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ROMA E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA

Augusto

Nell’articolo precedente ho indicato come punto d’inizio della storia dell’integrazione europea la lotta per l’indipendenza dei Greci dalla minaccia persiana-orientale, che permise di stabilire un confine all’Europa e farne quindi un soggetto politico autonomo.

Certamente, in età precristiana il continente europeo era ancora una landa in gran parte disabitata, sommersa dai mari o ricoperta di ghiacciai e foreste secolari, quasi del tutto ignoto alle civiltà mediterranee che invece già da millenni popolavano le coste dei “mari caldi” del Sud.

Una delle regioni a maggior densità abitativa era la penisola italica, dove da almeno un migliaio di anni convivevano alcuni popoli dall’origine distinta o comunque poco nota. Tutto l’arco appenninico aveva visto l’insediamento dei cd. “popoli italici”, figli della Antigua Mater adorata un po’ ovunque, perlopiù adusi alla pastorizia e alla forgia dei metalli, dove convivevano con gli Etruschi, dominatori del Mar Tirreno che da loro prendeva nome, con i coloni della Magna Grecia nel Meridione, con gli Illiri e i Veneti sulle coste adriatiche e con i Celti nella Pianura Padana.

Leggenda vuole che in mezzo a quelle civiltà andarono a insinuarsi altre etnie di vaga origine dorica, ossia i Romani, i Latini e i Sabini: proprio queste tre gentes si unirono, nel V secolo a.C. a costituire la Res Publica della città-stato di Roma, mediante il Foedus Cassianum (496 a.C.). Un trattato che stabiliva un accordo di lungo periodo per amalgamare i tre gruppi sociali e politici intorno alle figure dei Magisteres e dei Consules (gli amministratori annuali degli affari interni), nominati e coordinati dal Senatus Patricius, in rappresentanza delle famiglie che avevano fondato Roma nel 735 a.C., e dai Concilia Plebis, l’assemblea dei cittadini-soldato del Popolus.

Questa organizzazione del potere, che rispecchiava la struttura sociale divisa fra la ricca aristocrazia terriera (Optimates) e la massa dei contadini/artigiani (Populares), resse le sorti di Roma fino all’avvento dell’Impero Cristiano nel V secolo d.C.! Nella prima classe erano incluse le Gens patrizie che conosciamo dalla storiografia e dalla letteratura classica romana, mentre nel secondo gruppo vi entrarono tutti i popoli e le tribù che Roma, di volta in volta, sconfiggeva e sottometteva.

Perché l’Urbe romana fu, sin dall’inizio della sua storia, città militarista e impegnata ad espandersi in tutte le direzioni, a discapito delle civiltà e dei popoli che trovava nel suo incedere. Nei primi tempi, Roma era circondata da numerose tribù italiche, collocata al centro di un mondo antico spartito fra la talassocrazia cartaginese, la forza coloniale greco-macedone, la potenza economica etrusca e la pervasiva civiltà celtica.

Dopo essersi costituita in repubblica (509 a.C.), liberandosi del giogo etrusco, alleata ai socii che di volta in volta federava con trattati di pace o di amicizia, Roma divenne il fulcro della potenza militare più famosa della Storia umana. Infatti delle sue Legio si parla da sempre, sia in termini romanzeschi, sia per l’incredibile capacità bellica e di organizzazione e logistica, studiata ancora oggi nelle principali Scuole di Guerra del mondo. Poiché in ogni contingente militare si univano coese le varie parti sociali e politiche, che sul campo di battaglia combattevano fianco a fianco proteggendosi l’un l’altro nel nome e per la gloria romana (S.P.Q.R.).

Non mancarono certo le sonore sconfitte, quali quella subita dai Celti Senoni che aprì la strada al sacco di Roma del 390 a.C. operato dal condottiero Brenno. Episodio che segnò per sempre la coscienza romana: come in occasione dell’invasione dei Cartaginesi guidati da Annibale, che dopo aver debellato le ultime legioni a Canne (216 a.C.) si apprestava ad invadere la città indifesa. Mentre rimase indimenticata la debacle alle Forche Caudine (321 a.C.), quando l’astuzia e la migliore conoscenza del territorio consentirono ai Sanniti di accerchiare e umiliare le truppe romane.

Un’abilità dei Romani era quella di apprendere lezioni dalle avversità e saper trovare la soluzione geniale per superarle. L’altra era quella di alternare l’uso di diplomazia e diritto alla guerra, riuscendo così a fronteggiare nemici pericolosi/sconosciuti, prima di poterli definitivamente sottomettere. Insieme all’insuperabile strategia militare, sia nella tattica in battaglia, sia nella prassi difensiva/offensiva, furono gli elementi che portarono Roma a sottomettere tutte le civiltà mediterranee sotto la sua legge, il suo potere militare e il suo ordinamento amministrativo.

E una volta annessi alla Repubblica Romana, tutti i popoli italici, greci, illirici, epiroti, macedoni, etruschi, liguri, sardi, siculi e cartaginesi (in pochi decenni nel II secolo a.C.), i Romani consolidarono i domini attraverso i commerci, la rete stradale e la disposizione delle legioni nei diversi siti di un vasto territorio, che ormai andava dal Mar Nero allo Stretto di Gibilterra. L’accresciuta ricchezza sbarcata nei porti di Anzio o di Brindisi, diretta verso l’Urbe Aeterna, spinse quindi i Plebei a rivendicare migliori condizioni sociali e maggiore potere politico, fino ad accendere la guerra civile che sconvolse l’emergente città-stato per quasi un secolo.

Col senno di poi, quel duro conflitto interno rese Roma ancora più forte e le permise di allargare ulteriormente i suoi confini all’Anatolia, al Medio Oriente e all’Egitto. Che divennero floride fonti di ricchezze e di risorse primarie per i cittadini romani (esentati da qualsiasi tassazione), nonché il Limes orientale da non superare per non incorrere nella sempiterna potenza militare e politica dei Parti.

Così, con l’avvento al potere della Gens Julia (che vantava di discendere da Venere), i Romani volsero lo sguardo ad Occidente e iniziarono a conquistare le sterminate lande poste oltre il “mondo conosciuto” dall’antichità. Perché sin dai tempi di Ercole e di Ulisse, l’Europa era considerata una terra ignota abitata da popolazioni quasi del tutto ignote, ad eccezione dei Celti. Che invece rappresentarono “la” civiltà continentale più diffusa ed evoluta dell’età precristiana.

Fu Cesare ad avviare la conquista delle Gallie, ossia di tutte le terre a settentrione del Rubicone, per motivi politici e di orgoglio personale, includendo i Celti sconfitti ad Alesia (52 a.C.) nella vasta Repubblica federale di Roma. Dopodiché, fu Augusto a completare la conquista dell’Iberia, annettendone tutte le tribù al Principatum. Cui seguì l’occupazione delle Alpi per opera di Tiberio e delle lande oltre-Limes da parte di Germanico, fino ad includere la Frisia, l’intera valle fluviale del Reno e la Svevia nell’Imperium. Infine, Claudio ordinò la campagna di Britannia che sancì l’inclusione dei popoli locali nel dominio romano.

Da quel momento iniziò la grande opera di “romanizzazione” delle immense terre e innumerevoli tribù sottomesse, perlopiù mediante la fondazione di nuove Civitas, o di Castra, o ancora di Colonie, ove vigeva la lex romana e il potere d’imperio di Roma. Che vi inviava Governatori, intere famiglie senatorie, coloni-soldati italici, cui concedere terre e diritti, collegate alla capitale e al resto dell’impero dalla rete stradale-marittima in via di sviluppo.

Con le successive imprese di Traiano in Dacia e di Marco Aurelio in Pannonia (II secolo d.C.), venne definito anche il Limes orientale lungo il corso del Danubio, così includendo stabilmente nell’Imperium Romanum quasi tutta l’Europa balcanica, che fu colonizzata e civilizzata con la stessa politica attuata nei confronti dei “popoli barbari”. Un termine che ritornò spesso a partire dalla metà del III secolo d.C., quando popolazioni germaniche, gotiche e sarmatiche iniziarono ad attaccare le difese romane lungo il Limes, ottenendo ben presto Foedus all’interno dell’Impero o instaurando rapporti commerciali/diplomatici stabili, che contribuirono ancor più a diffondere la Romanitas in Europa. Ma ben distinte dai Romanorum, ossia dai Cives dell’impero che avevano ricevuto la cittadinanza universale nel 212 d.C..

La Civilitas romana era, da sempre, lo scopo delle conquiste delle Legioni e della loro colonizzazione ovunque giungessero, il vero mezzo per l’integrazione dei nuovi popoli nell’Imperium e nella grande Oykumene romana. Un sogno ereditato dall’impresa di Alessandro e fondata sull’esempio dell’Impero Persiano ed in seguito sulle Diadochie greco-macedonie, che avevano consolidato la cultura greca nel Mediterraneo. Di cui anche i Romani erano divenuti portatori e prosecutori (traditio). Dando così seguitoalla storia dell’integrazione europea di cui parlo nel mio saggio.

LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA È INIZIATA CON ALESSANDRO

Alessandro

Negli articoli precedenti ho invitato i lettori e gli esperti della storia dell’integrazione europea ad allargare l’orizzonte sulla prospettiva del passato e ad andare ben oltre il XX secolo dell’era volgare. Perché le origini del processo di unificazione europea sono collocate addirittura nell’età pre-cristiana.

Se oggi molti non sanno chi sia stato Alessandro “detto il magno” è perché abbiamo perso ogni contatto col nostro passato più antico, nonostante ci circondi tuttora con molte testimonianze, e con la nostra cultura tradizionale. Che andrebbe invece recuperata, se vogliamo ancora garantire un futuro all’Europa.

Anche perché nell’epoca delle “polys” (πόλις in greco), ossia diversi secoli prima della venuta di Gesù “detto il Cristo”, si possono ritrovare molti degli aspetti che costituiscono, nel vero senso del termine, le fondamenta della nostra civiltà attuale. Mi riferisco in maniera specifica al concetto della “democrazia”, cui dovrebbero informarsi l’Unione Europea nonché tutti gli stati europei attuali, della “libertà”, che ultimamente scarseggia nelle nostre lande, e della “unione” di fronte ad un nemico comune, cosa che sembra invece del tutto sparita dalla nostra esperienza recente.

Se ho intitolato il mio saggio “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” non era solo per sfruttare le regole del marketing (che oggi domina qualsiasi scelta, persino di carattere politico): nella mia ventennale ricerca sulle radici del nostro continente, ho capito che la nostra storia è iniziata appunto più di tremila anni orsono (nei prossimi articoli andrò più a fondo su questo punto) e ha iniziato ad essere la “storia dell’integrazione europea” intorno al V secolo a.C., in Grecia.

Proprio in quello stato massacrato negli ultimi anni da una crisi economica nata in un altro mondo (negli Stati Uniti) e propagatasi all’intero pianeta a causa del sistema finanziario-monetario odierno, che invece molti secoli fa riuscì a fronteggiare una minaccia intuitivamente più pericolosa, ossia l’invasione dei Persiani, ad arrestarla e persino ad annientarla, appunto con l’avvento del monarca macedone Alessandro.

Nei fatti, nel 499 a.C. iniziò la grande operazione di conquista della penisola ellenica, che rappresentava la naturale estensione del già vastissimo impero achmenide: nato con Ciro I “detto il grande” (uno degli “unti” di Dio) e giunto con Dario I, suo genero e usurpatore del trono in accordo con l’aristocrazia persiane, ad occupare tutta lo spazio fra i fiumi Indo e Syr Darya in Oriente (la cd. “Aryarta”) e il basso corso del Danubio in Occidente (ossia tutta la Tracia), fino al limitare del Nilo a Sud (quindi nell’antico Regno d’Egitto, di cui portava la corona di Faraone).

Guardare alla Grecia era nell’ordine delle cose per un impero che dominava su tutte le civiltà conosciute del tempo, da quella egizia all’indo-iranica, dall’assiro-babilonese agli antichi insediamenti anatolici e siriaci. Nell’immenso dominio di Dario I (che ora si faceva chiamare “Re dei re” e agiva come un “sovrano supremo” per conto del Signore-Dominus) si parlavano innumerevoli idiomi (così che i Greci li identificarono col termine βάρβαρος, ossia coloro che parlano lingue incomprensibili) ma si doveva adorare il Re “divino e giusto”, non solo perché rappresentava il Padreterno celeste e fautore della verità e della giustizia, ma anche perché gli Achmenidi vantavano una discendenza divina, appunto, nientemeno che dal mitico eroe Perseo, il fondatore della civiltà micenea. Motivo in più per annettere all’impero “universale” anche la terra d’origine della sua dinastia…

In realtà, gli antichi erano uomini concreti e attenti agli aspetti importanti della vita. E non poteva sfuggire ai Persiani, che per quanto fossero considerati truci e barbari sfoggiavano una grandiosa antichissima cultura, quanto fosse bella, ricca e civilizzata la società greca, in particolare quella ateniese: dove proprio in quel’epoca erano comparsi i principali uomini di pensiero e di arte, che segnarono la storia e la civiltà europee nei secoli a venire.

Per citarne alcuni: Eschilo, drammaturgo e poeta, padre universale della tragedia che veniva rappresentava negli antichi teatri greci, di cui conserviamo diversi esempi anche in Italia; Erodoto, storico e politologo, considerato già dagli antichi il maestro della Storia, che cercò di spiegare proprio le cause delle Guerre Persiane; Fidia, colui che trasformò la scultura e l’architettura in opera d’arte ispirata dalla divinità; infine Parmenide, uno dei primi filosofi greci che cercarono di comprendere la Natura e la Verità dell’Essere eterno, attraverso l’osservazione e la meditazione.

Sarebbe stato solo l’inizio di una civiltà nuova fondata sullo spirito di indipendenza (col tempo venne definita libertà), di intraprendenza e di comunanza dei Greci. Che divennero nei secoli i “maestri” e l’esempio del bello, del giusto e del vero per tutti i popoli entrati a pieno titolo nella storia dell’integrazione europea, nei millenni a seguire fino ai giorni nostri. Proprio quello spirito che le diverse e numerose città-stato elleniche seppero contrapporre al pericolo dell’invasione, che avrebbe annesso la Grecia all’immenso regno totalizzazione orientale.

A guardarla col senno di poi, la sfida militare era già segnata: la massa indistinta di fanti e cavalieri approntata da Serse per conquistare l’Hellas non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere le truppe di opliti spartani, la ricca flotta ateniese, le antiche orgogliose genti guerriere achee e tebane. Infatti, si susseguirono le clamorose pesanti sconfitte dei Persiani a Maratona (490 a.C.), alle Termopili e a Salamina (480 a.C.) e infine a Platea (479 a.C.), che pose fine al conflitto e le basi della definitiva indipendenza dei Greci dall’impero persiano.

Ma la superiorità dei Greci stava soprattutto nel loro incredibile spirito di sacrificio per la “patria”, che portò i famosi “300 spartani” a fronteggiare per giorni le truppe persiane sul passo delle Termopili, già consci della loro fine di indomiti eroi-leoni. Fu così anche per Megara, sacrificata per salvaguardare il Peloponneso, Corinto e Argo, sola a difendersi da due milioni di soldati persiani, la cui polvere sollevata in marcia era visibile dalla navi ateniesi che a Salamina affondavano la flotta nemica. Infine, a Platea dove il coraggio dei Tegeati ruppe gli indugi attendisti e permise di respingere l’assalto del nemico, dando via alla clamorosa ecatombe dell’esercito persiano.

Le ripetute sconfitte sul campo nascevano da una evidente superiorità militare e strategica dei Greci, che infine imposero un accordo ai rivali d’oltremare: i quali non avrebbero più dovuto attaccare le antiche città greche sulle coste anatoliche, che da quel momento quindi potevano considerarsi indipendenti dall’Impero, e nemmeno avrebbero potuto più oltrepassare il limite dell’Ellesponto, ossia quel tratto di mare che divide geograficamente l’Europa dall’Asia, né inviare navi da guerra nel Mar Egeo o nel Mar Mediterraneo orientale. Di fatto, veniva disegnato il confine ideale fra il mondo greco-occidentale e quello persiano-orientale, fra l’Europa e l’Asia.

Iniziava, perciò, in quel momento, dal mio punto di vista, la storia d’Europa e la storia dell’integrazione europea: se da un lato, infatti, i Persiani erano costretti ad ammettere l’esistenza di una forza politico-militare sovrana a Occidente (che peraltro da tempo aveva già colonizzato gran parte delle coste settentrionali del Mar Mediterraneo e del Mar Nero), dall’altra questa civiltà in via di sviluppo avrebbe dato vita ad un “nuovo mondo” e un nuovo ordine internazionale, in un continente di cui si conosceva ancora ben poco ma che molti chiamavano già “Europa”, in onore al mito antico e ad un sogno della dea Afrodite.

Tempo dopo questa florida civiltà ispirata dagli Dèi Olmpiadi, dal libero pensiero, dal gusto del bello e della verità, dallo spirito di Odisseo di Achille e di Ercole, decise che l’epoca dell’impero persiano era terminata e iniziava quella ellenistica: fu Alessandro III Re di Macedonia a convincere i popoli greci che era possibile allargarsi a Oriente a discapito della decadente potenza achemenide (anch’egli vantava origini divine e ad un certo punto iniziò a farsi definire “figlio di Zeus”), conducendoli alla conquista di tutto il mondo conosciuto (“Oykumene”, dal greco οίκουμένη) per soggiogarlo.

Fu un’impresa degna dì un popolo e di una civiltà superiori, capace di credere nei sogni e nell’aldilà, nel proprio spirito e nella Fortuna. Consapevoli della propria forza militare, culturale e spirituale, i Greci partirono e giunsero sulle rive dell’Indo e degli altri fiumi che delimitano il mondo ariano antico, segnando la svolta decisiva per la storia dell’integrazione europea e dell’intera umanità.

Rileggi gli altri articoli precedenti: Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare? Quale Europa per il futuro? il lungo secolo della disintegrazione europea

LA PASQUA NELLA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

Pasqua cristiana

Oggi i Cristiani di tutto il mondo festeggiano la Pasqua della Resurrezione del Cristo. Una ricorrenza annuale celebrata da quasi duemila anni, ossia da quando Gesù di Nazareth è venuto per annunciare il messaggio di amore e di vita eterna per tutti coloro che lo avrebbero creduto. Un evento che ha cambiato per sempre la Storia umana e la storia dell’integrazione europea.

Il termina Pasqua deriva dall’ebraico pesach, tradotto pascha in aramaico, e sta ad indicare il ricordo della fuga dall’Egitto e della liberazione del “popolo di Dio” dalla soggezione al Faraone. Fatto raccontato nel Vecchio Testamento e divenuto il punto di svolta della storia degli Israeliti: la loro guida, Mosè, scelto da Yaweh a tale scopo, compì una serie di prodigi dinnanzi al Sovrano d’Egitto, che rappresentava il potere regale e divino in Terra, dopodiché guidò le dodici tribù di Israele fuori dal Regno degli Egizi, dapprima nel Sinai, quindi in Palestina.

In quel frangente, Dio raccomandò ai suoi fedeli di segnarsi col sangue dell’agnello, nella notte in cui sarebbe passato a portare la morte fra gli Egizi. Dopodiché intimò loro di ripetere ogni anno la cerimonia in ricordo, col sacrificio e il pasto dell’agnello senza avanzarne. Rito che in parte venne integrato nella celebrazione della Pasqua dei Cristiani (in parte debitori/eredi del culto ebraico), quando tradizione vuole che si mangi carne d’agnello per rinnovare l’Alleanza con Dio attraverso il sacrificio.

Infatti, la Pasqua cristiana ricorda la resurrezione di Cristo, atto d’instaurazione della Nuova Alleanza fra gli uomini e Dio per l’avvento del suo regno in Terra, avvenuta dopo la passione di Gesù e il suo passaggio di iniziazione/purificazione. A differenza della festa ebraica, questa celebrazione non è stata imposta da Dio o da Cristo ma fu definita dal Concilio dei Vescovi nei primi secoli del Cristianesimo, composta dall’Ultima Cena, dalla Via Crucis e dalla Messa di Resurrezione (o rinascita) di Gesù. La data non è fissa ma dipende dal ciclo naturale degli astri: nella prima domenica dopo il plenilunio di Primavera, corrispondente all’Equinozio (che secondo alcuni era la vera data di nascita del Nazareno, il quale per altri invece non è mai esistito).

Qui si apre un grande tema, che è quello della storicità dei fatti raccontati dal Nuovo Testamento, in particolare dai quattro Vangeli canonici: trattandosi di testi antichi e conosciuti sin dai primi decenni dopo la morte di Gesù, per la gran parte degli storici sono considerati documenti originali e quindi attendibili. Gli autori sarebbero alcuni Apostoli o Discepoli del Cristo, quindi suoi contemporanei, che avrebbero lasciato un ricordo scritto di quegli eventi incredibili, avvenuti in un angolo sperduto dell’Impero Romano. Che ha sempre documentato ogni atto pubblico, ma di quell’episodio non ha conservato tracce… Del profeta Yoshua si parla anche nel Corano, nonché in altri cd. “vangeli apocrifi” e in innumerevoli scritti antichi sopravvissuti al rogo della Biblioteca di Alessandria e alla censura del potere. Per cui non resta che crederci, oppure no.

In ogni caso, rimane importante la similitudine fra la Pasqua ebraica (di cui peraltro si hanno tracce solo nella Bibbia…) e quella cristiana: per i primi, era il guado del Mar Rosso quale “passaggio alla liberazione”, abbandonando il vecchio per una nuova vita sconosciuta alla ricerca della Terra Promessa; per i Cristiani, diviene il passaggio alla “nuova vita” grazie al sacrificio dell’Agnello di Dio (Agnus Dei), morto in croce per la salvezza di tutto il genere umano, che tornerà per salvare i credenti e portarli nel Nuovo Regno in Terra. Questa fu la credenza dei Cristiani per duemila anni e fu la concezione alla base di tutta la storia dell’integrazione europea.

Il Messiah di Nazareth è detto anche “uomo pesce” (Ichthys in greco): era una figura dell’antica tradizione mediorientale, quella dell’uomo “unto da Dio” per governare il suo regno. Divenne il simbolo dei primi re cristiani, da Clodoveo I dei Franchi unto con l’Ampolla Santa dal Vescovo San Remigio di Reims, un rituale ripetuto per tutti i sovrani francesi fino alla Rivoluzione Francese. Fu anche il primo esempio di un mito europeo, come lo era la figura del pesce, il simbolo dei primi Cristiani perseguitati, poi ripreso dal ciclo bretone nel “Re-Pescatore” che deteneva il segreto del Graal e lo trasmetteva ai suoi discendenti, e infine ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Questi erano dodici, come gli Apostoli di Gesù nel’’Ultima Cena, altro rituale di iniziazione alla religione cristiana in cui la comunità dei fedeli si divide il corpo (pane) e il sangue (vino ) di Gesù Cristo, «in sua memoria».

Fu l’atto fondativo di una religione incentrata sulla “resurrezione del Figlio dell’Uomo” e sulla missione di evangelizzazione delle gentes nel mondo (cd. “gentili”): questa fu la storia dell’integrazione europea e del Cristianesimo per duemila anni, interpretata e ricordata sia dalla liturgia pasquale del Cristianesimo, sia dall’arte e dalla cultura europea per secoli. Per tutta l’età medievale e buona parte di quella rinascimentale, infatti, le vicende narrate nella Bibbia, i suoi personaggi e le simbologie afferenti, sono divenuti il soggetto unico dell’intera produzione artistica/culturale europea, di cui conserviamo quasi tutto ancora oggi. Si pensi, ad esempio, all’affresco “Ultima Cena” di Leonardo.

Ma si potrebbe parlare anche delle “reliquie pasquali”, usate in età medievale per rinsaldare la fede ed erigere templi cristiani tuttora esistenti: dalla “Vera Croce” ai chiodi della crocifissione, dalla “Lancia di Longino” al volto della “Veronica”, fino al sudario della “Santa Sindone”. Con Giuseppe d’Arimatea, che raccolse “il sangue di Cristo” nella coppa divenuta il Graal, ha inizio un’altra ricca tradizione legata al culto celtico del vaso e della pietra magica (filosofale), che ebbe un’enorme importanza nella storia dell’integrazione europea. Dalle prime missioni dei monaci itineranti irlandesi, che attraversarono l’Europa Occidentale per convertire i barbari (dalla fine del V secolo d.C.) e posero le fondamenta della nuova chiesa cristiana, fra quelle gentes che non erano mai state romanizzate.

Esistono altri aspetti connessi alla Pasqua cristiana, di cui parlo nel mio saggio.
Gesù fu arrestato per aver sobillato il Tempio di Gerusalemme e venne condannato dal Sinedrio del Tempio per essersi fatto passare per “figlio di Dio” e aver predicato per anni diversamente dalle Scritture. Fu infine crocifisso dai Romani per sedizione, con un cartello che lo additava a “Re dei Giudei”: cosa narrata dalle Sacre Scritture, dove egli risulta un discendente in linea diretta, sia per parte di madre che di padre, di Davide, il primo Re di Giuda e di Israele “unto dal Signore”, della tribù di Giuda. Gli appartenenti alla “Casa di Davide” (Sion) sono ancora oggi tenutari del titolo regale, nonché capi della comunità ebraica mondiale, nell’attesa della venuta del messiah ebraico.

Perché gli ebraici non hanno mai riconosciuto Gesù nel redentore atteso e predetto dal Vecchio Testamento, motivo per cui ne imposero lo condannarono a morte ai Romani, i quali non avendo validi argomenti per farlo, alla fine, lo giustiziarono per aver sobillato la folla ed essersi presentato come “re del mondo”, in antagonismo al Divus Caesar regnante nell’Imperium Romanum.

Questo tema divenne centrale nella guerra fra i Cristiani e i pagani durante i primi secoli del Cristianesimo, fino alla conversione di Costantino e alla trasformazione dell’impero in teocrazia, assumendo la missione di diffondere l’Evangelo e di difendere la Ecclesia: fu il compito principale dell’Imperatore dei Cristiani dal 391 fino alla sua scomparsa, nel 1919, tramandato nei secoli col rito dell’incoronazione e dell’unzione a Roma. Rituale che richiamava direttamente la figura di Cristo e segnò l’intero corso della storia dell’integrazione europea. Nel ricordo della Pasqua eterna.

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IL LUNGO SECOLO DELLA DISINTEGRAZIONE EUROPEA

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Ripercorrendo a ritroso nel tempo il cammino della storia europea, se nel XX secolo le due guerre mondiali hanno trasformato l’antico continente in uno degli scenari di geopolitica globale, sottoponendolo all’autorità internazionale delle due superpotenze e delle grandi organizzazioni universali, il “lungo secolo” che va dalla seconda metà del Settecento alla fine del XIX secolo aveva posto le base per la sua disintegrazione.

Questa affermazione che può sembrare illogica, facendo riferimento al processo di integrazione comunitaria di cui abbiamo parlato in un altro articolo (link), riguarda in modo diretto tutta quella che era stata la storia europea sin dalle sue origini. Infatti, se si rivolge lo sguardo all’antico passato e all’intero percorso millenario che i popoli europei hanno affrontato, s’intuisce immediatamente che l’epoca iniziata con la Rivoluzione Francese (che a sua volta seguiva gli esempi inglese e olandese) ha rappresentato il momento di rottura del processo evolutivo di integrazione europea.

Nel periodo che va dal 1760 circa al 1884 è talmente ricco di avvenimenti innovativi e stravolgenti che gli effetti li stiamo vivendo ancora oggi in tutta Europa.

Sul piano geopolitico, infatti, si ebbe il ritorno del “centro europeo” costituito dagli stati rinati di Germania e Italia (scomparsi alla fine del X secolo, inghiottiti dal Reich), a discapito del millenario Sacro Romano Impero la cui data di estinzione è il 1806, trasformatosi in Impero asburgico (sotto il diretto dominio della casata alsaziana) e nella Confederazione Germanica, per volontà di Napoleone I.

Personaggio che contribuì decisamente al “cambiamento” in atto, sia stravolgendo la cartina politica continentale, sia rompendo una serie di tradizioni millenarie di cui la storia europea precedente era ricolma: infatti, il piccolo generale corso, divenuto Imperatore al termine della tragica Rivoluzione popolare francese, mandò in soffitta in un colpo non solo l’antico Impero cristiano ma anche la Chiesa romana, il Regno di Napoli e di Sicilia, le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, il Palatinato del Reno e il Langraviato di Turingia (feudi di antichissima origine), nonché il giovane Regno dei Paesi Bassi e la Confederazione dei Cantoni svizzeri, annessi all’Impero dei francesi e trasformati in repubbliche popolari.

Inoltre, il Bonaparte apportò riforme al diritto civile europeo (tuttora vigente un po’ ovunque) e diffuse, volutamente, l’ideale della libertà e della democrazia fra i popoli assoggettati al Reich o alle altre monarchie assolutiste/illuminate, instillando quel germe della ribellione che esplose poi maturo coi Moti del XIX secolo, animati dalla nuova cultura che si andava diffondendo in Europa, con epicentro proprio a Parigi (la “ville lumiere”), dell’illuminismo e dell’anticlericalismo.

Il “background” storico-culturale di questa rivoluzione di pensiero e costumi aveva radici nei decenni precedenti, ossia nella ribellione dei sovrani europei alla pesante interferenza e tracotanza della Chiesa romana nei loro affari interni, ancorché nella polemica di natura politica sul cd. “giurisdizionalismo” e sull’istituzione dell’Indice ai testi dei grandi pensatori illuministi (giudicati eretici dai Gesuiti), che portò a molte scomuniche e condanne nei confronti di movimenti emergenti (giansenisti, massoni, illuministi), allo scopo di riproporre il dogma sull’infallibilità del Papa.

Argomenti che suonarono “vecchi” al tempo della prima grande industrializzazione inglese, che animò l’embrione del ceto che dominerà l’epoca moderna, la borghesia, spingendo parte delle élite dominanti ad abbracciare l’illuminismo o le altre forme di Cristianesimo non ortodosso (cd. “irenico” / “illuminato”) e a ridimensionare l’entità e la presenza della Chiesa negli stati cattolici europei.

Fatti che si accompagnarono ad altri fenomeni di ampio respiro, che cambiarono le cose in modo decisivo e tuttora persistente. In molti stati vennero avviate “riforme” di tipo amministrativo, per rafforzarne la burocrazia e la divisione dei poteri politici e sottrarli così al sovrano assoluto (“Leviathan“). La propaganda protestante del Nord-Europa si fuse con l’etica pseudo-cristiana dei “razionalisti” dando vita alle teorie sul progressismo, sul dominio della scienza e delle tecnica, sui diritti umani e sul cosmopolitismo. Era una rivoluzione copernicana, rispetto alle concezioni ecclesiali-tolemaiche e allo stile di vita tradizionalista che si promanava in tutta Europa sin dai tempi più antichi.

Tra le principali trasformazioni iniziate a fine Settecento citiamo: lo “stato moderno” sovrano e centralizzato, gestito dalle corti e dai burocrati, secolarizzato e liberale; l’economia capitalistica, dei commerci globali e dell’agricoltura meccanizzata; nuove forme di società dove prevalevano la mobilità, il pluralismo dei ceti, la tolleranza religiosa e di pensiero, i corpi sociali intermedi, la “sovranità popolare” e gli interessi dello stato; l’affermazione del “giuspositivismo” e del diritto statuale, in luogo degli antichi diritti romano e canonico; infine, il sempre maggiore utilizzo delle scienze e delle discipline tecniche nella gestione pubblica, l’istituzione delle scuole pubbliche e delle università laiche, lo sviluppo delle città quali “centri di potere” ove irradiare il civismo cosmopolita, l’urbanizzazione e l’immigrazione dalle campagne.

I frutti di questa propaganda si raccolsero in epoca post-napoleonica: infatti, se la Conferenza di Vienna aveva ripristinato la situazione politica ex-ante, stabilendo il principio di equilibrio fra gli stati, favorevole allo sviluppo del mercato continentale che tanto interessava alla Gran Bretagna, protetto da alleanze fra Imperi a difendere lo status-quo e la Cristianità (Defensor fide) dai Turchi, gli anni successivi assistettero a processi politici e sociali enormi, sui quali probabilmente agiva la mano esperta di qualche dinastia regnante…

Nel 1830 si resero indipendenti il Belgio, cattolico, liberato dai protestanti olandesi e da secoli di dominio diretto degli Asburgo, posto in mano alla dinastia tedesca dei Sassonia-Coburgo-Gotha (che regnava già anche in Sassonia e al fianco della Regina Vittoria in Gran Bretagna e in seguito anche in Portogallo e Bulgaria) e la Grecia, liberatasi dal giogo mussulmano (dopo quasi quattrocento anni!) grazie all’aiuto delle potenze cattoliche europee, che infatti poi misero sul trono un membro dell’antica casata dei Wittelsbach.

L’esempio ellenico spinse gli altri antichi popoli balcanici, sul finire dell’Ottocento, a ribellarsi al dominio del Sultano di Costantinopoli per ottenere l’indipendenza, così formando i nuovi regni di Romania, Bulgaria e Serbia. Anch’essi però divennero feudo delle casate tedesche dei Wettin e degli Hohenzollern, fra le più antiche feudatarie del Reich e detentrici dei giovani regni di Sassonia e di Prussia. Creati ad hoc da Napoleone nel 1806 all’interno della Confederazione del Reno, assieme a quelli del Württemberg (alla dinastia Urach), di Baviera (Wittelsbach) e di Hannover (Guelfi-Brünswick-Lüneburg): nomi che ritornano.

Già dalla fine del XVIII secolo d.C., l’Europa era sotto il controllo di poche dinastie di ascendenza germanica (anche i Romanov dal 1762 d.C. erano stati sostituiti dalla dinastia regnante in Svezia degli Holstein-Gottorp, ramo cadetto della casa di Oldenburg che teneva anche i troni di Danimarca e di Norvegia). Mentre delle antiche stirpi ‘italiane’ o franche sopravvivevano solo i Savoia e i Borbone, nonché gli Asburgo che potevano vantare una vaga ascendenza carolingia insieme ai Principi di Assia. Le dinastie etniche (visigoti/celtiberi, franchi, anglosassoni, scandinavi, slavi, lituani, russi, boemi, magiari, etc.) che avevano dato origine e forma ai rispettivi regni cristiani, erano ormai scomparse e le continue guerre dell’età moderna avevano stravolto il quadro politico europeo, trasformandolo in consesso di potere gestito da pochissime dinastie tutte imparentate fra loro (nel mio saggio lo definisco “club Europa”): un’oligarchia dinastica che ha guidato l’Europa negli ultimi secoli e l’ha condotta alla situazione attuale del cd. “Nuovo Ordine Internazionale”.

Il Congresso di Berlino (1884) fu la loro apoteosi, con la spartizione del mondo in “sfere di influenza” coloniali e dell’Europa in blocchi stabilizzati, utili solo ai disegni egemonici di von Bismarck. Il quale aveva condotto la Prussia a conquistare la libertà dagli Asburgo, fondando il Secondo Reich e creando il nuovo (bari-)centro del continente insieme all’Italia, aiutata a completare il suo processo di indipendenza dal dominio imperiale franco-asburgico, iniziato qualche tempo prima sotto la guida dei Savoia-Carignano.

Due importantissimi disegni politici che poterono realizzarsi nella situazione sociale e politica dell’Ottocento, intrisa di moti popolari e nazionalistici, del progressismo e della Rivoluzione industriale che ormai dilagava in tutta Europa, con trasformazioni economiche che condussero anche alla fine della “servitù della gleba” in Russia. Una condizione ideale per la nascita di nuovi soggetti sovrani, come il Liechenstein (retto dall’omonima dinastia), il Lussemburgo (in mano ai Orange-Nassau-Weilburg, ramo cadetti della dinastia regnante in Olanda), la Serbia (includeva Albania, Montenegro-Principato e Macedonia, in mano agli Obrenovic), il Principato di Monaco (famiglia Grimaldi) e la Repubblica di San Marino, di fondazione medievale.

Spariva definitivamente lo Stato della Chiesa, annesso al nuovo Regno d’Italia (1871), mentre la Polonia veniva spartita fra Russia, Prussia e Austria (1795), insieme alle future repubbliche baltiche, e si assisteva al cambio della dinastia regnante in molti stati (Danimarca, Grecia, Portogallo, Russia e Svezia). La Spagna viveva un lungo e difficile trapasso dai fasti dell’impero coloniale alla crisi dinastica dei Borbone, fino alla concessione di una Costituzione che diventerà un modello globale. Altra grande innovazione dell’epoca, infatti, furono le carte costituzionali o dei diritti civili e di libertà, “concesse” dai sovrani d’Europa per tenere buoni i popoli in rivolta, sobillati dalle massonerie, dal culto della borghesia e dalla trasformazione economica in atto. Che aveva fra i suoi pilastri la formazione dello “Zollverein”, l’embrione dell’attuale mercato unico europeo, ideato dal solito Napoleone, col quale però finiva la “grandeur” francese e la pretesa egemonia geopolitica sul continente iniziata con i Valois.

Argomenti tuttora attuali e su cui torneremo nei prossimi articoli.

Leggi l’Articolo precedente.

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA ALLARGHI L’ORIZZONTE

europa nel 1919

L’Unione Europa come la conosciamo oggi è il frutto maturo (o forse marcito?) del cd. “processo di integrazione europea”, iniziato secondo la vulgata consolidata nel secondo dopoguerra e tuttora incompleto. Questo argomento è materia specifica insegnata in tutti gli atenei italiani, nell’ambito degli studi storico-politologici, con l’intento di presentare in modo coerente e omogeneo un periodo storico che non si è ancora concluso ed è assolutamente contemporaneo quanto indefinito.

La tesi basilare è che con l’avvento della Modernità, il mondo si sia avviato verso un lungo cammino di progresso, liberazione e sviluppo dell’essere umano, finalmente uscito dalla caverna in cui ha sonnecchiato per millenni per ricoprire la luce interiore che alberga in ognuno di noi: pertanto, si parte dal mitico Congresso di Vienna del 1815 a delineare un andamento di fatti e situazioni concomitanti, connesse e inter-dipendenti, che nella consapevolezza della “ragione dei lumi” dominante ci ha infine condotti fin qui.

In realtà, da quel consesso politico-diplomatico allo scenario post-bellico del 1945 sono cambiate parecchie cose e la situazione europea ha subito stravolgimenti che un secolo prima erano assolutamente impensabili. A cominciare dal fatto che nella capitale austriaca si stabili di restaurare l’“ancien regime, ossia la configurazione politica e di diritto (“divino”) che si era protratta per millenni in Europa ed era stata cancellata dall’epopea napoleonica: infatti, al termine della Prima Guerra Mondiale, gli attori principali della conferenza viennese non esistevano più, sostituiti da altri numerosi soggetti sovrani, così come molte delle dinastie che governavano gli stati partecipanti.

Con la pace incondizionata che gli Alleati applicarono alla Germania nazista, all’Italia (post-)fascista e al Giappone (ex-)imperiale, atto senza precedenti nell’intera Storia umana, furono posti i paletti di quello che sarà appunto il cammino verso la nuova integrazione del continente europeo (nel mio saggio sulla storia dell’integrazione europea sostengo infatti che la storia dell’integrazione europea sia iniziata circa 2500 anni fa).

Come dicevo sopra, dopo la “Grande Guerra” che aveva provocato decine di milioni di morti in tutta Europa (ecatombe senza precedenti che Papa Benedetto XV bollò come “inutile strage”), il quadro politico si presentava completamente innovato dai Trattati di Versailles e di Saint-Germain, nonché dagli accordi di pace con Bulgaria, Ungheria e Turchia, ossia gli altri stati perdenti del conflitto, cui si aggiunse la pace separata (Brest-Litovsk) sottoscritta dall’ex-Impero Russo ormai in mano ai soviet.

D’un colpo sparivano dalle cartine geopolitiche d’Europa i grandi imperi multietnici e cristiani che avevano retto le sorti continentali da secoli, lasciando il posto a tante piccole repubbliche nazionali indipendenti nell’area orientale. Quelle che nei recenti Anni Duemila sono state oggetto della procedura di ingresso nell’Ue, secondo i principi stabiliti dal cd. “trattato di adesione” proposto senza contraddittorio dagli altri paesi membri dell’Unione Europea (infatti qualcuno li addita come trattati di pace senza condizione, posti dall’Europa Occidentale agli ex-stati comunisti dell’Est).

Sorsero così gli stati di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia e Austria. La Germania divenne una repubblica, sebbene occupata dalla Francia in alcune regioni storiche e ricche di beni di primaria importanza industriale (la Ruhr e la Saar), così come l’Austria ridimensionata al suo antico spazio ducale e deprivata di qualsiasi diritto su quelle che erano state le terre e le nazioni di antico dominio, come l’Ungheria, la Boemia, la Dalmazia, l’Illiria e l’Italia nord-orientale. Infatti, il Friuli-Venezia-Giulia e l’Istria divennero territori italiani insieme al Tirolo meridionale (l’attuale Alto-Adige), mentre la Slovenia, la Croazia e la Bosnia vennero unite alla Serbia in un regno multietnico guidato dalla dinastia Karageorgevic che durò fino al 1945, cui appartenevano anche Montenegro, Macedonia e Kosovo. Del vecchio sistema imperiale fu salvato solo il regime di “città libera”, applicato a Fiume e a Danzica, mentre fu inventato quello di “via fluviale internazionalizzata” per i fiumi Danubio, Elba e Weser.

Si capisce immediatamente che queste dure condizioni di resa non sarebbero durate a lungo. Ne erano consapevoli anche coloro che le redassero, soggetti alla pressione dei diktat francesi, assolutamente determinati a porre un severo limite ad uno dei tanti nemici storici, ossia la Germania: pertanto, si pensò di addebitare al nuovo stato repubblicano (un’altra imposizione assurda per un paese di antica tradizione regale e imperiale) un’enorme mole di danni e di riparazioni di guerra, da pagare in parte con la depredazione delle risorse energetiche della Renania, in parte in denari sonanti. Si innestò, quindi, un circuito di debiti e prestiti che coinvolgeva Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti: questi ultimi erano divenuti, infatti, creditori verso gli Alleati per gli ingenti prestiti bellici, nonché fonte principale dei copiosi finanziamenti privati alla repubblica di Weimar per la ricostruzione.

L’aspetto finanziario-monetario divenne centrale nel periodo che intercorre fra i due conflitti bellici. Se da un lato, infatti, si registrò un enorme spostamento di liquidità dall’Europa (in particolare la Gran Bretagna) verso l’altra sponda atlantica favorendo il boom economico statunitense aiutato anche dalla massiccia emigrazione europea degli Ani Trenta, dall’altro si assistette a diverse crisi inflazionistiche devastanti che colpirono sia la fragile Repubblica di Weimar che la nascente potenza globale Usa. Cui si aggiunse la fine del sistema di cambio fisso aureo “Gold Standard”, inventato dai banchieri inglesi nel XIX secolo e legato alle valute dei quattro paesi coinvolti nel circuito del debito sopra descritto.

Peraltro, la grave crisi del “venerdì nero” americano (1929) portò il Presidente F.D. Roosevelt ad attuare il famoso piano “New Deal” (che viene citato spesso anche oggi da svariati politici) di sostegno all’economia nazionale con la spesa pubblica gonfiata dai debiti e dall’emissione di dollari (espansione monetaria, tecnica utilizzata ancora oggi dalla BCE con l’Euro). Si innestò così un circuito economico di commesse statali all’industria militare, finanziate col debito mediato dalle banche nazionali e centrale, che si chiudeva con l’acquisto dei titoli di stato emessi da parte delle stesse imprese militari che lavoravano per aumentare il potenziale bellico nazionale.

La corsa agli armamenti effettuata da molti stati negli Anni Trenta, combinata alla grave crisi socio-economica provocata dagli effetti della Grande Guerra e alla fragile situazione geopolitica europea, posta sotto il controllo della Società delle Nazioni (il “club di oligarchi globali” di cui erano soci di maggioranza le famiglie tedesche dei Sassonia-Coburgo-Gotha, degli Hanover/Windsor, degli Oldenburg e degli Orange-Nassau, ossia le uniche dinastie regali medievali sopravvissute e tuttora regnanti!), spinse molti paesi verso la deriva autoritaria (in Germania, Italia, Austria, Ungheria, Spagna), mentre altri venivano inondati dalla propaganda comunista-socialista, forte dell’avvento della Repubblica Socialista Sovietica di Russia creata da J.Stalin.

Infine, il modello di governance globale imposto dagli Stati Uniti a tutti gli altri stati del mondo nella Conferenza di Parigi, che produsse il “Covenant” della S.d.N. nonché molti nuovi principi di diritto internazionale, dal divieto di minacciare o dichiarare la guerra ad altri soggetti sovrani, all’istituzione di mandati di protettorato che di fatto celavano un controllo diretto delle potenze europee nell’area mediorientale, alla diffusione del cd. “diritto umanitario”, poi tradito dagli stessi americani, che quindi lasciarono Gran Bretagna e Francia a fronteggiare il complesso scenario eurasiatico, aprì la strada ai revanchismi e alle alleanze in chiave anti-comunista delle principali economie emergenti mondiali (Patto Anti-Comintern).

Consci degli enormi errori commessi a Parigi e della pesante occupazione subita dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, i francesi cambiarono strategia politica e offrirono al tradizionale rivale tedesco un ramoscello d’ulivo: la lettera di Schuman al capo di governo della Germania Ovest del 9 maggio 1950 (data che fino al 2019 viene celebrata dall’UE come sua fondazione e dalla Russia come vittoria militare) fu la base di un rinnovato rapporto pacifico e cooperativo fra le nazioni, fondato sulla “pace e la democrazia”. Che ha permesso dagli Anni Cinquanta di costruire dapprima il mercato comune europeo, quindi il sistema monetario unitario e infine il processo di (re)integrazione degli stati orientali, usciti dal dominio de facto dell’URSS.

Tutto ciò fu possibile grazie alla fondamentale opera politica, diplomatica e militare di W.Churchill, che dapprima fronteggiò col tipico orgoglio britannico il pericolo del regime nazista, quindi spinse gli Stati Uniti ad entrare in guerra affianco agli Alleati, poi accordò la spartizione dell’Europa post-bellica con Stalin (“cortina di ferro”) e infine pose l’Europa Occidentale sotto il cappello difensivo della Nato e l’ingerenza politica dell’Onu. Dopodiché la crisi della Sterlina fece il resto e la Gran Bretagna si ridimensionò a potenza di secondo piano, incapace di stare al passo con le due superpotenze militari ed economiche di Usa e Urss. Le quali in realtà, secondo alcuni studi economici di tipo statistico, erano già diventate leader planetarie, insieme alla Cina e al Giappone, già alla fine del XIX secolo.

Insomma, la “novella” del processo comunitario nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale regge finché si limita lo sguardo allo spazio europeo. Non appena lo si allarga al resto del pianeta o alle epoche precedenti, si comprende che stiamo parlando di movimenti storici molto più antichi, profondi e variegati, direttamente connessi con la storia millenaria del continente europeo, nonché con quella ancora più antica dell’umanità. Oggi che il concetto stesso di democrazia vacilla propria nel suo alveo natio, ossia nell’Occidente euro-americano che assiste impotente alla crisi politica statunitense e a quella economica-monetaria europea, mentre i lumi della ragione sembrano spegnersi in nome di emergenze e pericoli che si susseguono, si comprende come il sistema vigente sia declinante e il Nuovo Ordine Internazionale debba essere impostato su nuovi (o antichi?) concetti.

Leggi un articolo collegato storia dell’integrazione europea

L’Europa deve recuperare il suo patrimonio culturale

teatro greco

In questi giorni di grave lutto, nel pieno di una lotta senza armi contro un nemico oscuro e ancora poco conosciuto, il Covid-19, un virus sulla cui provenienza e natura siamo tuttora incerti, costretti a inocularci costosi vaccini dubbi, il popolo italiano ha riscoperto il senso della famiglia e delle più tradizionali e folkloristiche abitudini, facendo ricorso all’immenso bagaglio culturale che conserva e mantiene ancora vivo da millenni.

La pandemia che ha colpito in particolare l’Occidente, non è la prima della Storia e (ci avvisano…) non sarà l’ultima: la Natura che ci circonda e di cui siamo “ospiti” è foriera da sempre di calamità e pericoli contro i quali la specie umana è sovente in difficoltà, perché impreparata o semplicemente indifesa, obbligata quindi a trovare rimedi per sopravvivere.

È un meccanismo, questo, che gli scienziati chiamano “evoluzione” e serve agli uomini (sia come individui che in gruppi sociali organizzati) per migliorarsi e diventare più capaci nell’affrontare gli imprevisti della vita terrena e nel proporsi quindi nuove mete ambiziose e perigliose. L’uomo ha appreso da tantissimo tempo che, un po’ come la gazzella e il leone nella savana, ogni giorno deve trovare il modo di sopravvivere ai pericoli che la vita gli oppone e inventarsi nuovi metodi per rendersi l’esistenza più piacevole, comoda, significativa. E fatalmente, come recita un mantra che circola spesso negli ultimi tempo, l’uomo è costretto a uscire dalla sua “comfort zone” per darsi una opportunità di sopravvivenza, di crescita, ossia di evoluzione.

Nei momenti di crisi esistenziale, l’essere umano ricorre alle sue risorse più profonde e ancestrali, che gli provengono dalla memoria inconscia o dalla cultura più antica che ha conservato. E quindi riscopre abilità e conoscenze che, probabilmente, derivano dall’esperienza più remota, oppure si affida agli affetti più intimi o a quel senso di “amor patrio” che sembra riempire il cuore cantando l’inno nazionale o guardando un video sulle acrobazie delle Frecce Tricolori. Sono tracce del nostro antichissimo passato che riemergono nel “momento più buio” e, senza nemmeno accorgersene, ci guidano e ci accompagnano verso la soluzione del problema e l’accrescimento della nostra consapevolezza.

In realtà, è come se conoscessimo già ogni cosa, avessimo una risposta già scritta nella nostra mente o iscritta nel nostro animo. A tali conclusioni era giunto Platone diversi secoli prima di Cristo, ritenendo che le idee che albergano nella nostra mente, in realtà, hanno origini altrove, nell’aldilà, nella grande saggezza degli Dèi e nella sapienza spesso dimenticata, che costituisce la più preziosa eredità degli antenati.

Il passato ritorna sempre, dunque. Anche se siamo proiettati verso le più inimmaginabili possibilità che il progresso tecnico possa offrirci, in realtà, sembra che compiamo un viaggio a ritroso nel tempo, nella nostra memoria, verso le nostre origini: rivolti verso l’infinito (l’omega), ci ritroviamo fatalmente al punto di origine (l’alfa).

Per esempio, tornando alla stretta attualità, si è ricominciato a parlare di “eroi” che si sacrificano per il bene di tutta la comunità. Un concetto che nell’epoca moderna è stato accantonato, perché troppo connesso all’età arcaica dei guerrieri e degli “esseri divini” che riempiono l’epica e la mitologia classica indoeuropea. Oppure ricorre a quei rari esempi di persone che hanno donato la loro vita per una causa superiore e comune, per costruire qualcosa di nuovo e duraturo, per porre le fondamenta di un nuovo paradigma di vita.

Ma chi sono in realtà gli eroi? Riscoprendo, appunto, il nostro bagaglio culturale, i primi furono senza dubbio GLI Argonauti, un team di personaggi mitologici di estremo valore fra cui eccellevano Ercole e i Dioscuri: oltre all’impresa di recuperare il “vello d’oro” della fortuna tanto caro a Ermes, nel viaggio di ritorno intrapresero la circumnavigazione dell’Europa, che per alcuni autori antichi corrispondeva all’area balcanica-italica, mentre per altri interessava l’intero spazio geografico che noi, oggi, identifichiamo con il nostro continente delimitato a Oriente dalla Pianura Sarmatica e ad Occidente dall’Arcipelago Britannico.

Quindi, quegli eroi classici greci iniziarono a delineare la dimensione della nuova terra emergente, che la dea Afrodite aveva riconosciuto in sogno come “la terra promessa” degli Europei. Un’eredità che dobbiamo al mito e alla cultura ellenistica, che fu per secoli il punto di riferimento di tutte le civiltà dell’area mediterranea e dei nuovi popoli che essi incontravano nei loro viaggi commerciali e nelle missioni di colonizzazione. Ecco, pertanto, che il percorso dell’evoluzione dell’Europa era già delineato: una solida cultura di base da diffondere nel mondo, la ricerca di nuovi spazi da occupare per poi integrarli nella civiltà della madrepatria, il senso degli affari e dell’avventura per spingersi oltre la comfort zone (esponente eccellente di tale attitudine fu certamente Odisseo).

Vennero poi i Romani: sebbene più rozzi e sedentari dei Greci, ne ereditarono presto la conoscenza e la tradizione religiosa, li sostituirono nel controllo dell’area strategica del Mare Nostrum e ne proseguirono la missione civilizzatrice verso l’Europa continentale e settentrionale. Un popolo votato all’amor patrio, che si incarnava nel culto per la dea Roma e dell’Augustus, ma anche ad una spinta innata a superare le comodità derivanti dal potere e dalla ricchezza puntando verso nuove mete, spesso pericolose come si rivelarono essere la Britannia o la Germania, ad esempio.

Il contatto con quei mondi era avvenuto e la storia medievale tracciò l’evoluzione del continente nel segno della religione cristiana e del mito degli antichi e dei classici. Infatti, senza ricorrere al senso di appartenenza ad una famiglia di popoli con origine comune, seppure frazionati in tribù stanziali in luoghi ben definiti, e alle tradizioni culturali più antiche e ancestrali che facevano riferimento al culto delle origini della stirpe o della terra (la Scizia), la comunità europea configuratasi stabilmente a partire dal V secolo d.C. a occidente della Pianura Sarmatica e del Bosforo non avrebbe potuto sopravvivere. Ogni popolo o tribù europei era consapevole della sua ascendenza divina, così come della sua appartenenza ad una famiglia più ampia di gentes che condividevano miti, culti e lingue simili. In questo humus fertile, fu facile per il Cristianesimo attecchire e trasformare l’Europa del Medioevo nel cd. “Regno di Cristo” abitato dal “popolo di Cristo”.

Su quelle basi, gli Europei acquisirono una dimestichezza strutturata con la relazione fra il potere politico e la legittimazione di natura religiosa, proveniente dalle antiche tradizioni greche, romane, celtiche, germaniche o slave: così, le figure del vescovo o del monaco itinerante, come del rex e del cavaliere cristiani, divennero decisive per fare il salto di qualità ed evolversi verso la forma di una comunità omogenea e integrata. Quale fu appunto il conglomerato complessivo di regni, marche e città che componevano la cd. Res Publica Christiana intorno al XIV secolo d.C.

Gli Europei, intanto, avevano fatto esperienza di convivenza prolifica con la Natura, sviluppando eccellenti tecniche agricole, sfruttando appieno le energie dei corsi d’acqua o i materiali disponibili, costruendo borghi, strade, monumenti e palazzi, migliorando i mezzi di navigazione e di trasporto. Sostenuti da un innato senso del commercio e dell’avventura che non è mai venuto meno e che fu utile a disegnare nuove rotte terrestri o marittime, transitanti attraverso nodi strategici dei porti e delle fiere che sorsero numerosi un po’ ovunque, lungo la rete di comunicazioni e trasporti ideata anticamente dai Romani.

Essi fecero esperienza anche delle pandemie, che in più occasioni portarono la morte e la disperazione durante il lungo Medioevo, ma li spinse anche a cercare nuovi rimedi medicinali e a migliorare la dieta e lo stile di vita. Dopodiché, lo spirito di Odisseo tornò a dare fuoco all’animo degli Europei, che iniziarono ad affrontare lunghi viaggi in tutte le direzioni, non tanto per necessità quanto per quel bisogno di superare la comfort zone che spesso si trasforma in avventurismo e senso di sopravvivenza. Sempre sotto la protezione e la guida degli Dèi, ispiratori delle migliori imprese e nascondendo agli umani il senso ultimo del viaggio, ma lasciando loro l’opportunità per crescere, evolversi, guadagnare in consapevolezza e divenire più coscienti.

Tutto questo ebbe una brutta battuta d’arresto con la crisi religiosa scatenata dalla Protesta, che se da un lato trasformò l’Europa in un poliedro riverberante, dall’altro scatenò tremende guerre che si protrassero per secoli, fino alla metà del XX dell’era volgare, quando gli Europei si ritrovarono sull’orlo dell’estinzione. E ancora una volta fecero ricorso al proprio antico bagaglio sapienziale, culturale e religioso ed ipotizzarono di poter costruire insieme una comunità unita e integrata.

Non è un caso se proprio in questi giorni, a Bruxelles, i capi di stato e di governo europei tornano a parlare di fare un passo in avanti nel percorso di unificazione continentale e nel processo evolutivo rispetto al rapporto con la Natura e alle possibilità di sopravvivenza che essa offre. Sebbene oggi il pericolo sembra essere un virus invisibile, in realtà il vero problema riguarda la finanza e l’antico desiderio del profitto. Probabilmente, gli Europei dovranno nuovamente uscire dalla comfort zone in cui si sono accomodati negli ultimi decenni e riscoprire le loro antiche origini, il rapporto diretto col divino, il senso profondo di appartenenza ad una matrice originaria e il valore della politeia.

Infatti, da alcuni anni il dibattito politico europeo ha preso a considerare le banche quali la causa principale della perdurante crisi economica in corso, nel bene e nel male. In particolare, si è rimessa in discussione l’indipendenza degli istituti finanziari centrali dal controllo politico, cosa che alcuni vorrebbero garantire senza “interferenze” degli organi statali o comunitari sul merito delle politiche bancarie sul credito o sul debito pubblico. Non vi è dubbio che il tema sia delicato e di primaria importanza, proprio oggi che l’Unione Europea si appresta a varare un immenso e inedito piano di aiuti pubblici alle economie degli stati aderenti (Recovery Fund), in gran parte volti a sviluppare la cd. “economia verde e circolare”, e a volerne guidare il destino.

Si tratta di una prospettiva che ci riguarda tutti, imprenditori, consumatori o semplici cittadini: sia perché ha a che fare con i prossimi decenni di attività economica e sociale interna, sia perché tocca direttamente anche i valore della nostra moneta comune, l’Euro, che dovrà continuare a confrontarsi con le altre divise contabili globali (Dollaro, Sterlina, Yen, Renmimbi, etc.), soprattutto nei mercati delle risorse energetiche e delle materie prime, dove si combatteranno le guerre del futuro.

Le polemiche susseguenti all’introduzione della valuta comunitaria, nel 2001, nell’intero mercato comune europeo, che rimane ancora il più ricco e ambito al mondo, hanno imputato proprio all’Euro la gran parte delle difficoltà incontrate dall’economia europea negli ultimi vent’anni, aggravata dalle diverse crisi finanziarie globali e dall’attuale contrazione dovuta al blocco delle attività per il Covid19. Molti ritengono che la forte perdita del potere d’acquisto subita dai consumatori europei (“iper-inflazione”) con l’introduzione dell’Euro, seguita dalla bolla del mercato immobiliare degli anni 2010, cui è seguita la crisi globale dei “subprime” e infine il “credit cruch” sulle imprese più piccole, per non parlare del “bailout system” introdotto con la crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, abbia infine portato le famiglie a indebitamenti su livelli elevati, ben oltre le loro reali possibilità di rimborso. Mentre oggi gli stati europei sono costretti ad aumentare a dismisura i debiti sovrani per fronteggiare il crollo dell’economia europea…

Tutto casuale? Tutto imprevedibile? Tutto estraneo al management della finanza?

Probabilmente, no. In questi anni è stata attuata la rivalutazione delle rendite catastali, si è elevata l’aliquota Iva sui consumi, si è tenuto il tasso sconto dell’Euro su livelli superiori al suo valore reale di mercato, penalizzando l’export europeo per garantire una posizione più forte alla valuta stessa nei mercati internazionali. Il ossequi al cd. “modello di Triffin”: che vuole moneta forte, dominio dei commerci, esercito potente e un ruolo politico centrale nel mondo. Un modello “imperialista”, attuato nel corso della Storia dall’ex-Impero britannico a partire dalla metà del XIX secolo, nonché dagli Stati Uniti dal secondo dopoguerra in avanti. Entrambi fallirono per una crisi monetaria (la Sterlina venne svalutata nel ’32, il Dollaro nel ’71). Ed è un modello affine al “monetarismo”, la teoria economica che vuole la moneta quale unica leva per controllare i tassi e l’inflazione e, quindi, la produzione e l’occupazione di un’economia. I suoi dogmi principali sono: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico, l’incidenza della finanza sulle dinamiche produttive e il liberismo assoluto nelle dinamiche del mercato.

Si tratta di una visione che contrasta non poco con la tradizione europea che vede nella moneta un “mezzo di scambio”, e non certo una merce o una variabile indipendente del sistema economico. Da che mondo è mondo, la banca ha sempre avuto lo scopo di finanziare l’impresa oppure, specie in epoca rinascimentale, gli stati in guerra. Nacque proprio in quell’epoca la cattiva abitudine di fare enormi debiti pubblici verso i banchieri privati (del Banco, Függer, Bardi, Grimaldi, Rothshild, fra i più famosi), per finanziare i conflitti di potere o imponenti riforme socio-economiche interne. Poi, la “Rivoluzione industriale” (fine Settecento) trasformò l’economia in “capitalistica”, sempre più bisognosa di denaro per funzionare. Da quel periodo, le banche si svilupparono e s’irrobustirono e vennero istituite le prime banche nazionali, mentre il “conio” e il “diritto di signoraggio” rimasero una prerogativa del Re e dello Stato, com’era sempre stato sin dalle epoche più antiche. Oggi, invece, l’UE ha cambiato strada e si è avventurata sulla via dell’emissione di Euro condizionata alle decisioni della BCE, trasferendo così la “sovranità finanziaria” dagli stati membri alla banca centrale comunitaria.

Oggi l’istituto centrale monetario europeo immette denaro nel mercato con lo scopo dichiarato di controllare l’inflazione, indipendentemente dai programmi di politica economica degli stati o della stessa UE, con la malcelata intenzione di inseguire obiettivi di dominio globale senza alcun controllo pubblico, ossia del “popolo sovrano”. È un tema che si sta rivelando ostico e decisivo anche nella partita del Recovery Fund e degli altri strumenti finanziaria che l’UE sta mettendo in campo per affrontare la crisi pandemica e sostenere il piano politico della Commissione per i prossimi sette anni.

Temo che gli Europei dovranno abbandonare la tana sicura del monetarismo e puntare su antiche consolidate prassi, oppure inventare nuove strategie di finanza pubblica per sostenere sia i grandiosi piani pluriennali di economia programmata elaborati dagli organi centrali dell’UE, sia le politiche locali di sviluppo e rilancio messe sul tavolo dagli stati membri. La nave in questo momento non ha vento in poppa e di fronte alla tempesta finanziaria che incombe, il rischio di affondare è concreto. Il viaggio degli Europei verso il loro destino è ancora lontano dalla meta. La crisi esistenziale che stiamo vivendo farà una selezione. La Natura stabilirà le nuove regole del gioco sul pianeta Terra. Nessuno potrà sopravvivere seguendo idee ormai superate. Ma forse troverà la via d’uscita tornando a considerare quelle eterne, della sapienza divina, o quelle consone, della tradizione millenaria.

Argomenti trattati anche nel saggio intitolato STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, scritto da Roberto Amati, cui questo blog e il sito è dedicato.

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Quale Europa per il futuro?

futuro ue

«L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…»: potrebbe essere un modo scanzonato per esorcizzare le paure che attanagliano tutti noi di fronte alla crisi abnorme, epocale e di difficile soluzione che si è abbattuta improvvisamente sul mondo nell’inverno scorso e che, probabilmente, continuerà per tutto il 2021 e oltre.

In realtà, il nostro mondo è in crisi da lungo tempo, soprattutto per ragioni di finanza pubblica e una “soluzione” era attesa già da anni e prevedibile da decenni, all’incirca da quando il modello bipolare di governance del pianeta è imploso, dando origine alle diverse “questioni internazionali” che ancora oggi aleggiano sul pianeta Terra.

A voler essere sintetici, tutto è cominciato con la “politica di distensione” attuata da Usa e Urss dagli inizi degli anni Settanta, quando le due ‘superpotenze’ vincitrici nella Seconda Guerra Mondiale, impegnate in un confronto totale che le aveva assorbite completamente, si ritrovarono in una profonda crisi di liquidità e di stabilità politica interna che le costrinse ad “abbassare le armi” e a concedere spazio alle potenze emergenti sullo scenario mondiale: la Cina, il Giappone, le cd. “tigri del Sud-Est asiatico”, il “mondo arabo” e l’Europa.

Nel volgere di pochi anni, infatti, la serrata competizione bipolare si è trasformata in governance concordata e paritaria, sancita urbi et orbi dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 e obbligata da alcuni accadimenti destabilizzanti per l’equilibrio internazionale.

In primo luogo, la crisi monetaria del Dollaro, che costrinse il Presidente R.Nixon a svalutare la divisa statunitense e a denunciare i trattati di Bretton Woods (agosto 1971); quell’atto seguiva alla sconfitta militare e diplomatica degli Americani in Vietnam, che fu il motivo dell’abbandono statunitense dello scenario del Sud-Est asiatico, con la “politica di triangolazione” intrapresa insieme a Giappone e Cina, che ottenne il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (ottobre 1971).

Conseguenza diretta della debacle del Dollaro e della fine del sistema monetario di cambi fissati impostato sulla valuta statunitense fu la “crisi petrolifera” (1973), che determinò la prima grande crisi economica dell’Occidente industrializzato nel dopoguerra, causata dalla rivolta dei paesi dell’Opec di fronte all’indifferenza dimostrata nella “guerra dello Yom Kippur” e verso il rilancio del fronte ‘pan-arabo’ guidato dall’Egitto contro la potenza israeliana, finanziata dagli Stati Uniti.

L’aumento del prezzo del petrolio consentì l’arricchimento e l’avvio dello sviluppo economico-militare dei paesi produttori arabi, i quali raggiunsero la leadership nel mercato petrolifero mondiale insieme alla superpotenza sovietica, ormai espulsa dallo scacchiere politico mediorientale, dopo aver già ridimensionato le sue mire egemoniche sul Sud-Est asiatico alla fine degli Anni ’60.

A quella grave crisi economica, gli Usa reagirono, con una politica estera “espansiva”: grazie agli “accordi di Camp David” (1978), rimettevano piede in Medio Oriente e lo pacificavano; la politica di riavvicinamento alla Cina consentiva, soprattutto, di riprendere la strategia di “containment” nei confronti dell’Urss; alla mancata ratifica dei Trattati Salt1 per il congelamento delle armi atomiche strategiche, seguirono l’appoggio alla rivoluzione khomeinista in Iran (novembre 1979) e al fondamentalismo islamico in Afganistan e in Pakistan, nonché la decisione di installare gli “euromissili” nei paesi alleati della Nato in Europa e di lanciare la “corsa al riarmo” nei primi Anni ’80, col Presidente R.Reagan.

Una strategia globale che nel lungo periodo portò all’implosione del sistema economico di “socialismo reale” e alla fine del blocco sovietico, e liberò gli stati dell’Europa orientale dalla “sovranità limitata” sopportata sin dal 1945: fu quello il momento che l’Europa aveva tanto atteso per ricostruire il sistema politico-economico andato definitivamente in pezzi col secondo conflitto mondiale e che si stava, lentamente, ricostituendo intorno alle Comunità europee.

Fondate a partire dal 1952, dai pochi stati democratici occidentali legati in modo stretto all’economia americana (“Piano Marshall”), si allargarono progressivamente agli altri stati sovrani europei, sempre a seguito di grandi crisi internazionali: infatti, la crisi economica di metà Anni ’70 spinse i paesi britannici e la Danimarca a entrare nella Cee, nonostante il loro sistema di interrelazioni economiche fosse molto efficace (Efta, costituita nel 1960 ora ha sede a Vaduz), seguiti dai paesi iberici e dalla Grecia (durante la vicenda degli euromissili), e subito dopo dagli stati neutrali posti al confine col blocco orientale (Austria, Svezia, Finlandia, anch’essi fuoriusciti dalla Efta), per accogliere, negli Anni Duemila, tutti gli stati orientali coinvolti dal dissolvimento del sistema sovietico, ad eccezione dei paesi balcanici.

La fine della “guerra fredda”, quindi, ha permesso a diversi player “regionali” (Cina, Giappone, Sud-Est asiatico, mondo arabo-mussulmano, Iran, subcontinente indiano ed Europa) di crescere e partecipare in prima persona al sistema politico-economico internazionale. Ma, inconsapevolmente, quella svolta ha generato i “mostri” che oggi tiranneggiano sull’umanità intera e che alimentano la più grave crisi globale che Storia ricordi: la “globalizzazione” del modello economico e del sistema di vita anglosassoni, intrisi dell’ideale del mercato auto-regolato e del libero scambio, della “finanza creativa” non asservita alle esigenze del sistema produttivo, del consumismo e del “progresso senza limiti”, della laicità assoluta nello stile di vita collettivo, dell’ideologia “modernista” e del distacco totale dalle tradizioni umane più antiche.

Ora che anche il modello di vita occidentale sembra in via di declino, messo in seria difficoltà da un virus “invisibile” mutante e pervasivo, la preoccupazione cresce, soprattutto, perché non ci sono idee chiare su come uscire dalla crisi generale o su chi possa guidare la ripresa, o la rinascita, del “sistema mondo” nel prossimo futuro.

Sperare sul nuovo Presidente statunitense, J.Biden, è prematuro e poco credibile, per via di una politica estera ereditata dal suo mentore, l’ex-Presidente B.Obama, che getta benzina sul fuoco dei vari scenari caldi del pianeta, sperando magari che una rivoluzione colorata o un colpo di stato risolva tutto.

Attendersi contributi decisivi dalle istituzioni di governance mondiale (Onu, Imf, Oms) appare irrealistico, non avendo saputo farlo nei decenni che ci hanno preceduto.

Ritenere, infine, che possano occuparsene le nuove potenze economiche dei cd. “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina o Sud Africa) è a dir poco prematuro. Tanto meno, si può credere che la soluzione giungerà da un altro pianeta.

In realtà, a ben vedere, forse una possibilità esiste: se è vero che la crisi è stata sempre favorevole all’integrazione europea (ricordando che anche la decisione di istituire la Ceca segnò l’epilogo del mancato accordo fra Usa e Urss sulla ricostruzione dell’Europa), potremmo ipotizzare che proprio l’Unione Europea possa approfittare dell’occasione per completare l’iter d’integrazione politica e, quindi, prendere sulle proprie spalle la “croce” della riorganizzazione dell’intero consesso mondiale guidando i diversi sistemi regionali verso un “Nuovo ordine internazionale” di tipo multipolare.

Nel quale siano esaltate le tradizioni e le differenze di natura culturale, religiosa, socio-economica e civile dei vari ambiti locali, e dove gli scambi e le relazioni fra regioni e stati del pianeta siano improntate ai principi di parità e di reciprocità. Appare evidente, infatti, oggi più che mai, che l’idea di una parte del mondo che domini sul resto dell’umanità (col rischio di scatenare conflitti atomici senza via di scampo) non abbia più senso e, soprattutto, non ha futuro.

Sarà necessaria, pertanto, un’opera diplomatica di grande tessitura che punti alla risoluzione delle varie crisi che attanagliano il mondo globalizzato (economico-finanziaria; scarsità delle risorse primarie e naturali, crescita demografica iperbolica; diversità religiosa, di stile di vita e culturale; militare e/o politico): ebbene, credo che l’Europa, anche per via di una certa “responsabilità storica” che dovrebbe assumersi nei confronti di tutte queste questioni, sia proprio il soggetto ideale e più idoneo a conciliare le parti del mondo e a ricomporre il puzzle dell’umanità.

Ma, affinché ciò accada, ossia per far si che l’Europa possa veramente giocare tale ruolo nella grande partita sul futuro della Terra, è necessario che si doti degli strumenti necessari. È fondamentale, perciò, che si trovino una formula politica e un modello istituzionale integrato che permettano di agire sullo scenario internazionale con sicurezza, rapidità ed efficacia, evitando così che sia nuovamente il resto del mondo a decidere il destino del “vecchio continente”. Perché non voglio nemmeno pensare che qualcuno, dalle parti di Bruxelles, di Berlino, di Parigi o di Roma, abbia già dato per persa la partita…

Questa è certamente una delle questioni più scottanti nell’agenda politica europea, lungi da una soluzione condivisa fra gli stati membri e, soprattutto, che sia accettabile agli occhi dei popoli e delle centinaia di milioni di cittadini europei che la abitano. Ricordando che l’antico brocardo “majestas populi” è sempre vivo ed inscritto in tutte le Costituzioni vigenti nei vari paesi europei.

Europa Unita, dunque. Si, ma quale? Di quale Europa stiamo parlando? A quale “anima europea” dovremmo far riferimento? Quale progetto politico e culturale adottare? Quali “radici” dovremmo recuperare e considerare? E quali sono i confini che meglio definiscono lo “spazio europeo”? Sono domande difficile, che gli Europei si pongono da molto tempo, a cui manca una risposta condivisa.

In parte, perché esistono decise posizioni contrapposte e inconciliabili in materia, in parte perché quando si parla di Europa ci si dimentica della sua storia millenaria, complessa quanto affascinante, ricca di esperienze uniche e di assoluto valore universale. Si preferisce pensare che il «passato è passato…», che bisogna «…guardare al futuro con speranza» e adeguarsi ad una situazione reale di gran confusione ma che, ineludibilmente, ci stia già guidando verso «la luce in fondo al tunnel».

Si tratta di frasi ripetute alla nausea, come mantra psichedelici che tentano di ipnotizzare le masse, con immagini evocative che pescano dal grande patrimonio culturale e ancestrale della nostra civiltà, di cui però ironicamente ci si vorrebbe sbarazzare. Dimenticando che ciò che siamo oggi è proprio il risultato del nostro lunghissimo passato e non soltanto dell’epoca moderna! Che l’idea di unificare l’Europa sul piano politico non appartiene soltanto al pensiero illuminista o alla visione laicista e progressista della vita!

Giunti alle soglie del terzo millennio dell’era cristiana, l’Europa dovrebbe aver compreso come la soluzione al problema dell’unità interna, e della corrispondente posizione unitaria esterna (si chiama “sovranità”, termine che a molti fa ribrezzo), non sia più una questione marginale, che possa riguardare soltanto l’“élite decidente” o gli esperti della scienza politica. Non è più soltanto un problema di “voto ponderato” o di competenze e procedure legislative ripartite: i cittadini, i popoli e i movimenti politici europei ribadiscono, ogni giorno, che l’Europa tecnocratica e asettica, anemica, così distante dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua cultura, che invece sono tuttora ben radicate nella società civile reale del quotidiano vivere, viene percepita come un qualcosa di distante da loro, come un “mostro” senza capo né coda e, quindi, senza futuro.

L’anno che verrà potrebbe essere anche quello decisivo per le sorti dell’Europa unita: oggi è una colossale costruzione di argilla che frana su sé stessa, sotto il suo peso, inerte di fronte alle proprie mancanze e all’instabilità delle basi su cui poggia. Serve un grande progetto che recuperi la sua idea originaria e tenga conto dell’immenso patrimonio culturale e storico di cui essa dispone.

Dopo aver studiato per anni il pensiero politico europeo, il senso storico dell’Europa che evolveva nei secoli in una esperienza di vita comunitaria senza eguali, il valore religioso, contribuito dal Cristianesimo, che permea e sostiene i principi essenziali del nostro modello di convivenza, ritengo che l’Europa possieda già gli strumenti più idonei a interpretare al meglio il proprio ruolo nel mondo: si tratta solo di riscoprirsi e apprezzarsi.

Soltanto guardando al passato e apprendendo con passione dalla propria antica tradizione, l’Europa potrà rivalutare sé stessa e divenire quell’esempio di civiltà e quello spazio di vita pacifico, ordinato e unitario, che da sempre desidera essere e che, ne sono certo, anche il resto del mondo non esiterà a imitare…

Trovate temi, vicende, personaggi e anche “segreti” dell’Europa che fu nel mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

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Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare?

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L’Unione Europea è il più critico degli scenari di politica internazionale, in questa prima parte del XXI secolo, soprattutto in merito alla sua organizzazione futura. Perché oggi non si ha alcuna certezza sul modello che infine verrà adottato, essendo in atto una cruenta lotta ideologica che afferisce all’idea originaria di aggregazione comunitaria. E non è detto che alcuna delle proposte sul tavolo sarà quella infine realizzata. Quindi l’incertezza regna sovrana e tiene il mondo in suspance, dato che l’Europa è ancora una delle potenze economiche e militari globali.

Le prime opinioni sull’unificazione politica del “vecchio continente” cominciarono a circolare nel XIX secolo, sull’onda delle “rivoluzioni democratiche” franco-americane di fine Settecento e dei successivi “moti di popolo” che infiammarono l’Europa nella prima metà dell’Ottocento: certamente il movimento illuminista e le massonerie elitarie posero all’attenzione pubblica questo tema, che prese così il nome di “Stati Uniti d’Europa” per la prima volta espresso da V.Hugo nell’atto di promuovere la “fratellanza europea” (1899).

Ma solo dopo la Prima Guerra Mondiale la questione si fece concreta: con il “piano Kalergi”, elaborato da un nobile filosofo ungherese nei primi Anni ’20, si proponeva una cooperazione rafforzata fra gli stati europei gestita da un consiglio che votasse all’unanimità, che divenisse in seguito unione doganale e infine confederazione con pari dignità fra i membri, nel rispetto delle diversità culturali ed etniche degli stati aderenti, difesa da un esercito comune e unita da una moneta condivisa. È facile vedere in questi propositi tecno-burocratici il disegno dell’attuale Unione Europea, fondata col Trattato di Maastricht nel 1992 e riformata col Trattato di Lisbona del 2004.

Il progetto di Kalergi fu propagandato, allora, dal ministro agli esteri francese, A.Briand, in un discorso all’Assemblea della Società delle Nazioni nel 1929 (a lui si deve anche il fondamentale Patto Kellog-Briand del 1926, un accordo di pace globale che sancì il “principio di non aggressione”) e fu ripreso da W.Churchill nel 1943: costui tenne in mano le sorti dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, stabilì l’alleanza con gli Stati Uniti di F.D.Roosevelt che fu decisiva per vincere il conflitto, quindi disegnò il Nuovo Ordine Internazionale con i vincitori nella famosa Conferenza di Yalta, dove fu decisa la costituzione del “sistema delle Nazioni Unite”, ed infine divise l’Europa col famoso discorso sulla “cortina di ferro” (1947).

Il piano ungherese poté realizzarsi, però, solo dopo che furono poste le fondamenta economiche, ossia la formazione di un “mercato unico aperto” fra Europa e Nord America (secondo la tendenza liberista-globalista prevalente all’epoca nel mondo anglosassone) propinata dal professor M.Keynes, che per primo lanciò l’idea di un mercato integrato europeo di libero scambio, dove fossero banditi i dazi e gli aiuti statali alle imprese.
Egli fu anche l’autore del “New Deal”, il programma di riforme economiche che permise a F.D.Roosevelt di ricostruire gli Stati Uniti dopo la grande crisi finanziaria del 1929.

In verità, durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, erano emerse anche altre ipotesi concernenti l’unificazione del continente: una era il cd. “manifesto di Ventotene”, elaborato da diversi antifascisti comunisti, socialisti e anarchici esiliati sull’isola tirrenica e capeggiati da A.Spinelli, che proponevano una federazione «per un’Europa libera e unita» guidata da un parlamento comune e da un governo di tipo democratico, che passò alla storia come “mozione federalista (o europeista)”; cui si contrappose per lungo tempo quella cd. “funzionalista” (di area conservatrice), volta a mantener salve le prerogative di sovranità degli stati aderenti e propensa invece a una cooperazione politica mediata dal consiglio dei capi di stato e dei ministri (ossia la formula che regge l’UE ancora oggi).

La Seconda Guerra Mondiale aveva imposto all’agenda politica europea la necessità di evitare altri sanguinosi conflitti “fratricidi”, spingendo gli stati verso nuovi metodi di relazione: allo scopo, vennero istituiti il Collegio d’Europa, per formare le classi dirigenti del futuro in un’ottica “paneuropeista” (ancora esistente con sedi a Bruges e Varsavia), e il Consiglio d’Europa, volto a promuovere i principi della democrazia e dei diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni comuni ai vari problemi sociali che riguardassero il continente (con sede attuale a Strasburgo).

A questi, seguirono altri due fondamentali progetti promossi dagli Stati Uniti (che con l’avvento della “guerra fredda” erano divenuti i difensori della sfera occidentale), quali la Nato e il “piano Marshall” (1949): la prima è un’alleanza difensiva militare (tuttora esistente, con sede a Bruxelles), sorta per proteggere l’Europa dalle minacce belliche intentate dal “blocco sovietico”; l’altro fu un programma di spese correnti in dollari, messo in atto dalla potenza americana per favorire la ricostruire dell’intero sistema produttivo-economico europeo. Quando gli stati europei orientali decisero di starne fuori, sottomettendosi all’egemonia dell’U.R.S.S., i due progetti diedero vita all’U.E.O., trattato militare volto alla formazione di un esercito comune europeo occidentale (che però fallì nel 1953), e all’O.E.C.E., organismo mirato alla gestione degli ingenti aiuti statunitensi, trasformatosi nel 1961 in O.C.S.E. (tuttora esistente, con sede a Parigi), un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi sviluppati appartenenti a un’economia di mercato comune .

La situazione sembrava stabilizzarsi quando prese piede il processo d’integrazione europea nel 1952, per iniziativa della Francia quando propose all’antica storica rivale tedesca (ex-Germania Ovest) di mettere in comune le risorse di acciaio e di carbone per costruire un mercato unico ispirato alle regole del liberismo e in assenza di aiuti e sostegni finanziari pubblici alle imprese del settore (quindi riprendendo le idee di Keynes e del Piano Kalergi).

Si trattò di un compromesso, costruito sui principi di “pace e democrazia” che avrebbero dovuto sostenere il sodalizio, reso possibile dai leader politici d’ispirazione cristiana che in quel momento guidavano i principali stati occidentali (J.Monnet e R.Schuman per la Francia, K.Adenauer per la F.D.R., A.De Gasperi per l’Italia, P.H.Spaak per il Belgio) e diede vita alla C.E.C.A., primo embrione di un processo federalista retto dagli organi interstatuali (ossia, secondo il credo funzionalista).

Seguirono, nel 1957 la EUR.ATOM., per coordinare e condividere le ricerche nel campo dell’energia nucleare, e la C.E.E., il vero Mercato Unico senza barriere né dazi interni organizzato fra i sei stati fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux), che da quel momento avrebbero condiviso un percorso di unificazione economica e politica attraverso la realizzazione delle cd. “quattro libertà interne” e le politiche comuni e condivise.

Gestito dal Consiglio dei capi di stato e dei ministri (con sede a Bruxelles), da un Parlamento comune europeo (eletto per la prima volta nel 1979, con sede a Strasburgo) e da una Commissione di membri scelti dagli stati (con sede a Bruxelles) competente sui trattati, la cui tutela venne affidata alla Corte di Giustizia (con sede all’Aja), il processo di integrazione comunitaria è proseguito attraverso varie adesioni successive (Regno Unito, Eire, Danimarca nel 1974; Grecia nel 1981; Spagna e Portogallo nel 1986; Germania Est nel 1990; Finlandia, Svezia e Austria nel 1995; Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lituania, Lettonia, Cipro e Malta nel 2002; Romania e Bulgaria nel 2007; Croazia nel 2013) e varie riforme dei trattati: istituiti il Mercato Unico e la Cittadinanza Europea (Maastricht, 1992), si rese libera la circolazione interna (Schengen, 1997) e si coniò la moneta unica “Euro” (Amsterdam, 2001), stabilendo infine i Diritti primari comuni e le regole di adesione (Nizza, 2001).

L’iter fu completato a Lisbona nel 2007, con un trattato che riformava totalmente le istituzioni e i principi portanti della Comunità Europea (a seguito della fallimentare Convention del 2006 che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione Europea): da quel momento l’Unione Europea diventava un organismo internazionale federale burocratico, che ripartisce le competenze fra le istituzioni comuni e gli stati membri in virtù dei principi di sussidiarietà e democrazia adottando i diritti fondamentali della Carta di Nizza e le procedure di condivisione e di cooperazione fra gli organi comunitari stabilite dal trattato stesso, nell’ambito del procedimento legislativo.

Si è verificata così una svolta verso il vecchio Piano Kalergi, impostato su un modello tecnocratico che esprime le sue peculiari caratteristiche nei cd. “parametri di Maastricht” (con cui si vorrebbe tener sotto controllo le finanze degli stati membri) e nel sistema bancario unificato incorporato dalla B.C.E. (sede a Francoforte), che a sua volta ha imposto rigide regole al finanziamento e al credito cui sono sottoposte le banche europee e gli stati aderenti.
Queste ultime evoluzioni hanno creato non poche difficoltà, specie nei casi di crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, nonché coi cd. “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) considerati stati spendaccioni e inefficienti dal club rigorista/austero del nord Europa (che ruota attorno alla potenza germanica), e infine nella crisi bancaria-finanziaria del 2008, riaccendendo il dibattito fra “euroentusiasti” ed “euroscettici” e mettendo in dubbio il processo di integrazione politica europea.

Su cui gravano anche la mancata creazione di un sistema di difesa e di politica estera comune, l’assenza di una qualsivoglia coesione politica in merito ai temi già “comunitarizzati” da tempo (quali l’agricoltura o il commercio col resto del pianeta), per non parlare dell’assoluta dissonanza di intenti sui temi dell’immigrazione e della politica fiscale.

Tenendo conto di quanto sopra esposto, considerato che il processo in atto nasce da idee/progetti concepiti ormai due secoli fa, vista la situazione politica internazionale attuale in gran fermento, in prospettiva al “sistema onusiano di governance” nato nel secondo dopoguerra e ormai in fase declinante, si potrebbe prendere in esame altre possibilità di proposta per la futura “Europa Unita”.

Infatti, assunzioni ritenute inossidabili sembrano adesso vacillare, di fronte alla realtà dei fatti e alle numerose contraddizioni attuative rispetto ai pur validi principi fondativi (si pensi ad esempio alla messa in pratica della solidarietà fra gli stati membri…), mentre i popoli e le nazioni europee sembrano voler tornare protagoniste della Storia: forse, sarebbe il caso di riprendere in considerazione argomenti messi da parte da tempo, quali ad esempio le radici o le origini etniche, culturali e storiche dei popoli e degli stati che oggi compongono non solo l’U.E. ma, soprattutto, l’Europa geopolitica.

Del resto, il pensiero umano è sempre in evoluzione e spinge il cambiamento sociale e umano, che in alcuni momenti storici diventa un “passaggio” obbligato fra un paradigma e quello nuovo sul quale si strutturerà il nuovo mondo. E a giudicare dagli eventi più recenti, oggi sembra proprio di vivere uno di quelli…

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio

STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI

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