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ROMA E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA

Augusto

Nell’articolo precedente ho indicato come punto d’inizio della storia dell’integrazione europea la lotta per l’indipendenza dei Greci dalla minaccia persiana-orientale, che permise di stabilire un confine all’Europa e farne quindi un soggetto politico autonomo.

Certamente, in età precristiana il continente europeo era ancora una landa in gran parte disabitata, sommersa dai mari o ricoperta di ghiacciai e foreste secolari, quasi del tutto ignoto alle civiltà mediterranee che invece già da millenni popolavano le coste dei “mari caldi” del Sud.

Una delle regioni a maggior densità abitativa era la penisola italica, dove da almeno un migliaio di anni convivevano alcuni popoli dall’origine distinta o comunque poco nota. Tutto l’arco appenninico aveva visto l’insediamento dei cd. “popoli italici”, figli della Antigua Mater adorata un po’ ovunque, perlopiù adusi alla pastorizia e alla forgia dei metalli, dove convivevano con gli Etruschi, dominatori del Mar Tirreno che da loro prendeva nome, con i coloni della Magna Grecia nel Meridione, con gli Illiri e i Veneti sulle coste adriatiche e con i Celti nella Pianura Padana.

Leggenda vuole che in mezzo a quelle civiltà andarono a insinuarsi altre etnie di vaga origine dorica, ossia i Romani, i Latini e i Sabini: proprio queste tre gentes si unirono, nel V secolo a.C. a costituire la Res Publica della città-stato di Roma, mediante il Foedus Cassianum (496 a.C.). Un trattato che stabiliva un accordo di lungo periodo per amalgamare i tre gruppi sociali e politici intorno alle figure dei Magisteres e dei Consules (gli amministratori annuali degli affari interni), nominati e coordinati dal Senatus Patricius, in rappresentanza delle famiglie che avevano fondato Roma nel 735 a.C., e dai Concilia Plebis, l’assemblea dei cittadini-soldato del Popolus.

Questa organizzazione del potere, che rispecchiava la struttura sociale divisa fra la ricca aristocrazia terriera (Optimates) e la massa dei contadini/artigiani (Populares), resse le sorti di Roma fino all’avvento dell’Impero Cristiano nel V secolo d.C.! Nella prima classe erano incluse le Gens patrizie che conosciamo dalla storiografia e dalla letteratura classica romana, mentre nel secondo gruppo vi entrarono tutti i popoli e le tribù che Roma, di volta in volta, sconfiggeva e sottometteva.

Perché l’Urbe romana fu, sin dall’inizio della sua storia, città militarista e impegnata ad espandersi in tutte le direzioni, a discapito delle civiltà e dei popoli che trovava nel suo incedere. Nei primi tempi, Roma era circondata da numerose tribù italiche, collocata al centro di un mondo antico spartito fra la talassocrazia cartaginese, la forza coloniale greco-macedone, la potenza economica etrusca e la pervasiva civiltà celtica.

Dopo essersi costituita in repubblica (509 a.C.), liberandosi del giogo etrusco, alleata ai socii che di volta in volta federava con trattati di pace o di amicizia, Roma divenne il fulcro della potenza militare più famosa della Storia umana. Infatti delle sue Legio si parla da sempre, sia in termini romanzeschi, sia per l’incredibile capacità bellica e di organizzazione e logistica, studiata ancora oggi nelle principali Scuole di Guerra del mondo. Poiché in ogni contingente militare si univano coese le varie parti sociali e politiche, che sul campo di battaglia combattevano fianco a fianco proteggendosi l’un l’altro nel nome e per la gloria romana (S.P.Q.R.).

Non mancarono certo le sonore sconfitte, quali quella subita dai Celti Senoni che aprì la strada al sacco di Roma del 390 a.C. operato dal condottiero Brenno. Episodio che segnò per sempre la coscienza romana: come in occasione dell’invasione dei Cartaginesi guidati da Annibale, che dopo aver debellato le ultime legioni a Canne (216 a.C.) si apprestava ad invadere la città indifesa. Mentre rimase indimenticata la debacle alle Forche Caudine (321 a.C.), quando l’astuzia e la migliore conoscenza del territorio consentirono ai Sanniti di accerchiare e umiliare le truppe romane.

Un’abilità dei Romani era quella di apprendere lezioni dalle avversità e saper trovare la soluzione geniale per superarle. L’altra era quella di alternare l’uso di diplomazia e diritto alla guerra, riuscendo così a fronteggiare nemici pericolosi/sconosciuti, prima di poterli definitivamente sottomettere. Insieme all’insuperabile strategia militare, sia nella tattica in battaglia, sia nella prassi difensiva/offensiva, furono gli elementi che portarono Roma a sottomettere tutte le civiltà mediterranee sotto la sua legge, il suo potere militare e il suo ordinamento amministrativo.

E una volta annessi alla Repubblica Romana, tutti i popoli italici, greci, illirici, epiroti, macedoni, etruschi, liguri, sardi, siculi e cartaginesi (in pochi decenni nel II secolo a.C.), i Romani consolidarono i domini attraverso i commerci, la rete stradale e la disposizione delle legioni nei diversi siti di un vasto territorio, che ormai andava dal Mar Nero allo Stretto di Gibilterra. L’accresciuta ricchezza sbarcata nei porti di Anzio o di Brindisi, diretta verso l’Urbe Aeterna, spinse quindi i Plebei a rivendicare migliori condizioni sociali e maggiore potere politico, fino ad accendere la guerra civile che sconvolse l’emergente città-stato per quasi un secolo.

Col senno di poi, quel duro conflitto interno rese Roma ancora più forte e le permise di allargare ulteriormente i suoi confini all’Anatolia, al Medio Oriente e all’Egitto. Che divennero floride fonti di ricchezze e di risorse primarie per i cittadini romani (esentati da qualsiasi tassazione), nonché il Limes orientale da non superare per non incorrere nella sempiterna potenza militare e politica dei Parti.

Così, con l’avvento al potere della Gens Julia (che vantava di discendere da Venere), i Romani volsero lo sguardo ad Occidente e iniziarono a conquistare le sterminate lande poste oltre il “mondo conosciuto” dall’antichità. Perché sin dai tempi di Ercole e di Ulisse, l’Europa era considerata una terra ignota abitata da popolazioni quasi del tutto ignote, ad eccezione dei Celti. Che invece rappresentarono “la” civiltà continentale più diffusa ed evoluta dell’età precristiana.

Fu Cesare ad avviare la conquista delle Gallie, ossia di tutte le terre a settentrione del Rubicone, per motivi politici e di orgoglio personale, includendo i Celti sconfitti ad Alesia (52 a.C.) nella vasta Repubblica federale di Roma. Dopodiché, fu Augusto a completare la conquista dell’Iberia, annettendone tutte le tribù al Principatum. Cui seguì l’occupazione delle Alpi per opera di Tiberio e delle lande oltre-Limes da parte di Germanico, fino ad includere la Frisia, l’intera valle fluviale del Reno e la Svevia nell’Imperium. Infine, Claudio ordinò la campagna di Britannia che sancì l’inclusione dei popoli locali nel dominio romano.

Da quel momento iniziò la grande opera di “romanizzazione” delle immense terre e innumerevoli tribù sottomesse, perlopiù mediante la fondazione di nuove Civitas, o di Castra, o ancora di Colonie, ove vigeva la lex romana e il potere d’imperio di Roma. Che vi inviava Governatori, intere famiglie senatorie, coloni-soldati italici, cui concedere terre e diritti, collegate alla capitale e al resto dell’impero dalla rete stradale-marittima in via di sviluppo.

Con le successive imprese di Traiano in Dacia e di Marco Aurelio in Pannonia (II secolo d.C.), venne definito anche il Limes orientale lungo il corso del Danubio, così includendo stabilmente nell’Imperium Romanum quasi tutta l’Europa balcanica, che fu colonizzata e civilizzata con la stessa politica attuata nei confronti dei “popoli barbari”. Un termine che ritornò spesso a partire dalla metà del III secolo d.C., quando popolazioni germaniche, gotiche e sarmatiche iniziarono ad attaccare le difese romane lungo il Limes, ottenendo ben presto Foedus all’interno dell’Impero o instaurando rapporti commerciali/diplomatici stabili, che contribuirono ancor più a diffondere la Romanitas in Europa. Ma ben distinte dai Romanorum, ossia dai Cives dell’impero che avevano ricevuto la cittadinanza universale nel 212 d.C..

La Civilitas romana era, da sempre, lo scopo delle conquiste delle Legioni e della loro colonizzazione ovunque giungessero, il vero mezzo per l’integrazione dei nuovi popoli nell’Imperium e nella grande Oykumene romana. Un sogno ereditato dall’impresa di Alessandro e fondata sull’esempio dell’Impero Persiano ed in seguito sulle Diadochie greco-macedonie, che avevano consolidato la cultura greca nel Mediterraneo. Di cui anche i Romani erano divenuti portatori e prosecutori (traditio). Dando così seguitoalla storia dell’integrazione europea di cui parlo nel mio saggio.

IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA ALLARGHI L’ORIZZONTE

europa nel 1919

L’Unione Europa come la conosciamo oggi è il frutto maturo (o forse marcito?) del cd. “processo di integrazione europea”, iniziato secondo la vulgata consolidata nel secondo dopoguerra e tuttora incompleto. Questo argomento è materia specifica insegnata in tutti gli atenei italiani, nell’ambito degli studi storico-politologici, con l’intento di presentare in modo coerente e omogeneo un periodo storico che non si è ancora concluso ed è assolutamente contemporaneo quanto indefinito.

La tesi basilare è che con l’avvento della Modernità, il mondo si sia avviato verso un lungo cammino di progresso, liberazione e sviluppo dell’essere umano, finalmente uscito dalla caverna in cui ha sonnecchiato per millenni per ricoprire la luce interiore che alberga in ognuno di noi: pertanto, si parte dal mitico Congresso di Vienna del 1815 a delineare un andamento di fatti e situazioni concomitanti, connesse e inter-dipendenti, che nella consapevolezza della “ragione dei lumi” dominante ci ha infine condotti fin qui.

In realtà, da quel consesso politico-diplomatico allo scenario post-bellico del 1945 sono cambiate parecchie cose e la situazione europea ha subito stravolgimenti che un secolo prima erano assolutamente impensabili. A cominciare dal fatto che nella capitale austriaca si stabili di restaurare l’“ancien regime, ossia la configurazione politica e di diritto (“divino”) che si era protratta per millenni in Europa ed era stata cancellata dall’epopea napoleonica: infatti, al termine della Prima Guerra Mondiale, gli attori principali della conferenza viennese non esistevano più, sostituiti da altri numerosi soggetti sovrani, così come molte delle dinastie che governavano gli stati partecipanti.

Con la pace incondizionata che gli Alleati applicarono alla Germania nazista, all’Italia (post-)fascista e al Giappone (ex-)imperiale, atto senza precedenti nell’intera Storia umana, furono posti i paletti di quello che sarà appunto il cammino verso la nuova integrazione del continente europeo (nel mio saggio sulla storia dell’integrazione europea sostengo infatti che la storia dell’integrazione europea sia iniziata circa 2500 anni fa).

Come dicevo sopra, dopo la “Grande Guerra” che aveva provocato decine di milioni di morti in tutta Europa (ecatombe senza precedenti che Papa Benedetto XV bollò come “inutile strage”), il quadro politico si presentava completamente innovato dai Trattati di Versailles e di Saint-Germain, nonché dagli accordi di pace con Bulgaria, Ungheria e Turchia, ossia gli altri stati perdenti del conflitto, cui si aggiunse la pace separata (Brest-Litovsk) sottoscritta dall’ex-Impero Russo ormai in mano ai soviet.

D’un colpo sparivano dalle cartine geopolitiche d’Europa i grandi imperi multietnici e cristiani che avevano retto le sorti continentali da secoli, lasciando il posto a tante piccole repubbliche nazionali indipendenti nell’area orientale. Quelle che nei recenti Anni Duemila sono state oggetto della procedura di ingresso nell’Ue, secondo i principi stabiliti dal cd. “trattato di adesione” proposto senza contraddittorio dagli altri paesi membri dell’Unione Europea (infatti qualcuno li addita come trattati di pace senza condizione, posti dall’Europa Occidentale agli ex-stati comunisti dell’Est).

Sorsero così gli stati di Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia e Austria. La Germania divenne una repubblica, sebbene occupata dalla Francia in alcune regioni storiche e ricche di beni di primaria importanza industriale (la Ruhr e la Saar), così come l’Austria ridimensionata al suo antico spazio ducale e deprivata di qualsiasi diritto su quelle che erano state le terre e le nazioni di antico dominio, come l’Ungheria, la Boemia, la Dalmazia, l’Illiria e l’Italia nord-orientale. Infatti, il Friuli-Venezia-Giulia e l’Istria divennero territori italiani insieme al Tirolo meridionale (l’attuale Alto-Adige), mentre la Slovenia, la Croazia e la Bosnia vennero unite alla Serbia in un regno multietnico guidato dalla dinastia Karageorgevic che durò fino al 1945, cui appartenevano anche Montenegro, Macedonia e Kosovo. Del vecchio sistema imperiale fu salvato solo il regime di “città libera”, applicato a Fiume e a Danzica, mentre fu inventato quello di “via fluviale internazionalizzata” per i fiumi Danubio, Elba e Weser.

Si capisce immediatamente che queste dure condizioni di resa non sarebbero durate a lungo. Ne erano consapevoli anche coloro che le redassero, soggetti alla pressione dei diktat francesi, assolutamente determinati a porre un severo limite ad uno dei tanti nemici storici, ossia la Germania: pertanto, si pensò di addebitare al nuovo stato repubblicano (un’altra imposizione assurda per un paese di antica tradizione regale e imperiale) un’enorme mole di danni e di riparazioni di guerra, da pagare in parte con la depredazione delle risorse energetiche della Renania, in parte in denari sonanti. Si innestò, quindi, un circuito di debiti e prestiti che coinvolgeva Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti: questi ultimi erano divenuti, infatti, creditori verso gli Alleati per gli ingenti prestiti bellici, nonché fonte principale dei copiosi finanziamenti privati alla repubblica di Weimar per la ricostruzione.

L’aspetto finanziario-monetario divenne centrale nel periodo che intercorre fra i due conflitti bellici. Se da un lato, infatti, si registrò un enorme spostamento di liquidità dall’Europa (in particolare la Gran Bretagna) verso l’altra sponda atlantica favorendo il boom economico statunitense aiutato anche dalla massiccia emigrazione europea degli Ani Trenta, dall’altro si assistette a diverse crisi inflazionistiche devastanti che colpirono sia la fragile Repubblica di Weimar che la nascente potenza globale Usa. Cui si aggiunse la fine del sistema di cambio fisso aureo “Gold Standard”, inventato dai banchieri inglesi nel XIX secolo e legato alle valute dei quattro paesi coinvolti nel circuito del debito sopra descritto.

Peraltro, la grave crisi del “venerdì nero” americano (1929) portò il Presidente F.D. Roosevelt ad attuare il famoso piano “New Deal” (che viene citato spesso anche oggi da svariati politici) di sostegno all’economia nazionale con la spesa pubblica gonfiata dai debiti e dall’emissione di dollari (espansione monetaria, tecnica utilizzata ancora oggi dalla BCE con l’Euro). Si innestò così un circuito economico di commesse statali all’industria militare, finanziate col debito mediato dalle banche nazionali e centrale, che si chiudeva con l’acquisto dei titoli di stato emessi da parte delle stesse imprese militari che lavoravano per aumentare il potenziale bellico nazionale.

La corsa agli armamenti effettuata da molti stati negli Anni Trenta, combinata alla grave crisi socio-economica provocata dagli effetti della Grande Guerra e alla fragile situazione geopolitica europea, posta sotto il controllo della Società delle Nazioni (il “club di oligarchi globali” di cui erano soci di maggioranza le famiglie tedesche dei Sassonia-Coburgo-Gotha, degli Hanover/Windsor, degli Oldenburg e degli Orange-Nassau, ossia le uniche dinastie regali medievali sopravvissute e tuttora regnanti!), spinse molti paesi verso la deriva autoritaria (in Germania, Italia, Austria, Ungheria, Spagna), mentre altri venivano inondati dalla propaganda comunista-socialista, forte dell’avvento della Repubblica Socialista Sovietica di Russia creata da J.Stalin.

Infine, il modello di governance globale imposto dagli Stati Uniti a tutti gli altri stati del mondo nella Conferenza di Parigi, che produsse il “Covenant” della S.d.N. nonché molti nuovi principi di diritto internazionale, dal divieto di minacciare o dichiarare la guerra ad altri soggetti sovrani, all’istituzione di mandati di protettorato che di fatto celavano un controllo diretto delle potenze europee nell’area mediorientale, alla diffusione del cd. “diritto umanitario”, poi tradito dagli stessi americani, che quindi lasciarono Gran Bretagna e Francia a fronteggiare il complesso scenario eurasiatico, aprì la strada ai revanchismi e alle alleanze in chiave anti-comunista delle principali economie emergenti mondiali (Patto Anti-Comintern).

Consci degli enormi errori commessi a Parigi e della pesante occupazione subita dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, i francesi cambiarono strategia politica e offrirono al tradizionale rivale tedesco un ramoscello d’ulivo: la lettera di Schuman al capo di governo della Germania Ovest del 9 maggio 1950 (data che fino al 2019 viene celebrata dall’UE come sua fondazione e dalla Russia come vittoria militare) fu la base di un rinnovato rapporto pacifico e cooperativo fra le nazioni, fondato sulla “pace e la democrazia”. Che ha permesso dagli Anni Cinquanta di costruire dapprima il mercato comune europeo, quindi il sistema monetario unitario e infine il processo di (re)integrazione degli stati orientali, usciti dal dominio de facto dell’URSS.

Tutto ciò fu possibile grazie alla fondamentale opera politica, diplomatica e militare di W.Churchill, che dapprima fronteggiò col tipico orgoglio britannico il pericolo del regime nazista, quindi spinse gli Stati Uniti ad entrare in guerra affianco agli Alleati, poi accordò la spartizione dell’Europa post-bellica con Stalin (“cortina di ferro”) e infine pose l’Europa Occidentale sotto il cappello difensivo della Nato e l’ingerenza politica dell’Onu. Dopodiché la crisi della Sterlina fece il resto e la Gran Bretagna si ridimensionò a potenza di secondo piano, incapace di stare al passo con le due superpotenze militari ed economiche di Usa e Urss. Le quali in realtà, secondo alcuni studi economici di tipo statistico, erano già diventate leader planetarie, insieme alla Cina e al Giappone, già alla fine del XIX secolo.

Insomma, la “novella” del processo comunitario nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale regge finché si limita lo sguardo allo spazio europeo. Non appena lo si allarga al resto del pianeta o alle epoche precedenti, si comprende che stiamo parlando di movimenti storici molto più antichi, profondi e variegati, direttamente connessi con la storia millenaria del continente europeo, nonché con quella ancora più antica dell’umanità. Oggi che il concetto stesso di democrazia vacilla propria nel suo alveo natio, ossia nell’Occidente euro-americano che assiste impotente alla crisi politica statunitense e a quella economica-monetaria europea, mentre i lumi della ragione sembrano spegnersi in nome di emergenze e pericoli che si susseguono, si comprende come il sistema vigente sia declinante e il Nuovo Ordine Internazionale debba essere impostato su nuovi (o antichi?) concetti.

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Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare?

trattati roma

L’Unione Europea è il più critico degli scenari di politica internazionale, in questa prima parte del XXI secolo, soprattutto in merito alla sua organizzazione futura. Perché oggi non si ha alcuna certezza sul modello che infine verrà adottato, essendo in atto una cruenta lotta ideologica che afferisce all’idea originaria di aggregazione comunitaria. E non è detto che alcuna delle proposte sul tavolo sarà quella infine realizzata. Quindi l’incertezza regna sovrana e tiene il mondo in suspance, dato che l’Europa è ancora una delle potenze economiche e militari globali.

Le prime opinioni sull’unificazione politica del “vecchio continente” cominciarono a circolare nel XIX secolo, sull’onda delle “rivoluzioni democratiche” franco-americane di fine Settecento e dei successivi “moti di popolo” che infiammarono l’Europa nella prima metà dell’Ottocento: certamente il movimento illuminista e le massonerie elitarie posero all’attenzione pubblica questo tema, che prese così il nome di “Stati Uniti d’Europa” per la prima volta espresso da V.Hugo nell’atto di promuovere la “fratellanza europea” (1899).

Ma solo dopo la Prima Guerra Mondiale la questione si fece concreta: con il “piano Kalergi”, elaborato da un nobile filosofo ungherese nei primi Anni ’20, si proponeva una cooperazione rafforzata fra gli stati europei gestita da un consiglio che votasse all’unanimità, che divenisse in seguito unione doganale e infine confederazione con pari dignità fra i membri, nel rispetto delle diversità culturali ed etniche degli stati aderenti, difesa da un esercito comune e unita da una moneta condivisa. È facile vedere in questi propositi tecno-burocratici il disegno dell’attuale Unione Europea, fondata col Trattato di Maastricht nel 1992 e riformata col Trattato di Lisbona del 2004.

Il progetto di Kalergi fu propagandato, allora, dal ministro agli esteri francese, A.Briand, in un discorso all’Assemblea della Società delle Nazioni nel 1929 (a lui si deve anche il fondamentale Patto Kellog-Briand del 1926, un accordo di pace globale che sancì il “principio di non aggressione”) e fu ripreso da W.Churchill nel 1943: costui tenne in mano le sorti dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, stabilì l’alleanza con gli Stati Uniti di F.D.Roosevelt che fu decisiva per vincere il conflitto, quindi disegnò il Nuovo Ordine Internazionale con i vincitori nella famosa Conferenza di Yalta, dove fu decisa la costituzione del “sistema delle Nazioni Unite”, ed infine divise l’Europa col famoso discorso sulla “cortina di ferro” (1947).

Il piano ungherese poté realizzarsi, però, solo dopo che furono poste le fondamenta economiche, ossia la formazione di un “mercato unico aperto” fra Europa e Nord America (secondo la tendenza liberista-globalista prevalente all’epoca nel mondo anglosassone) propinata dal professor M.Keynes, che per primo lanciò l’idea di un mercato integrato europeo di libero scambio, dove fossero banditi i dazi e gli aiuti statali alle imprese.
Egli fu anche l’autore del “New Deal”, il programma di riforme economiche che permise a F.D.Roosevelt di ricostruire gli Stati Uniti dopo la grande crisi finanziaria del 1929.

In verità, durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, erano emerse anche altre ipotesi concernenti l’unificazione del continente: una era il cd. “manifesto di Ventotene”, elaborato da diversi antifascisti comunisti, socialisti e anarchici esiliati sull’isola tirrenica e capeggiati da A.Spinelli, che proponevano una federazione «per un’Europa libera e unita» guidata da un parlamento comune e da un governo di tipo democratico, che passò alla storia come “mozione federalista (o europeista)”; cui si contrappose per lungo tempo quella cd. “funzionalista” (di area conservatrice), volta a mantener salve le prerogative di sovranità degli stati aderenti e propensa invece a una cooperazione politica mediata dal consiglio dei capi di stato e dei ministri (ossia la formula che regge l’UE ancora oggi).

La Seconda Guerra Mondiale aveva imposto all’agenda politica europea la necessità di evitare altri sanguinosi conflitti “fratricidi”, spingendo gli stati verso nuovi metodi di relazione: allo scopo, vennero istituiti il Collegio d’Europa, per formare le classi dirigenti del futuro in un’ottica “paneuropeista” (ancora esistente con sedi a Bruges e Varsavia), e il Consiglio d’Europa, volto a promuovere i principi della democrazia e dei diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni comuni ai vari problemi sociali che riguardassero il continente (con sede attuale a Strasburgo).

A questi, seguirono altri due fondamentali progetti promossi dagli Stati Uniti (che con l’avvento della “guerra fredda” erano divenuti i difensori della sfera occidentale), quali la Nato e il “piano Marshall” (1949): la prima è un’alleanza difensiva militare (tuttora esistente, con sede a Bruxelles), sorta per proteggere l’Europa dalle minacce belliche intentate dal “blocco sovietico”; l’altro fu un programma di spese correnti in dollari, messo in atto dalla potenza americana per favorire la ricostruire dell’intero sistema produttivo-economico europeo. Quando gli stati europei orientali decisero di starne fuori, sottomettendosi all’egemonia dell’U.R.S.S., i due progetti diedero vita all’U.E.O., trattato militare volto alla formazione di un esercito comune europeo occidentale (che però fallì nel 1953), e all’O.E.C.E., organismo mirato alla gestione degli ingenti aiuti statunitensi, trasformatosi nel 1961 in O.C.S.E. (tuttora esistente, con sede a Parigi), un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi sviluppati appartenenti a un’economia di mercato comune .

La situazione sembrava stabilizzarsi quando prese piede il processo d’integrazione europea nel 1952, per iniziativa della Francia quando propose all’antica storica rivale tedesca (ex-Germania Ovest) di mettere in comune le risorse di acciaio e di carbone per costruire un mercato unico ispirato alle regole del liberismo e in assenza di aiuti e sostegni finanziari pubblici alle imprese del settore (quindi riprendendo le idee di Keynes e del Piano Kalergi).

Si trattò di un compromesso, costruito sui principi di “pace e democrazia” che avrebbero dovuto sostenere il sodalizio, reso possibile dai leader politici d’ispirazione cristiana che in quel momento guidavano i principali stati occidentali (J.Monnet e R.Schuman per la Francia, K.Adenauer per la F.D.R., A.De Gasperi per l’Italia, P.H.Spaak per il Belgio) e diede vita alla C.E.C.A., primo embrione di un processo federalista retto dagli organi interstatuali (ossia, secondo il credo funzionalista).

Seguirono, nel 1957 la EUR.ATOM., per coordinare e condividere le ricerche nel campo dell’energia nucleare, e la C.E.E., il vero Mercato Unico senza barriere né dazi interni organizzato fra i sei stati fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux), che da quel momento avrebbero condiviso un percorso di unificazione economica e politica attraverso la realizzazione delle cd. “quattro libertà interne” e le politiche comuni e condivise.

Gestito dal Consiglio dei capi di stato e dei ministri (con sede a Bruxelles), da un Parlamento comune europeo (eletto per la prima volta nel 1979, con sede a Strasburgo) e da una Commissione di membri scelti dagli stati (con sede a Bruxelles) competente sui trattati, la cui tutela venne affidata alla Corte di Giustizia (con sede all’Aja), il processo di integrazione comunitaria è proseguito attraverso varie adesioni successive (Regno Unito, Eire, Danimarca nel 1974; Grecia nel 1981; Spagna e Portogallo nel 1986; Germania Est nel 1990; Finlandia, Svezia e Austria nel 1995; Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lituania, Lettonia, Cipro e Malta nel 2002; Romania e Bulgaria nel 2007; Croazia nel 2013) e varie riforme dei trattati: istituiti il Mercato Unico e la Cittadinanza Europea (Maastricht, 1992), si rese libera la circolazione interna (Schengen, 1997) e si coniò la moneta unica “Euro” (Amsterdam, 2001), stabilendo infine i Diritti primari comuni e le regole di adesione (Nizza, 2001).

L’iter fu completato a Lisbona nel 2007, con un trattato che riformava totalmente le istituzioni e i principi portanti della Comunità Europea (a seguito della fallimentare Convention del 2006 che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione Europea): da quel momento l’Unione Europea diventava un organismo internazionale federale burocratico, che ripartisce le competenze fra le istituzioni comuni e gli stati membri in virtù dei principi di sussidiarietà e democrazia adottando i diritti fondamentali della Carta di Nizza e le procedure di condivisione e di cooperazione fra gli organi comunitari stabilite dal trattato stesso, nell’ambito del procedimento legislativo.

Si è verificata così una svolta verso il vecchio Piano Kalergi, impostato su un modello tecnocratico che esprime le sue peculiari caratteristiche nei cd. “parametri di Maastricht” (con cui si vorrebbe tener sotto controllo le finanze degli stati membri) e nel sistema bancario unificato incorporato dalla B.C.E. (sede a Francoforte), che a sua volta ha imposto rigide regole al finanziamento e al credito cui sono sottoposte le banche europee e gli stati aderenti.
Queste ultime evoluzioni hanno creato non poche difficoltà, specie nei casi di crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, nonché coi cd. “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) considerati stati spendaccioni e inefficienti dal club rigorista/austero del nord Europa (che ruota attorno alla potenza germanica), e infine nella crisi bancaria-finanziaria del 2008, riaccendendo il dibattito fra “euroentusiasti” ed “euroscettici” e mettendo in dubbio il processo di integrazione politica europea.

Su cui gravano anche la mancata creazione di un sistema di difesa e di politica estera comune, l’assenza di una qualsivoglia coesione politica in merito ai temi già “comunitarizzati” da tempo (quali l’agricoltura o il commercio col resto del pianeta), per non parlare dell’assoluta dissonanza di intenti sui temi dell’immigrazione e della politica fiscale.

Tenendo conto di quanto sopra esposto, considerato che il processo in atto nasce da idee/progetti concepiti ormai due secoli fa, vista la situazione politica internazionale attuale in gran fermento, in prospettiva al “sistema onusiano di governance” nato nel secondo dopoguerra e ormai in fase declinante, si potrebbe prendere in esame altre possibilità di proposta per la futura “Europa Unita”.

Infatti, assunzioni ritenute inossidabili sembrano adesso vacillare, di fronte alla realtà dei fatti e alle numerose contraddizioni attuative rispetto ai pur validi principi fondativi (si pensi ad esempio alla messa in pratica della solidarietà fra gli stati membri…), mentre i popoli e le nazioni europee sembrano voler tornare protagoniste della Storia: forse, sarebbe il caso di riprendere in considerazione argomenti messi da parte da tempo, quali ad esempio le radici o le origini etniche, culturali e storiche dei popoli e degli stati che oggi compongono non solo l’U.E. ma, soprattutto, l’Europa geopolitica.

Del resto, il pensiero umano è sempre in evoluzione e spinge il cambiamento sociale e umano, che in alcuni momenti storici diventa un “passaggio” obbligato fra un paradigma e quello nuovo sul quale si strutturerà il nuovo mondo. E a giudicare dagli eventi più recenti, oggi sembra proprio di vivere uno di quelli…

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio

STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI

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