivenza, di crescita, ossia di evoluzione.

Nei momenti di crisi esistenziale, l’essere umano ricorre alle sue risorse più profonde e ancestrali, che gli provengono dalla memoria inconscia o dalla cultura più antica che ha conservato. E quindi riscopre abilità e conoscenze che, probabilmente, derivano dall’esperienza più remota, oppure si affida agli affetti più intimi o a quel senso di “amor patrio” che sembra riempire il cuore cantando l’inno nazionale o guardando un video sulle acrobazie delle Frecce Tricolori. Sono tracce del nostro antichissimo passato che riemergono nel “momento più buio” e, senza nemmeno accorgersene, ci guidano e ci accompagnano verso la soluzione del problema e l’accrescimento della nostra consapevolezza.

In realtà, è come se conoscessimo già ogni cosa, avessimo una risposta già scritta nella nostra mente o iscritta nel nostro animo. A tali conclusioni era giunto Platone diversi secoli prima di Cristo, ritenendo che le idee che albergano nella nostra mente, in realtà, hanno origini altrove, nell’aldilà, nella grande saggezza degli Dèi e nella sapienza spesso dimenticata, che costituisce la più preziosa eredità degli antenati.

Il passato ritorna sempre, dunque. Anche se siamo proiettati verso le più inimmaginabili possibilità che il progresso tecnico possa offrirci, in realtà, sembra che compiamo un viaggio a ritroso nel tempo, nella nostra memoria, verso le nostre origini: rivolti verso l’infinito (l’omega), ci ritroviamo fatalmente al punto di origine (l’alfa).

Per esempio, tornando alla stretta attualità, si è ricominciato a parlare di “eroi” che si sacrificano per il bene di tutta la comunità. Un concetto che nell’epoca moderna è stato accantonato, perché troppo connesso all’età arcaica dei guerrieri e degli “esseri divini” che riempiono l’epica e la mitologia classica indoeuropea. Oppure ricorre a quei rari esempi di persone che hanno donato la loro vita per una causa superiore e comune, per costruire qualcosa di nuovo e duraturo, per porre le fondamenta di un nuovo paradigma di vita.

Ma chi sono in realtà gli eroi? Riscoprendo, appunto, il nostro bagaglio culturale, i primi furono senza dubbio GLI Argonauti, un team di personaggi mitologici di estremo valore fra cui eccellevano Ercole e i Dioscuri: oltre all’impresa di recuperare il “vello d’oro” della fortuna tanto caro a Ermes, nel viaggio di ritorno intrapresero la circumnavigazione dell’Europa, che per alcuni autori antichi corrispondeva all’area balcanica-italica, mentre per altri interessava l’intero spazio geografico che noi, oggi, identifichiamo con il nostro continente delimitato a Oriente dalla Pianura Sarmatica e ad Occidente dall’Arcipelago Britannico.

Quindi, quegli eroi classici greci iniziarono a delineare la dimensione della nuova terra emergente, che la dea Afrodite aveva riconosciuto in sogno come “la terra promessa” degli Europei. Un’eredità che dobbiamo al mito e alla cultura ellenistica, che fu per secoli il punto di riferimento di tutte le civiltà dell’area mediterranea e dei nuovi popoli che essi incontravano nei loro viaggi commerciali e nelle missioni di colonizzazione. Ecco, pertanto, che il percorso dell’evoluzione dell’Europa era già delineato: una solida cultura di base da diffondere nel mondo, la ricerca di nuovi spazi da occupare per poi integrarli nella civiltà della madrepatria, il senso degli affari e dell’avventura per spingersi oltre la comfort zone (esponente eccellente di tale attitudine fu certamente Odisseo).

Vennero poi i Romani: sebbene più rozzi e sedentari dei Greci, ne ereditarono presto la conoscenza e la tradizione religiosa, li sostituirono nel controllo dell’area strategica del Mare Nostrum e ne proseguirono la missione civilizzatrice verso l’Europa continentale e settentrionale. Un popolo votato all’amor patrio, che si incarnava nel culto per la dea Roma e dell’Augustus, ma anche ad una spinta innata a superare le comodità derivanti dal potere e dalla ricchezza puntando verso nuove mete, spesso pericolose come si rivelarono essere la Britannia o la Germania, ad esempio.

Il contatto con quei mondi era avvenuto e la storia medievale tracciò l’evoluzione del continente nel segno della religione cristiana e del mito degli antichi e dei classici. Infatti, senza ricorrere al senso di appartenenza ad una famiglia di popoli con origine comune, seppure frazionati in tribù stanziali in luoghi ben definiti, e alle tradizioni culturali più antiche e ancestrali che facevano riferimento al culto delle origini della stirpe o della terra (la Scizia), la comunità europea configuratasi stabilmente a partire dal V secolo d.C. a occidente della Pianura Sarmatica e del Bosforo non avrebbe potuto sopravvivere. Ogni popolo o tribù europei era consapevole della sua ascendenza divina, così come della sua appartenenza ad una famiglia più ampia di gentes che condividevano miti, culti e lingue simili. In questo humus fertile, fu facile per il Cristianesimo attecchire e trasformare l’Europa del Medioevo nel cd. “Regno di Cristo” abitato dal “popolo di Cristo”.

Su quelle basi, gli Europei acquisirono una dimestichezza strutturata con la relazione fra il potere politico e la legittimazione di natura religiosa, proveniente dalle antiche tradizioni greche, romane, celtiche, germaniche o slave: così, le figure del vescovo o del monaco itinerante, come del rex e del cavaliere cristiani, divennero decisive per fare il salto di qualità ed evolversi verso la forma di una comunità omogenea e integrata. Quale fu appunto il conglomerato complessivo di regni, marche e città che componevano la cd. Res Publica Christiana intorno al XIV secolo d.C.

Gli Europei, intanto, avevano fatto esperienza di convivenza prolifica con la Natura, sviluppando eccellenti tecniche agricole, sfruttando appieno le energie dei corsi d’acqua o i materiali disponibili, costruendo borghi, strade, monumenti e palazzi, migliorando i mezzi di navigazione e di trasporto. Sostenuti da un innato senso del commercio e dell’avventura che non è mai venuto meno e che fu utile a disegnare nuove rotte terrestri o marittime, transitanti attraverso nodi strategici dei porti e delle fiere che sorsero numerosi un po’ ovunque, lungo la rete di comunicazioni e trasporti ideata anticamente dai Romani.

Essi fecero esperienza anche delle pandemie, che in più occasioni portarono la morte e la disperazione durante il lungo Medioevo, ma li spinse anche a cercare nuovi rimedi medicinali e a migliorare la dieta e lo stile di vita. Dopodiché, lo spirito di Odisseo tornò a dare fuoco all’animo degli Europei, che iniziarono ad affrontare lunghi viaggi in tutte le direzioni, non tanto per necessità quanto per quel bisogno di superare la comfort zone che spesso si trasforma in avventurismo e senso di sopravvivenza. Sempre sotto la protezione e la guida degli Dèi, ispiratori delle migliori imprese e nascondendo agli umani il senso ultimo del viaggio, ma lasciando loro l’opportunità per crescere, evolversi, guadagnare in consapevolezza e divenire più coscienti.

Tutto questo ebbe una brutta battuta d’arresto con la crisi religiosa scatenata dalla Protesta, che se da un lato trasformò l’Europa in un poliedro riverberante, dall’altro scatenò tremende guerre che si protrassero per secoli, fino alla metà del XX dell’era volgare, quando gli Europei si ritrovarono sull’orlo dell’estinzione. E ancora una volta fecero ricorso al proprio antico bagaglio sapienziale, culturale e religioso ed ipotizzarono di poter costruire insieme una comunità unita e integrata.

Non è un caso se proprio in questi giorni, a Bruxelles, i capi di stato e di governo europei tornano a parlare di fare un passo in avanti nel percorso di unificazione continentale e nel processo evolutivo rispetto al rapporto con la Natura e alle possibilità di sopravvivenza che essa offre. Sebbene oggi il pericolo sembra essere un virus invisibile, in realtà il vero problema riguarda la finanza e l’antico desiderio del profitto. Probabilmente, gli Europei dovranno nuovamente uscire dalla comfort zone in cui si sono accomodati negli ultimi decenni e riscoprire le loro antiche origini, il rapporto diretto col divino, il senso profondo di appartenenza ad una matrice originaria e il valore della politeia.

Infatti, da alcuni anni il dibattito politico europeo ha preso a considerare le banche quali la causa principale della perdurante crisi economica in corso, nel bene e nel male. In particolare, si è rimessa in discussione l’indipendenza degli istituti finanziari centrali dal controllo politico, cosa che alcuni vorrebbero garantire senza “interferenze” degli organi statali o comunitari sul merito delle politiche bancarie sul credito o sul debito pubblico. Non vi è dubbio che il tema sia delicato e di primaria importanza, proprio oggi che l’Unione Europea si appresta a varare un immenso e inedito piano di aiuti pubblici alle economie degli stati aderenti (Recovery Fund), in gran parte volti a sviluppare la cd. “economia verde e circolare”, e a volerne guidare il destino.

Si tratta di una prospettiva che ci riguarda tutti, imprenditori, consumatori o semplici cittadini: sia perché ha a che fare con i prossimi decenni di attività economica e sociale interna, sia perché tocca direttamente anche i valore della nostra moneta comune, l’Euro, che dovrà continuare a confrontarsi con le altre divise contabili globali (Dollaro, Sterlina, Yen, Renmimbi, etc.), soprattutto nei mercati delle risorse energetiche e delle materie prime, dove si combatteranno le guerre del futuro.

Le polemiche susseguenti all’introduzione della valuta comunitaria, nel 2001, nell’intero mercato comune europeo, che rimane ancora il più ricco e ambito al mondo, hanno imputato proprio all’Euro la gran parte delle difficoltà incontrate dall’economia europea negli ultimi vent’anni, aggravata dalle diverse crisi finanziarie globali e dall’attuale contrazione dovuta al blocco delle attività per il Covid19. Molti ritengono che la forte perdita del potere d’acquisto subita dai consumatori europei (“iper-inflazione”) con l’introduzione dell’Euro, seguita dalla bolla del mercato immobiliare degli anni 2010, cui è seguita la crisi globale dei “subprime” e infine il “credit cruch” sulle imprese più piccole, per non parlare del “bailout system” introdotto con la crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, abbia infine portato le famiglie a indebitamenti su livelli elevati, ben oltre le loro reali possibilità di rimborso. Mentre oggi gli stati europei sono costretti ad aumentare a dismisura i debiti sovrani per fronteggiare il crollo dell’economia europea…

Tutto casuale? Tutto imprevedibile? Tutto estraneo al management della finanza?

Probabilmente, no. In questi anni è stata attuata la rivalutazione delle rendite catastali, si è elevata l’aliquota Iva sui consumi, si è tenuto il tasso sconto dell’Euro su livelli superiori al suo valore reale di mercato, penalizzando l’export europeo per garantire una posizione più forte alla valuta stessa nei mercati internazionali. Il ossequi al cd. “modello di Triffin”: che vuole moneta forte, dominio dei commerci, esercito potente e un ruolo politico centrale nel mondo. Un modello “imperialista”, attuato nel corso della Storia dall’ex-Impero britannico a partire dalla metà del XIX secolo, nonché dagli Stati Uniti dal secondo dopoguerra in avanti. Entrambi fallirono per una crisi monetaria (la Sterlina venne svalutata nel ’32, il Dollaro nel ’71). Ed è un modello affine al “monetarismo”, la teoria economica che vuole la moneta quale unica leva per controllare i tassi e l’inflazione e, quindi, la produzione e l’occupazione di un’economia. I suoi dogmi principali sono: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico, l’incidenza della finanza sulle dinamiche produttive e il liberismo assoluto nelle dinamiche del mercato.

Si tratta di una visione che contrasta non poco con la tradizione europea che vede nella moneta un “mezzo di scambio”, e non certo una merce o una variabile indipendente del sistema economico. Da che mondo è mondo, la banca ha sempre avuto lo scopo di finanziare l’impresa oppure, specie in epoca rinascimentale, gli stati in guerra. Nacque proprio in quell’epoca la cattiva abitudine di fare enormi debiti pubblici verso i banchieri privati (del Banco, Függer, Bardi, Grimaldi, Rothshild, fra i più famosi), per finanziare i conflitti di potere o imponenti riforme socio-economiche interne. Poi, la “Rivoluzione industriale” (fine Settecento) trasformò l’economia in “capitalistica”, sempre più bisognosa di denaro per funzionare. Da quel periodo, le banche si svilupparono e s’irrobustirono e vennero istituite le prime banche nazionali, mentre il “conio” e il “diritto di signoraggio” rimasero una prerogativa del Re e dello Stato, com’era sempre stato sin dalle epoche più antiche. Oggi, invece, l’UE ha cambiato strada e si è avventurata sulla via dell’emissione di Euro condizionata alle decisioni della BCE, trasferendo così la “sovranità finanziaria” dagli stati membri alla banca centrale comunitaria.

Oggi l’istituto centrale monetario europeo immette denaro nel mercato con lo scopo dichiarato di controllare l’inflazione, indipendentemente dai programmi di politica economica degli stati o della stessa UE, con la malcelata intenzione di inseguire obiettivi di dominio globale senza alcun controllo pubblico, ossia del “popolo sovrano”. È un tema che si sta rivelando ostico e decisivo anche nella partita del Recovery Fund e degli altri strumenti finanziaria che l’UE sta mettendo in campo per affrontare la crisi pandemica e sostenere il piano politico della Commissione per i prossimi sette anni.

Temo che gli Europei dovranno abbandonare la tana sicura del monetarismo e puntare su antiche consolidate prassi, oppure inventare nuove strategie di finanza pubblica per sostenere sia i grandiosi piani pluriennali di economia programmata elaborati dagli organi centrali dell’UE, sia le politiche locali di sviluppo e rilancio messe sul tavolo dagli stati membri. La nave in questo momento non ha vento in poppa e di fronte alla tempesta finanziaria che incombe, il rischio di affondare è concreto. Il viaggio degli Europei verso il loro destino è ancora lontano dalla meta. La crisi esistenziale che stiamo vivendo farà una selezione. La Natura stabilirà le nuove regole del gioco sul pianeta Terra. Nessuno potrà sopravvivere seguendo idee ormai superate. Ma forse troverà la via d’uscita tornando a considerare quelle eterne, della sapienza divina, o quelle consone, della tradizione millenaria.

Argomenti trattati anche nel saggio intitolato STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, scritto da Roberto Amati, cui questo blog e il sito è dedicato.

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