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7-2022 L’ENERGIA E L’EUROPA

energia

 

È senza dubbio l’Energia il tema principale dell’Agenda UE da qualche tempo in qua, avendo scalzato la vicenda della guerra in Ucraina sebbene sia a essa connessa: issues collegati alla storia dell’integrazione europea nonché all’agenda politica internazionale, che riguardano senza dubbio il futuro dell’Europa e pertanto il progetto di Europa Unita.

La situazione attuale non sembra inaspettata, anzi. Le autorità comunitarie da tempo lavoravano a una transizione energetica che passi attraverso le fonti alternative e la riduzione delle forniture di gas dalla Federazione Russa, Infatti, se nel febbraio 2021 si pose il problema di rendere le abitazioni europee più adatte ad un futuro “verde” e all’uso del gas pulito, a ottobre dello stesso anno si decideva il futuro sulle risorse energetiche in un incontro di vertice con gli Stati Uniti a Pittsburg, mentre già a settembre l’UE teneva una conferenza sul fotovoltaico e a dicembre si presentava all’Expo di Dubai col progetto basato sull’idrogeno. Last but non least, il Consiglio UE del 16 dicembre scorso fu convocato d’urgenza per affrontare i primi aumenti dei prezzi dell’energia, mentre a marzo del 2022 decideva lo stop all’import del metano russo (il cui prezzo però non è aumentato molto da allora).

Prezzo che, formato in un sistema di mercato libero, dovrebbe dipendere dall’incontro della D/O, mentre invece quello fissato quotidianamente ad Amsterdam, collegato alla borsa delle materie prime di Chicago, non è propriamente libero da influenze ed ingerenze dei potentati globali. I quali, evidentemente, riescono a stabilirne i prezzi in modo arbitrario: siamo quindi di fronte a un trust che, di fatto, manda in fallimento il cuore ed il motivo fondante dell’Europa Unita, ossia il mercato unico europeo. Contro ciò ci si dovrebbe difendere non solo a chiacchiere e proclami ma coi fatti e, soprattutto, “ristorarndo” i consumatori finali per i danni ingenti subiti a causa di un clamoroso market failure. Volendo tralasciare quello della politica…

Al proposito, leggendo il programma dell’attuale Commissione UE (ossia il piano “Green Deal”) si apprende che esso trasformerà l’Europa in un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e dunque competitiva nel mercato globale, aumentando ancor più la potenza economica a livello planetario. Tutto ciò, per ovviare principalmente al rischio derivante da cambiamenti climatici e degrado ambientale. Il piano pone un limite temporale al 2050 (quando forse saremo già tutti morti…) e indica che la crescita economica sia dissociata dall’uso delle risorse (?). Infine, finanzia una quota di circa 1/3 del budget del bilancio settennale 2021-2027 allo scopo.

Fra le misure proposte, la riqualificazione energetica degli edifici, l’utilizzo di fonti pulite e rinnovabili e l’innovazione tecnologica pulita d’avanguardia. Si afferma così di voler avviare un processo di transizione ecologica/energetica su scala europea (di cui però non si vede nemmeno l’ombra). E dire che il Governo italiano attuale ha persino istituito un dicastero dedicato a questa missione…

In essenza, l’UE vuole ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra e procedere alla completa “decarbonizzazione” del sistema energetico: aspetto che, senza voler sembrare un “trumpiano”, dimentica come l’Europa abbia avviato la sua “gloriosa” Rivoluzione Industriale proprio sfruttando gli ingenti giacimenti propri di carbone per muovere i macchinari dell’epoca, per riscaldare gli ambienti e per produrre l’energia elettrica, quando è sopraggiunta la Rivoluzione Elettrica a inizio XX secolo d.C.. A cui è seguita la Rivoluzione Informatica/Elettronica degli Anni Ottanta che, oggi, obbliga cinquecento milioni di Europei a dipendere totalmente dall’uso di una risorsa sempre più scarsa e costosa.

Proprio il contrario di ciò che il piano strategico dell’UE vorrebbe realizzare, garantendo l’approvvigionamento energetico sicuro e a prezzi accessibili. Anche sviluppando un mercato interno dell’energia pienamente integrato, interconnesso, digitalizzato. Ossia esattamente il contrario di quel che è la borsa elettrica di Amsterdam…potenziando lo sviluppo del settore delle energie pulite ottenute dalle fonti rinnovabili. E qui cade tutto e si ritorna alla Storia d’Europa.

Perché, infatti, quali sono le fonti rinnovabili (anche dette “alternative” al carbone e al petrolio)? Proprio quelle che gli Europei hanno utilizzato nei millenni per tenere in piedi un sistema civile, prima ancora che economico, e militare che ha raggiunto e superato nel corso dei secoli le altre civiltà terrestri molto più antiche e progredite. Ma lo vedremo meglio più avanti.

Stranamente, nel piano di transizione non si parla minimamente di energia solare: ciò è davvero curioso, se si pensa che l’Europa è collocata sul 45° parallelo, da millenni la fascia più fertile della Terra, proprio grazie alla nostra stella, dove ha potuto attecchire l’agricoltura importata dai popoli che migrarono in Europa nel Neolitico. Peraltro, non c’è alcun cenno alla fonte geotermica, nonostante possediamo tutta la tecnologia sufficiente a produrla. E le biomasse sono citate, saltuariamente, sebbene l’Europa sia il principale generatore di scarti alimentari dai processi agricoli e agro-alimentari, per non parlare dei rifiuti industriali e urbani biodegradabili.

Quello di cui parla il Green Deal è una maggior integrazione delle reti elettriche e degli oleodotti già esistenti, in modo da connettere le grandi sfere regionali europee del Nord, del Baltico, dell’Occidente, dell’Oriente e dell’area mediterranea, dove sono già presenti importanti infrastrutture internazionali. Inoltre, propone lo sviluppo della “Smart Greed” nelle abitazioni e negli uffici pubblici allo scopo di integrare meglio le fonti rinnovabili e ottimizzarne i consumi generali, sfruttando le grandi “highway elettriche” che trasportano l’energia da un capo all’altro dell’UE. Infine, si mira alla riduzione dell’uso del gas metano per abbattere l’aumento di calore e di emissioni pericolose per l’uomo dal settore energetico: a questo punto in particolare è dedicata una strategia adottata dalla Commissione UE a dicembre 2021.

La quale afferma che l’Europa ha un enorme potenziale energetico naturale e rinnovabile, grazie ai 5 bacini marini che può sfruttare sia rispetto al vento, che alle maree: tanto da ambire a diventare leader mondiale nel settore eolico, posto al centro del Green Deal, ed emanare quindi una specifica strategia per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili offshore, per collegarle alla terraferma.

Verrebbe da dire: «nulla di nuovo sotto il Sole!». Visto che gli Europei utilizzano la forza dell’acqua o del vento da sempre, per muovere navigli di vario tipo, produrre energia cine-meccanica e utilizzarla nei procedimenti di coltivazione o di trasformazione del cibo. Probabilmente Don Quichotte sarà esterrefatto all’idea che, oggi, noi vogliamo allearci ai mulini a vento. Mentre Ulisse ci maledirà per voler utilizzare la forza dei mari a nostro vantaggio. E i polders olandesi ripenseranno all’immensa fatica fatta per strappare la propria terra alle acque per utilizzarle nell’organizzare la propria società. Perché, è bene ricordare che stiamo parlando di “controllare” le forze della Natura, illudendosi di non subirne delle conseguenze.

Il punto del dibattito politico e scientifico sul tema è: meglio continuare sulla strada dell’inquinamento da fonti fossili oppure cercare di utilizzare le fonti rinnovabili in modo sostenibile? Una quaestio che non ha solamente peso economico o etico, rispetto ai valori europei, ma ha a che fare in toto con la politica internazionale e i relativi rapporti di forza fra i soggetti politici globali.

Da questo punto di vista, se l’UE vuole davvero diventare autocratica in materia di fonti energetiche, non ha grande senso distaccarsi dalla fornitura di gas dalla Russia, per divenire dipendente da quello statunitense. Che peraltro è di peggior qualità, costa di più e impone nuovi investimenti in tecnologie di afflusso, che non recupereranno quelli attuati per realizzare le varie pipelines provenienti dall’Asia.

Un’alternativa energetica su cui la Commissione punta decisamente è l’idrogeno, che dovrebbe così creare un mercato di produttori e una rete comune necessari a perseguire la svolta decisiva del Green Deal, verso la transizione energetica del continente.

L’obiettivo è di integrare le reti di trasporto delle diverse fonti in una hub centrale distribuita a tutti i soggetti consumatori pubblici e privati, gestendo i flussi attraverso un IT system capace di ottimizzarli e controllarne i volumi. Ma gli aspetti poco chiari di questo progetto sono molti, a cominciare dall’effettiva disponibilità della risorsa stessa (si parla di importarla da appositi campi installati nel Maghreb e saremmo punto a capo…), e non ci sono al momento deadlines indicate.

La realtà da affrontare vede l’Europa essere il più grande importatore di energia al mondo (ma anche di altri prodotti), acquistando ben il 55% del suo fabbisogno da oltre confini, quasi interamente sottoforma di petrolio e gas o di altri estratti fossili. Mentre ¼ dei consumi interni di energia sono garantiti dalla fonte nucleare sviluppata dai singoli stati membri dell’UE (nonostante sia ancora in funzione l’Euratom, uno dei milestones del processo d’integrazione europea…), che però comporta il gravoso problema delle scorie radioattive (perché non spedirle sulla Luna con un apposito progetto ESA?).

In questo caso, la politica estera che si vuole realizzare, sia nel settore dei commerci internazionali che in quello militare difensivo, dipende dal modello economico che si preferisce: mantenere in piedi l’attuale modello “globalizzato” costruito sui mercato liberi e aperti, e allora l’Europa non può dire no al gas russo! Oppure si pensa invece di ridisegnare l’approccio strategico complessivo dell’UE, puntando alla piena autodeterminazione politica ed economica? Questa scelta avrebbe ovviamente conseguenze dirette anche sul modello di Difesa unica europea e sui relativi costi necessari.

Tornando alla storia dell’integrazione europea, l’Europa in linea di massima è sempre stata assai autonoma sulle materie prime, sia energetiche che minerali che agricole, eventualmente scambiandole col resto del “mondo conosciuto”. Prima di iniziare ad appropriarsene con la forza o con i capitali nell’epoca degli imperi coloniali. La svolta avvenne con l’avvento della transizione industriale ed elettrica, che ha spostato il fulcro del potere reale economico-finanziario, e dunque militare-politico, negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo d.C. (mentre Cina, India e Persia/Iran sono sempre state potenze globali da millenni, a differenza del mondo arabo e della Russia). Nel momento in cui la Gran Bretagna prese a estendere i suoi interessi all’America e agli altri “dominions” sparsi sul pianeta, le cose cambiarono drasticamente ed in peggio per l’Europa: perché, anche se vi fu progresso della conoscenza tecnico-scientifica e gran sviluppo economico, oggi ne paghiamo appieno le conseguenze. E ore che con la “Brexit”, i cugini d’oltremanica ci hanno abbandonato al nostro destino, sarebbe il caso di riprenderselo in mano.

Bisognerebbe pertanto occuparsi anche del lato Domanda, provando a ridurre i costi energetici nella sfera pubblica e a cambiare le abitudini di consumo dei cittadini: che non vuol dire soltanto imporre tagli e contenimenti nella vita quotidiana (come proposto in modo anche ridicolo dalle autorità politiche), ma soprattutto adottando uno stile di vita meno consumistico e più consono alla tradizione continentale.

Ciò che è davvero insopportabile è il sentir dire, dalla casta politica che ha provocato questo disastro, che i cittadini-contribuenti dovranno “pagare il prezzo” dei loro errori e misfatti! Perché di ciò stiamo parlando, riguardo sia alla crisi ucraina che a quella energetica, che a sua volta ha scatenato un’iper-inflazione che non si vedeva in Europa dai tempi della Repubblica di Weimar. Se nel mercato più ricco, sviluppato e ambito al mondo, immerso nella società dell’informazione e totalmente elettrificato, vengono a mancare l’energia e l’intelligence nei sistemi decisionali, la colpa non può essere certo addossata ai cittadini che lavorano, pagano le tasse e rispettano le leggi!

Dalle origini della storia dell’integrazione europea, fino alla seconda metà del XVIII secolo d.C., gli Europei sono sopravvissuti sulla Terra senza bisogno di tecnologie energivore o di diete alimentari che provocano obesità e gravi patologie. C’erano molte meno risorse disponibili per tutti, ma tutti ne potevano usufruire, forse anche perché erano maggiormente distribuite rispetto a oggi. Gli Europei si muovevano a piedi o a cavallo (chi poteva permetterselo) oppure utilizzando navigli/carrozze altrui. Si scaldavano con la legna o col carbone (e non in tutta Europa) e illuminavano casa coi lumini a olio, accesi solo quando servivano. Non esistevano né elettrodomestici né computer, ci si parlava a voce, incontrandosi di persona e guardandosi negli occhi, e non erano necessari robot o protesi meccanico-elettroniche da cui dipendere.

La vita era essenzialmente connessa al lavoro svolto, quasi sempre nei campi o in bottega e non in quelle cattedrali energivore che producono un’infinità di cose inutili, ed alla fortuna di non beccarsi malattie, contro cui non erano disponibili cure ma nemmeno gli odierni costosissimi ospedali energivori, mentre gli acquisti di derrate o altri prodotti avveniva nei mercati o direttamente col baratto, senza necessità di iper o super negozi energivori. A volte viene da chiedersi dove ci abbia portato realmente il progresso.

La svolta nella storia d’Europa avvenne proprio quando, con lo sviluppo dei servizi bancari e finanziari a sostegno dei flussi commerciali e di import/export, in gran crescita nell’età moderna, vi fu il passaggio dal modello antico-medievale tradizionale a quello attuale, industrializzato, meccanizzato e automatizzato, quindi elettrificato e profondamente consumistico e distruttivo (ne parlo nella Parte IV del Libro- vedi il Sommario).

Oggi l’Europa, che vanta uno dei maggiori P.I.L. al mondo, perlopiù prodotto dai settori dei servizi avanzati e della finanza, nonostante una geografia economia in gran parte ancora rurale e una cospicua politica comunitaria dedicata (P.A.C.), affronta la crisi epocale dovuta al Covid-19 e all’energia con una strategia (vedi l’Agenda strategica UE 2021-2027) che punta tutto sul “Green Deal”, sull’Euro digitale per il futuro e investendo molto nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Nella speranza che i principi della libera impresa e di concorrenza, che da sempre han garantito l’integrazione del mercato comune europeo, vengano ancora rispettati insieme ai diritti liberali dei cittadini Europei.

Finora, lo sviluppo degli scambi commerciali e del capitalismo globale non han portato al miglioramento della qualità dei beni disponibili, né tantomeno del loro prezzo, continuamente crescente come dimostra l’andamento sfavorevole del potere di acquisto dell’Euro ed il suo deprezzamento rispetto alle altre valute mondiali. C’è, dunque, qualcosa che non funziona più nel sistema complessivo economico-produttivo europeo e la crisi energetica è la spia che ci avverte del malessere. Le politiche UE, incentrate sulla logica dei commerci aperti e dell’economia sviluppata spinta dalla ricerca tecnologica, non sembrano essere più sufficienti a contenere gli eventi, cosicché le istituzioni europee ricorrono ad escamotage per raggirare le norme e i trattati comunitari su cui si basa la forza del modello Europa Unita.

Giunge così, annunciata, la notizia che Gazprom smetterà di rifornire l’UE di gas nei prossimi giorni, spingendo ulteriormente l’acceleratore sulla crisi generale fra la Russia e l’Occidente, che si risolverà solo quando si sarà messo un punto alla delicata ed eterna questione del confine orientale dell’Europa. La sfida è tosta e mette gli Europei di fronte al proprio destino: che fare dunque ? Cedere? Proseguire sulla strada dell’indipendenza? Trattare? Continuare a farsi scudo degli Stati Uniti o evolvere a vera potenza militare?

La decisione non può che essere comune e tener conto sia delle prospettive di crescita economica dell’UE nei prossimi anni, sia della vena solidaristica che da sempre ha caratterizzato il processo di integrazione europea. Se il price cap può essere una valida risposta “di mercato” (a patto che però non si compensino gli speculatori con altri miliardi di debito in Euro!), la successiva mossa sarà quella decisiva: il tempo stringe e la Commissione non sembra disporre di soluzioni pronte e ideali, tantomeno coerenti col piano Green Deal. Quanto alla BCE, ormai abbiamo capito da tempo che non è la leva finanziaria che servirebbe all’Europa Unita per emanciparsi, quello strumento conciliante con le politiche comuni europei e il valore della moneta unica.

Suggerisco di chiedere aiuto alla vasta cultura che ci perviene dall’antica storia dell’integrazione europea dei popoli e delle nazioni che oggi formano l’UE.

 

Per comprendere meglio questo articolo è utile consultare le APPENDICI al Libro prodotte dall’Autore, che trovi nel Catalogo, e le Cartine Storiche De Agostini allegate al saggio.

 

Ti invito a leggere anche questi Articoli collegati all’argomento, raccolti nel Blog dedicato all’Europa:

Come nasce e cosa potrebbe diventare l’Unione Europea

Quale Europa per il futuro?

L’Europa deve recuperare il suo patrimonio culturale

L’economia nella storia dell’integrazione europea

Ultimo importantissimo Consiglio Europeo dell’anno (Agenda)

Il nucleare per l’integrazione europea: una storia che si ripete (News)

L’Europa promuove l’idrogeno all’Expo di Dubai (Agenda)

A Pittsburgh si decide il futuro dell’Europa! (News)

Conferenza Europa sul fotovoltaico per il futuro (Agenda)

Green Deal” europeo: obiettivo continente a impatto climatico zero (Agenda)

Per conoscere il libro

STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI

storia dell'integrazione europea

 

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