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IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA ALLARGHI L’ORIZZONTE

europa nel 1919

L’Unione Europa come la conosciamo oggi è il frutto maturo (o forse marcito?) del cd. “processo di integrazione europea”, iniziato secondo la vulgata consolidata nel secondo dopoguerra e tuttora incompleto. Questo argomento è materia specifica insegnata in tutti gli atenei italiani, nell’ambito degli studi storico-politologici, con l’intento di presentare in modo coerente e omogeneo un periodo storico che non si è ancora concluso ed è assolutamente contemporaneo quanto indefinito.

La tesi basilare è che con l’avvento della Modernità, il mondo si sia avviato verso un lungo cammino di progresso, liberazione e sviluppo dell’essere umano, finalmente uscito dalla caverna in cui ha sonnecchiato per millenni per ricoprire la luce interiore che alberga in ognuno di noi: pertanto, si parte dal mitico Congresso di Vienna del 1815 a delineare un andamento di fatti e situazioni concomitanti, connesse e inter-dipendenti, che nella consapevolezza della “ragione dei lumi” dominante ci ha infine condotti fin qui.

In realtà, da quel consesso politico-diplomatico allo scenario post-bellico del 1945 sono cambiate parecchie cose e la situazione europea ha subito stravolgimenti che un secolo prima erano assolutamente impensabili. A cominciare dal fatto che nella capitale austriaca si stabili di restaurare l’“ancien regime, ossia la configurazione politica e di diritto (“divino”) che si era protratta per millenni in Europa ed era stata cancellata dall’epopea napoleonica: infatti, al termine della Prima Guerra Mondiale, gli attori principali della conferenza viennese non esistevano più, sostituiti da altri numerosi soggetti sovrani, così come molte delle dinastie che governavano gli stati partecipanti.

Con la pace incondizionata che gli Alleati applicarono alla Germania nazista, all’Italia (post-)fascista e al Giappone (ex-)imperiale, atto senza precedenti nell’intera Storia umana, furono posti i paletti di quello che sarà appunto il cammino verso la nuova integrazione del continente europeo (nel mio saggio sulla storia dell’integrazione europea sostengo infatti che la storia dell’integrazione europea sia iniziata circa 2500 anni fa).

Come dicevo sopra, dopo la “Grande Guerra” che aveva provocato decine di milioni di morti in tutta Europa (ecatombe senza precedenti che Papa Benedetto XV bollò come “inutile strage”), il quadro politico si presentava completamente innovato dai Trattati di Versailles e di Saint-Germain, nonché dagli accordi di pace con Bulgaria, Ungheria e Turchia, ossia gli altri stati perdenti del conflitto, cui si aggiunse la pace separata (Brest-Litovsk) sottoscritta dall’ex-Impero Russo ormai in mano ai soviet.

D’un colpo sparivano dalle cartine geopolitiche d’Europa i grandi imperi multietnici e cristiani che avevano retto le sorti continentali da secoli, lasciando il posto a tante piccole repubbliche nazionali indipendenti nell’area orientale. Quelle che nei recenti Anni Duemila sono state oggetto della procedura di ingresso nell’Ue, secondo i principi stabiliti dal cd. “trattato di adesione” proposto senza contraddittorio dagli altri paesi membri dell’Unione Europea (infatti qualcuno li addita come trattati di pace senza condizione, posti dall’Europa Occidentale agli ex-stati comunisti dell’Est).

Sorsero così gli stati di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia e Austria. La Germania divenne una repubblica, sebbene occupata dalla Francia in alcune regioni storiche e ricche di beni di primaria importanza industriale (la Ruhr e la Saar), così come l’Austria ridimensionata al suo antico spazio ducale e deprivata di qualsiasi diritto su quelle che erano state le terre e le nazioni di antico dominio, come l’Ungheria, la Boemia, la Dalmazia, l’Illiria e l’Italia nord-orientale. Infatti, il Friuli-Venezia-Giulia e l’Istria divennero territori italiani insieme al Tirolo meridionale (l’attuale Alto-Adige), mentre la Slovenia, la Croazia e la Bosnia vennero unite alla Serbia in un regno multietnico guidato dalla dinastia Karageorgevic che durò fino al 1945, cui appartenevano anche Montenegro, Macedonia e Kosovo. Del vecchio sistema imperiale fu salvato solo il regime di “città libera”, applicato a Fiume e a Danzica, mentre fu inventato quello di “via fluviale internazionalizzata” per i fiumi Danubio, Elba e Weser.

Si capisce immediatamente che queste dure condizioni di resa non sarebbero durate a lungo. Ne erano consapevoli anche coloro che le redassero, soggetti alla pressione dei diktat francesi, assolutamente determinati a porre un severo limite ad uno dei tanti nemici storici, ossia la Germania: pertanto, si pensò di addebitare al nuovo stato repubblicano (un’altra imposizione assurda per un paese di antica tradizione regale e imperiale) un’enorme mole di danni e di riparazioni di guerra, da pagare in parte con la depredazione delle risorse energetiche della Renania, in parte in denari sonanti. Si innestò, quindi, un circuito di debiti e prestiti che coinvolgeva Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti: questi ultimi erano divenuti, infatti, creditori verso gli Alleati per gli ingenti prestiti bellici, nonché fonte principale dei copiosi finanziamenti privati alla repubblica di Weimar per la ricostruzione.

L’aspetto finanziario-monetario divenne centrale nel periodo che intercorre fra i due conflitti bellici. Se da un lato, infatti, si registrò un enorme spostamento di liquidità dall’Europa (in particolare la Gran Bretagna) verso l’altra sponda atlantica favorendo il boom economico statunitense aiutato anche dalla massiccia emigrazione europea degli Ani Trenta, dall’altro si assistette a diverse crisi inflazionistiche devastanti che colpirono sia la fragile Repubblica di Weimar che la nascente potenza globale Usa. Cui si aggiunse la fine del sistema di cambio fisso aureo “Gold Standard”, inventato dai banchieri inglesi nel XIX secolo e legato alle valute dei quattro paesi coinvolti nel circuito del debito sopra descritto.

Peraltro, la grave crisi del “venerdì nero” americano (1929) portò il Presidente F.D. Roosevelt ad attuare il famoso piano “New Deal” (che viene citato spesso anche oggi da svariati politici) di sostegno all’economia nazionale con la spesa pubblica gonfiata dai debiti e dall’emissione di dollari (espansione monetaria, tecnica utilizzata ancora oggi dalla BCE con l’Euro). Si innestò così un circuito economico di commesse statali all’industria militare, finanziate col debito mediato dalle banche nazionali e centrale, che si chiudeva con l’acquisto dei titoli di stato emessi da parte delle stesse imprese militari che lavoravano per aumentare il potenziale bellico nazionale.

La corsa agli armamenti effettuata da molti stati negli Anni Trenta, combinata alla grave crisi socio-economica provocata dagli effetti della Grande Guerra e alla fragile situazione geopolitica europea, posta sotto il controllo della Società delle Nazioni (il “club di oligarchi globali” di cui erano soci di maggioranza le famiglie tedesche dei Sassonia-Coburgo-Gotha, degli Hanover/Windsor, degli Oldenburg e degli Orange-Nassau, ossia le uniche dinastie regali medievali sopravvissute e tuttora regnanti!), spinse molti paesi verso la deriva autoritaria (in Germania, Italia, Austria, Ungheria, Spagna), mentre altri venivano inondati dalla propaganda comunista-socialista, forte dell’avvento della Repubblica Socialista Sovietica di Russia creata da J.Stalin.

Infine, il modello di governance globale imposto dagli Stati Uniti a tutti gli altri stati del mondo nella Conferenza di Parigi, che produsse il “Covenant” della S.d.N. nonché molti nuovi principi di diritto internazionale, dal divieto di minacciare o dichiarare la guerra ad altri soggetti sovrani, all’istituzione di mandati di protettorato che di fatto celavano un controllo diretto delle potenze europee nell’area mediorientale, alla diffusione del cd. “diritto umanitario”, poi tradito dagli stessi americani, che quindi lasciarono Gran Bretagna e Francia a fronteggiare il complesso scenario eurasiatico, aprì la strada ai revanchismi e alle alleanze in chiave anti-comunista delle principali economie emergenti mondiali (Patto Anti-Comintern).

Consci degli enormi errori commessi a Parigi e della pesante occupazione subita dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, i francesi cambiarono strategia politica e offrirono al tradizionale rivale tedesco un ramoscello d’ulivo: la lettera di Schuman al capo di governo della Germania Ovest del 9 maggio 1950 (data che fino al 2019 viene celebrata dall’UE come sua fondazione e dalla Russia come vittoria militare) fu la base di un rinnovato rapporto pacifico e cooperativo fra le nazioni, fondato sulla “pace e la democrazia”. Che ha permesso dagli Anni Cinquanta di costruire dapprima il mercato comune europeo, quindi il sistema monetario unitario e infine il processo di (re)integrazione degli stati orientali, usciti dal dominio de facto dell’URSS.

Tutto ciò fu possibile grazie alla fondamentale opera politica, diplomatica e militare di W.Churchill, che dapprima fronteggiò col tipico orgoglio britannico il pericolo del regime nazista, quindi spinse gli Stati Uniti ad entrare in guerra affianco agli Alleati, poi accordò la spartizione dell’Europa post-bellica con Stalin (“cortina di ferro”) e infine pose l’Europa Occidentale sotto il cappello difensivo della Nato e l’ingerenza politica dell’Onu. Dopodiché la crisi della Sterlina fece il resto e la Gran Bretagna si ridimensionò a potenza di secondo piano, incapace di stare al passo con le due superpotenze militari ed economiche di Usa e Urss. Le quali in realtà, secondo alcuni studi economici di tipo statistico, erano già diventate leader planetarie, insieme alla Cina e al Giappone, già alla fine del XIX secolo.

Insomma, la “novella” del processo comunitario nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale regge finché si limita lo sguardo allo spazio europeo. Non appena lo si allarga al resto del pianeta o alle epoche precedenti, si comprende che stiamo parlando di movimenti storici molto più antichi, profondi e variegati, direttamente connessi con la storia millenaria del continente europeo, nonché con quella ancora più antica dell’umanità. Oggi che il concetto stesso di democrazia vacilla propria nel suo alveo natio, ossia nell’Occidente euro-americano che assiste impotente alla crisi politica statunitense e a quella economica-monetaria europea, mentre i lumi della ragione sembrano spegnersi in nome di emergenze e pericoli che si susseguono, si comprende come il sistema vigente sia declinante e il Nuovo Ordine Internazionale debba essere impostato su nuovi (o antichi?) concetti.

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Euro digitale per il futuro europeo?

bce

Quale sarà il futuro della finanza pubblica europea? Pare che la BCE stia seriamente valutando di attivare una moneta elettronica parallela all’Euro, un Euro elettronico, una proposta che potrebbe cambiare per sempre la storia dell’integrazione europea.

Quale Europa per il futuro?

futuro ue

«L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…»: potrebbe essere un modo scanzonato per esorcizzare le paure che attanagliano tutti noi di fronte alla crisi abnorme, epocale e di difficile soluzione che si è abbattuta improvvisamente sul mondo nell’inverno scorso e che, probabilmente, continuerà per tutto il 2021 e oltre.

In realtà, il nostro mondo è in crisi da lungo tempo, soprattutto per ragioni di finanza pubblica e una “soluzione” era attesa già da anni e prevedibile da decenni, all’incirca da quando il modello bipolare di governance del pianeta è imploso, dando origine alle diverse “questioni internazionali” che ancora oggi aleggiano sul pianeta Terra.

A voler essere sintetici, tutto è cominciato con la “politica di distensione” attuata da Usa e Urss dagli inizi degli anni Settanta, quando le due ‘superpotenze’ vincitrici nella Seconda Guerra Mondiale, impegnate in un confronto totale che le aveva assorbite completamente, si ritrovarono in una profonda crisi di liquidità e di stabilità politica interna che le costrinse ad “abbassare le armi” e a concedere spazio alle potenze emergenti sullo scenario mondiale: la Cina, il Giappone, le cd. “tigri del Sud-Est asiatico”, il “mondo arabo” e l’Europa.

Nel volgere di pochi anni, infatti, la serrata competizione bipolare si è trasformata in governance concordata e paritaria, sancita urbi et orbi dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 e obbligata da alcuni accadimenti destabilizzanti per l’equilibrio internazionale.

In primo luogo, la crisi monetaria del Dollaro, che costrinse il Presidente R.Nixon a svalutare la divisa statunitense e a denunciare i trattati di Bretton Woods (agosto 1971); quell’atto seguiva alla sconfitta militare e diplomatica degli Americani in Vietnam, che fu il motivo dell’abbandono statunitense dello scenario del Sud-Est asiatico, con la “politica di triangolazione” intrapresa insieme a Giappone e Cina, che ottenne il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (ottobre 1971).

Conseguenza diretta della debacle del Dollaro e della fine del sistema monetario di cambi fissati impostato sulla valuta statunitense fu la “crisi petrolifera” (1973), che determinò la prima grande crisi economica dell’Occidente industrializzato nel dopoguerra, causata dalla rivolta dei paesi dell’Opec di fronte all’indifferenza dimostrata nella “guerra dello Yom Kippur” e verso il rilancio del fronte ‘pan-arabo’ guidato dall’Egitto contro la potenza israeliana, finanziata dagli Stati Uniti.

L’aumento del prezzo del petrolio consentì l’arricchimento e l’avvio dello sviluppo economico-militare dei paesi produttori arabi, i quali raggiunsero la leadership nel mercato petrolifero mondiale insieme alla superpotenza sovietica, ormai espulsa dallo scacchiere politico mediorientale, dopo aver già ridimensionato le sue mire egemoniche sul Sud-Est asiatico alla fine degli Anni ’60.

A quella grave crisi economica, gli Usa reagirono, con una politica estera “espansiva”: grazie agli “accordi di Camp David” (1978), rimettevano piede in Medio Oriente e lo pacificavano; la politica di riavvicinamento alla Cina consentiva, soprattutto, di riprendere la strategia di “containment” nei confronti dell’Urss; alla mancata ratifica dei Trattati Salt1 per il congelamento delle armi atomiche strategiche, seguirono l’appoggio alla rivoluzione khomeinista in Iran (novembre 1979) e al fondamentalismo islamico in Afganistan e in Pakistan, nonché la decisione di installare gli “euromissili” nei paesi alleati della Nato in Europa e di lanciare la “corsa al riarmo” nei primi Anni ’80, col Presidente R.Reagan.

Una strategia globale che nel lungo periodo portò all’implosione del sistema economico di “socialismo reale” e alla fine del blocco sovietico, e liberò gli stati dell’Europa orientale dalla “sovranità limitata” sopportata sin dal 1945: fu quello il momento che l’Europa aveva tanto atteso per ricostruire il sistema politico-economico andato definitivamente in pezzi col secondo conflitto mondiale e che si stava, lentamente, ricostituendo intorno alle Comunità europee.

Fondate a partire dal 1952, dai pochi stati democratici occidentali legati in modo stretto all’economia americana (“Piano Marshall”), si allargarono progressivamente agli altri stati sovrani europei, sempre a seguito di grandi crisi internazionali: infatti, la crisi economica di metà Anni ’70 spinse i paesi britannici e la Danimarca a entrare nella Cee, nonostante il loro sistema di interrelazioni economiche fosse molto efficace (Efta, costituita nel 1960 ora ha sede a Vaduz), seguiti dai paesi iberici e dalla Grecia (durante la vicenda degli euromissili), e subito dopo dagli stati neutrali posti al confine col blocco orientale (Austria, Svezia, Finlandia, anch’essi fuoriusciti dalla Efta), per accogliere, negli Anni Duemila, tutti gli stati orientali coinvolti dal dissolvimento del sistema sovietico, ad eccezione dei paesi balcanici.

La fine della “guerra fredda”, quindi, ha permesso a diversi player “regionali” (Cina, Giappone, Sud-Est asiatico, mondo arabo-mussulmano, Iran, subcontinente indiano ed Europa) di crescere e partecipare in prima persona al sistema politico-economico internazionale. Ma, inconsapevolmente, quella svolta ha generato i “mostri” che oggi tiranneggiano sull’umanità intera e che alimentano la più grave crisi globale che Storia ricordi: la “globalizzazione” del modello economico e del sistema di vita anglosassoni, intrisi dell’ideale del mercato auto-regolato e del libero scambio, della “finanza creativa” non asservita alle esigenze del sistema produttivo, del consumismo e del “progresso senza limiti”, della laicità assoluta nello stile di vita collettivo, dell’ideologia “modernista” e del distacco totale dalle tradizioni umane più antiche.

Ora che anche il modello di vita occidentale sembra in via di declino, messo in seria difficoltà da un virus “invisibile” mutante e pervasivo, la preoccupazione cresce, soprattutto, perché non ci sono idee chiare su come uscire dalla crisi generale o su chi possa guidare la ripresa, o la rinascita, del “sistema mondo” nel prossimo futuro.

Sperare sul nuovo Presidente statunitense, J.Biden, è prematuro e poco credibile, per via di una politica estera ereditata dal suo mentore, l’ex-Presidente B.Obama, che getta benzina sul fuoco dei vari scenari caldi del pianeta, sperando magari che una rivoluzione colorata o un colpo di stato risolva tutto.

Attendersi contributi decisivi dalle istituzioni di governance mondiale (Onu, Imf, Oms) appare irrealistico, non avendo saputo farlo nei decenni che ci hanno preceduto.

Ritenere, infine, che possano occuparsene le nuove potenze economiche dei cd. “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina o Sud Africa) è a dir poco prematuro. Tanto meno, si può credere che la soluzione giungerà da un altro pianeta.

In realtà, a ben vedere, forse una possibilità esiste: se è vero che la crisi è stata sempre favorevole all’integrazione europea (ricordando che anche la decisione di istituire la Ceca segnò l’epilogo del mancato accordo fra Usa e Urss sulla ricostruzione dell’Europa), potremmo ipotizzare che proprio l’Unione Europea possa approfittare dell’occasione per completare l’iter d’integrazione politica e, quindi, prendere sulle proprie spalle la “croce” della riorganizzazione dell’intero consesso mondiale guidando i diversi sistemi regionali verso un “Nuovo ordine internazionale” di tipo multipolare.

Nel quale siano esaltate le tradizioni e le differenze di natura culturale, religiosa, socio-economica e civile dei vari ambiti locali, e dove gli scambi e le relazioni fra regioni e stati del pianeta siano improntate ai principi di parità e di reciprocità. Appare evidente, infatti, oggi più che mai, che l’idea di una parte del mondo che domini sul resto dell’umanità (col rischio di scatenare conflitti atomici senza via di scampo) non abbia più senso e, soprattutto, non ha futuro.

Sarà necessaria, pertanto, un’opera diplomatica di grande tessitura che punti alla risoluzione delle varie crisi che attanagliano il mondo globalizzato (economico-finanziaria; scarsità delle risorse primarie e naturali, crescita demografica iperbolica; diversità religiosa, di stile di vita e culturale; militare e/o politico): ebbene, credo che l’Europa, anche per via di una certa “responsabilità storica” che dovrebbe assumersi nei confronti di tutte queste questioni, sia proprio il soggetto ideale e più idoneo a conciliare le parti del mondo e a ricomporre il puzzle dell’umanità.

Ma, affinché ciò accada, ossia per far si che l’Europa possa veramente giocare tale ruolo nella grande partita sul futuro della Terra, è necessario che si doti degli strumenti necessari. È fondamentale, perciò, che si trovino una formula politica e un modello istituzionale integrato che permettano di agire sullo scenario internazionale con sicurezza, rapidità ed efficacia, evitando così che sia nuovamente il resto del mondo a decidere il destino del “vecchio continente”. Perché non voglio nemmeno pensare che qualcuno, dalle parti di Bruxelles, di Berlino, di Parigi o di Roma, abbia già dato per persa la partita…

Questa è certamente una delle questioni più scottanti nell’agenda politica europea, lungi da una soluzione condivisa fra gli stati membri e, soprattutto, che sia accettabile agli occhi dei popoli e delle centinaia di milioni di cittadini europei che la abitano. Ricordando che l’antico brocardo “majestas populi” è sempre vivo ed inscritto in tutte le Costituzioni vigenti nei vari paesi europei.

Europa Unita, dunque. Si, ma quale? Di quale Europa stiamo parlando? A quale “anima europea” dovremmo far riferimento? Quale progetto politico e culturale adottare? Quali “radici” dovremmo recuperare e considerare? E quali sono i confini che meglio definiscono lo “spazio europeo”? Sono domande difficile, che gli Europei si pongono da molto tempo, a cui manca una risposta condivisa.

In parte, perché esistono decise posizioni contrapposte e inconciliabili in materia, in parte perché quando si parla di Europa ci si dimentica della sua storia millenaria, complessa quanto affascinante, ricca di esperienze uniche e di assoluto valore universale. Si preferisce pensare che il «passato è passato…», che bisogna «…guardare al futuro con speranza» e adeguarsi ad una situazione reale di gran confusione ma che, ineludibilmente, ci stia già guidando verso «la luce in fondo al tunnel».

Si tratta di frasi ripetute alla nausea, come mantra psichedelici che tentano di ipnotizzare le masse, con immagini evocative che pescano dal grande patrimonio culturale e ancestrale della nostra civiltà, di cui però ironicamente ci si vorrebbe sbarazzare. Dimenticando che ciò che siamo oggi è proprio il risultato del nostro lunghissimo passato e non soltanto dell’epoca moderna! Che l’idea di unificare l’Europa sul piano politico non appartiene soltanto al pensiero illuminista o alla visione laicista e progressista della vita!

Giunti alle soglie del terzo millennio dell’era cristiana, l’Europa dovrebbe aver compreso come la soluzione al problema dell’unità interna, e della corrispondente posizione unitaria esterna (si chiama “sovranità”, termine che a molti fa ribrezzo), non sia più una questione marginale, che possa riguardare soltanto l’“élite decidente” o gli esperti della scienza politica. Non è più soltanto un problema di “voto ponderato” o di competenze e procedure legislative ripartite: i cittadini, i popoli e i movimenti politici europei ribadiscono, ogni giorno, che l’Europa tecnocratica e asettica, anemica, così distante dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua cultura, che invece sono tuttora ben radicate nella società civile reale del quotidiano vivere, viene percepita come un qualcosa di distante da loro, come un “mostro” senza capo né coda e, quindi, senza futuro.

L’anno che verrà potrebbe essere anche quello decisivo per le sorti dell’Europa unita: oggi è una colossale costruzione di argilla che frana su sé stessa, sotto il suo peso, inerte di fronte alle proprie mancanze e all’instabilità delle basi su cui poggia. Serve un grande progetto che recuperi la sua idea originaria e tenga conto dell’immenso patrimonio culturale e storico di cui essa dispone.

Dopo aver studiato per anni il pensiero politico europeo, il senso storico dell’Europa che evolveva nei secoli in una esperienza di vita comunitaria senza eguali, il valore religioso, contribuito dal Cristianesimo, che permea e sostiene i principi essenziali del nostro modello di convivenza, ritengo che l’Europa possieda già gli strumenti più idonei a interpretare al meglio il proprio ruolo nel mondo: si tratta solo di riscoprirsi e apprezzarsi.

Soltanto guardando al passato e apprendendo con passione dalla propria antica tradizione, l’Europa potrà rivalutare sé stessa e divenire quell’esempio di civiltà e quello spazio di vita pacifico, ordinato e unitario, che da sempre desidera essere e che, ne sono certo, anche il resto del mondo non esiterà a imitare…

Trovate temi, vicende, personaggi e anche “segreti” dell’Europa che fu nel mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.

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