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LE AUTONOMIE LOCALI NELL’EUROPA INTEGRATA

The King in Parliament

Durante la crisi generata dal Covid-19 in Italia è riemerso prepotentemente il ruolo di rilievo delle regioni, ed in generale degli Enti Locali, nell’affrontarla e nel contribuire alle decisioni collettive. La Conferenza Stato-Regioni, che non ha nemmeno rilevanza costituzionale, è divenuta lo strumento politico idoneo per mediare fra le esigenze delle comunità locali e le volontà superiori e/o internazionali. Anche i Comuni hanno assunto importanti carichi di responsabilità, sia nella fase dei controlli sanitari che dell’organizzazione logistica dell’emergenza. Non era scontato che ciò avvenisse e che l’organizzazione politico-burocratica nazionale funzionasse, e a dire il vero non ha fatto miracoli…

In ogni caso le Autonomie Locali, che negli ultimi anni erano diventate per l’opinione pubblica sinonimo di disservizio e inefficienza, tanto che molti pensano di abolirle del tutto, hanno recuperato la loro antica funzione di aggregazione dei cittadini e di consiglio/consulto alle entità politiche di grado superiore. Parliamo essenzialmente delle Città, dei Comuni e delle Regioni (o Province) che, ovunque in Europa, rappresentano le istanze più antiche di autonomia e di Πολιτεία della storia dell’integrazione europea.

La prima forma di Comunità politica organizzata nella storia d’Europa fu la Πόλις greca, un ordinamento giuridico fondato solitamente su una costituzione scritta e su leggi consuetudinarie, tramandate nei tempi, che conferivano indipendenza esterna e organizzazione politica interna utili a gestire il “bene comune” nell’interesse dei più. La storia della Grecia antica è ricolma di città-stato in continua guerra tra loro e spesso alleate in leghe/alleanze difensive, nelle quali però le singole città apparivano sempre autonome nella decisione politica e nell’agire. L’esempio più eclatante furono le Guerre Persiane, che spinsero la gran parte delle numerose città elleniche a unirsi contro il nemico comune, seppur conservando la propria identità politica (vedi articolo).

La nuova esperienza di autonomie locali si formalizzò nell’infinita storia dell’Impero romano-bizantino: quando la Res Publica romana (una Politeia latina) iniziò il vasto programma di costruzione dell’Europa Unita (leggi l’articolo), fondò numerosissime nuove città, cui fornì ordinamenti giuridici diversi ma in buona sostanza informati ad un buon grado di autonomia politico-amministrativa. Era il caso dei Municipia, delle Colonie e delle Province, solitamente istituite con una legge speciale (Lex Data) emanata dal Senatus, e in seguito dall’Imperatore in persona, che nel corso del Medioevo ebbero rilevanza giuridico-politica di Persona Ficta in aeternum (vedi Sommario Parte III).

Con l’avvento del Cristianesimo, furono proprio le Civitas autonome dell’Impero ad ospitare le Comunità cristiane (dette “Ecclesiae”), che spesso raggiunsero una forza e una consistenza politica autonoma da soverchiare quella delle istituzioni pubbliche imperiali: si addivenne così ad un compromesso con la riforma di Costantino, il quale riorganizzò il sistema amministrativo imperiale riportando le Civitas e le Province (e anche le Colonie rimanenti) sotto l’Auctoritas dei Vescovi posti a capo delle Diocesi, il grado più elevato di frazionamento dell’Imperium (IV d.C.). Da quel momento il termine “christianòs” non indicò più una minoranza perseguitata per motivi di culto, bensì fu sinonimo di romano. Tanto che da lì in avanti si parlò di “Impero cristiano”, rinnovato nei secoli dall’Impero carolingio, dal Reich, dalla Basileia bizantina e, infine, dallo Zarato russo, nel lungo millenario processo di integrazione europea.

Nel corso del Medioevo, la cristianizzazione dell’Europa (vedi l’articolo) portò alla fondazione di nuove Città (sedi vescovili) o di Contee, Ducati e Marchesati per amministrare le numerose comunità etniche locali nate dalle invasioni barbariche dei secoli V-IX (leggi articolo), perpetuando così l’organizzazione amministrativa dell’antico Imperium rinnovato dalla forza aggregante religiosa. Se queste istituzioni furono rette da membri delle genealogie europee cristiane, altre autonomie locali emersero per volontà dei Cives (Comuni) o in virtù degli eventi (Borghi), necessitando dunque di nuovi ordinamenti giuridici e rapporti di potere con le entità superiori.

Così, nel tardo Medioevo e in età rinascimentale sorsero forme di coordinamento di grado superiore, all’interno dei nascenti stati moderni negli antichi regni dinastici, a tenere insieme un variegato spettro di enti locali più o meno autonomi (con relativi codici di leggi o norme consuetudinarie “propri”): fu il caso delle Diete, delle Corti, delle Camere, delle Corone e di tutti gli altri strumenti normativi utilizzati dai sovrani per controllare i propri regni e preservarne l’unità e l’indipendenza.

L’organizzazione multi-livellare del potere e dell’amministrazione si conservò anche nei secoli dell’età moderna, pervenendo pressoché simile nell’Europa Unita attuale. Non è difficile, infatti, riconoscere nelle Autonomie Locali degli stati europei odierni quelle entità infra-statuali antiche, perenni, eterne, che l’antico Codex elencava col termine di Aeternitas (vedi Sommario Parte V): oltre alle regioni storiche più famose d’Europa (Fiandre, Olanda, Catalogna, Provenza, Sicilia, Baviera, Boemia, Slesia, Carinzia, Moldavia, Macedonia, Livonia, Skania, etc.) o alle città più grandi e antiche (Roma, Atene, Parigi, Saragozza, Lovanio, Amburgo, Augsburg, Chur, Vienna, Venezia, Split, Sarajevo, Istanbul, Costanza, Pecs, Nitra, Gniezno, Uppsala, etc.), l’intero continente è ancor oggi frazionato in Comuni, Città, Province, Regioni o Länder in continuità storica, geografica e politica con le antiche autonomie locali.

Tanto che quasi tutti gli stati membri dell’UE hanno un organo di rappresentanza per le autonomie locali (Camere delle Regioni, Conferenza Stato-Regioni, etc.). Alle quali anche l’ordinamento del Diritto comunitario prodotto dal processo di integrazione europea (vedi articolo) ha dovuto adeguarsi, includendovi il Comitato delle Regioni (con funzioni limitate e consultive) e realizzando un’apposita Politica Comune Regionale che ha per obiettivo la solidarietà fra regioni e aree economiche europee, in modo tale da aumentare il grado dell’integrazione europea. Inoltre, il modello politico dell’UE è certamente improntato al Federalismo, fondato su quel Principio di Sussidiarietà che contribuisce a far funzionare la complessa Burocrazia comunitaria (vedi articolo).

In conclusione, si può affermare che le autonomie locali sono il fondamento della storia dell’integrazione europea! La prospettiva europeistica che, presumibilmente, sarebbe anche in grado di spegnere le istanze di secessione sempre più forti in molti angoli d’Europa e rafforzare, così, la stabilità politica degli stessi stati membri, dovrebbe tenerle in gran conto riconoscendone la specifica identità e il peso “politico” nelle istituzioni di più alto grado. In modo da conciliare meglio il sistema decisionale centralizzato che ha sede a Bruxelles con le necessità locali. In concordia felicitas.

 

Leggi in proposito il Rapporto sul Deficit democratico e questo saggio che analizza i rapporti fra Regioni e UE.

 

LINEE DI SANGUE E CONFLITTI DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

genealogia regale

le genealogie europee

Nell’ultimo articolo abbiamo visto come la storia dell’integrazione europea sia stata anche il risultato dei conflitti di vario genere (religioso, di successione, di potere) fra le dinastie regnanti nei vari regni dell’Ecclesia Christiana, delineando così una chiave di lettura dell’intera storia dell’integrazione europea che si affianca a un’altra chiave, più criptica, legata alle origini e al sangue delle medesime.

Ancora oggi, in Europa sono presenti diversi regni e principati (e fanno parte quasi tutti dell’Unione Europea) che hanno continuità storico-politica con gli antichi regni cristiani, originatisi in gran parte dai regna dell’antico Impero Cristiano e attualmente retti da dinastie emerse nel tardo Medioevo e protagoniste della storia dell’integrazione europea sin dalla metà del Settecento (vedi articolo).

Attualmente, i regni di Danimarca e di Norvegia sono tenuti dalla dinastia Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg-Beck, da cui discendeva anche la dinastia regale di Grecia (fino al 1974), nonché il defunto marito della Regina Elisabetta II del Regno Unito e quindi la prossima dinastia regale. Questa linea appartiene in linea maschile alla casa di Oldenburg, che regna in Danimarca (e Norvegia) ininterrottamente dal 1448, da cui proveniva anche la dinastia cadetta degli Holstein-Gottorp, che regnò in Svezia dal 1751 al 1818 (prima di passare lo scettro all’attuale casa dei Bernadotte) e in Russia dal 1762, fino all’estinzione dell’Impero e della famiglia Romanov nel 1919. Le origini degli Oldenburg sono poco note: il primo Conte di Holdenburg era nipote del mitico Elymar I (vissuto a fine XI secolo), che leggenda vuole essere figlio di quel Lohengrin mitico cavaliere dei Nibelunghi e figlio di Parzival/Perceval, che ci riporta indietro addirittura all’epopea della Tavola Rotonda di Re Artù! Dei Bernadotte si sa solo che l’antenato maschile proveniva dalla provincia francese del Béarn (Pau).

Abbiamo accennato al Regno Unito, attualmente governato dalla dinastia Windsor, nome scelto nel 1917 da Re Giorgio V (nonno paterno di Elisabetta II) per camuffare l’origine tedesca: infatti, egli apparteneva ai Sassonia-Coburgo-Gotha, casata cui riferivano anche i regni del Portogallo (dal 1853 al 1910), del Belgio (dal 1830 a oggi) e della Bulgaria (1908-46), discendente in linea diretta cadetta dall’antica casa dei Wettin, tenutaria per secoli delle marche orientali del Reich, poi del Ducato di Sassonia (Elettori dal 1356) e del successivo regno istituito nel 1803, nonché del Regno di Polonia. Fondatore della dinastia fu tale Conte Burcardo (fine IX secolo), che pare fosse imparentato ai Duchi di Svevia e probabilmente un cavaliere cristiano.

L’origine cavalleresca è comune a molte dinastie regali/ducali europee, soprattutto in età medievale, fra cui i Liechenstein (originari della Bassa Austria), che reggono l’omonimo principato dal 1608, e i Nassau (dal’omonima cittadina tedesca), attuali regnanti dei Paesi Bassi-Olanda (sin dal 1581) e del principato del Lussemburgo (dal 2000 passato in via matrimoniale ai Borbone di Parma), che furono tenutari anche dello scettro di Inghilterra e Scozia (1689-1702) e del Reich (1292-98).

I Borbone, invece, sono l’ultima discendenza in linea maschile dell’antichissima casa franca dei Robertingi: al servizio dei Merovingi (VII secolo), furono elevati a Conti d’Hesabye e si coprirono di gloria contro i Vichinghi con Robert “le fort” (nominato Marchese di Neustria e Conte di Parigi e d’Anjou) e i suoi figli, entrambi Re di Francia (888-98 e poi 992-93) e avi di Ugo “capeto”, fondatore della casa Capetingi che detenne il titolo regale dal 987 fino all’estinzione del Regno di Francia. Questa famiglia aveva fornito varie mogli agli imperatori Carolingi ed era imparentata alle più antiche dinastie ducali di ascendenza carolingia, ivi inclusi gli imperatori Ottoni e i principi russi Rurikidi (rileggi l’articolo). Le sue linee cadette divennero Duchi di Borgogna e Re del Portogallo, Imperatori latini d’Oriente (Courtenay), regnanti in Sicilia (poi solo nel Regno di Napoli) e in Albania, quindi in Polonia e in Ungheria (Angioini), Re di Navarra e di Spagna: da quest’ultimo ramo cadetto dei Borbone (attualmente regnante in Spagna) discende anche la famiglia del Lussemburgo, che fu reggente del Regno delle Due Sicilie e del Ducato di Parma fino all’annessione all’Italia del 1860.

Resta infine, la famiglia Grimaldi insediatasi nel Principato di Monaco dal 1559, che ha origine dalla città di Genova dove è stata famiglia dogale per secoli, praticando l’attività bancaria-mercantile. Essa fu fra le più illustri esponenti del partito italiano dei “guelfi”, insieme agli Estensi, antichissima famiglia italiana da cui discendeva in linea maschile la casa dei Guelfi-Brünswick: da essa proveniva la dinastia cadetta Hanover, che salì sul trono del Regno Unito nel 1714 e vi rimase fino alla morte della Regina Vittoria. Costoro furono nemici implacabili delle dinastie imperiali tedesche, nonché dei Capetingi (sin dai tempi dei Welfen), e collaborarono con la Chiesa di Roma alla disintegrazione dell’Ecclesia Christiana (come raccontato nell’articolo). Inoltre, furono il fulcro dell’alleanza fra casate germaniche del cd. “club Europa”, cui sono legate le sorti della storia d’Europa a partire dal XIX secolo (vedi articolo relativo).

Questa rivalità di sangue percorre tutta la storia dell’integrazione europea, sin dai tempi più remoti: essa ebbe inizio con Alessandro “magno” (leggi l’articolo) e proseguì con l’Impero romano, in particolare con la Gens Julia (leggi articolo), che il mito vuole discendere direttamente dalle divinità dell’Olimpo! Secondo ricostruzioni storiche e in parte mitologiche (da scoprire nella parte IV del mio saggio), esistono legami di sangue diretto fra quelle antiche famiglie e le dinastie imperiali occidentali (Wessex, Carolingi, Ottoni, Salici, Staufer, Asburgo). Inoltre, probabilmente, tutte le dinastie imperiali romane e bizantine ebbero ascendenza nelle antiche gens patrizie della Res Publica Romana, nonché nella progenie dell’eroe per antonomasia, Eracle-Ercole di cui è ricolma l’intera cultura tradizionale europea (ne parlo in questo articolo).

Insomma, a ben guardarla, la storia dell’integrazione europea è un processo iniziato 2500 anni fa circa, quando le civiltà continentali riuscirono a rendersi indipendenti dal controllo dei imperi grandi imperi orientali (da cui comunque si difesero durante tutta la storia europea cristiana), dando avvio alla formazione di quella Ecclesia Christiana madre di tutti gli stati nazionali moderni: sullo sfondo, vi fu la grande contesa fra le dinastie “di sangue blu”, che ressero l’Impero Cristiano dalla sua fondazione fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, e le dinastie emergenti e alleatesi sia nel partito guelfo, che nel fronte protestante, e tuttora regnanti in molti stati europei.

Questa interpretazione storiologica è il sunto del mio saggio intitolato “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI”, cui è dedicato questo blog e il sito, che potete acquistare secondo le modalità indicate.

Per approfondire la storia e le dinastie regali europei, richiedi le Appendici.

L’EUROPA DISINTEGRATA E GLOBALE

Leviathan

Leviathan nella storia dell’integrazione europea

Negli ultimi articoli, abbiamo compreso come la storia dell’integrazione europea sia fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Sia nel processo che ha portato a riunire tutti i popoli cristiani sotto la “tenda di Dio”, sia per le lotte politico-religiose che infine hanno determinato la disintegrazione della Ecclesia christiana.

Inoltre, la storia dell’Europa unita è iniziata con l’avvento dell’Impero universale di Alessandro “detto il magno” (vedi articolo), rinnovato dai Romani ed in seguito dai Bizantini, grazie all’intesa coi Carolingi, con gli imperatori del Reich e con i Principi Rus’. Un processo di integrazione europea animato dalla forza centripeta dell’impero, cui si contrapponevano le istanze di libertà dei vari popoli inclusi, via, via che il confine si spostava a Ovest (coi Romani), a Nord (coi Carolingi) e infine a Est (col Reich e Bisanzio).

Tutto perfetto finché le due supreme auctoritas cristiane furono vive, salde e forti. Ma la lotta intestina portata avanti dalla Chiesa di Roma condusse sia l’Imperatius che il Papatius [cit. Dante] alla decadenza, spingendo così altre forze locali/etniche ad autodefinirsi “sovrane” e a vagheggiare propositi egemonici: fu il caso, in primis, dell’Inghilterra resasi indipendente già a fine IX secolo coi Wessex, sebbene sempre coinvolta nella Ecclesia universalis e nelle vicende continentali, soprattutto durante la Guerra dei 100 anni (1337-1453) contro la rivale francese per il controllo delle ex-Diocesi in Pars Occidens, obiettivo dei Plantageneti fino alla loro estinzione avvenuta con la Guerra delle Due Rose (1445-1485).

La stessa Francia, assoggettata per secoli all’autorità imperiale del Reich ed al potere economico delle Fiandre, si dichiarò indipendente nel 1215, a seguito della vittoria nella “Battaglia delle nazioni” contro l’Impero alleato ai Plantageneti, con la famosa enunciazione “rex imperator in regno suo est, superiorem non reconosces” emessa dal re Filippo II Augusto.

Da quel momento ogni “nationes” cristiana europea si sentì libera di inseguire i suoi sogni di libertà e di potere: così, mentre i regni cristiani della Spagna combattevano la loro guerra di liberazione dall’occupante mussulmano (che nel 1212 aveva visto la grande vittoria nella Battaglia di Las navas de Tolosa), dentro il Reich si scatenava la guerra intestina dei Guelfi (leggi qui), conclusasi con la disfatta della dinastia regnante ed il lungo Interregnum del XIII secolo; di cui approfittò la famiglia degli Angioini (cadetta dei regnanti francesi), alleata alla Chiesa di Roma, per accaparrarsi i regni di Sicilia, di Albania, di Ungheria e di Polonia (dal 1266 al 1399); accerchiando l’Impero che nel frattempo era passato in mano ai Luxembourg (1308-1477), prima di tornare per sempre alla Casa d’Asburgo; l’ascesa della famiglia lussemburghese era passata attraverso il Regno di Boemia (ricevuto in dote da quel Giovanni morto sul campo di Battaglia di Crecy nel 1346, affianco ai francesi contro le truppe dei Plantageneti), che aveva visto l’epopea di Ottocaro II dei Premyslid; il quale si era annesso tutti i feudi austriaci, nel tentativo di creare un grande stato orientale, ma fu sconfitto e ucciso sul campo dal nuovo Kaiser Rodolfo I d’Asburgo e dai rivali di sempre ungheresi (1278); i quali, sotto la dinastia magiara degli Arpad, avevano creato uno stato che segnò per secoli il limes cristiano a Est, soprattutto dopo aver annesso la Croazia e la Slovenia e trasformandosi in Corona unita (1305); nell’area bizantina-ortodossa, invece, la scomposizione dell’Impero romano a seguito della IV Crociata (1204) aveva dato forza alle istante di libertà e di potenza del Regno di Serbia, la cui dinastia regnante dei Nemanja si era addirittura insediata sul trono dell’Epiro (1359-1385), preparando l’avvento della “grande Serbia”, rivale dell’Impero dei Bulgari che aveva continuità storico-politica dal VII secolo; più a Est i Principati Rus’, saldamente sotto il controllo dell’antica dinastia dei Rurikidi di Kiev, dovettero confrontarsi col dominio del Khanato dei Tartari, da cui si liberarono definitivamente nel 1380 nella Battaglia di Kulikovo; a Nord, invece, la Scandinavia aveva preso la via dell’unionismo politico dando vita alla Lega di Kalmar (1397), all’estinguersi di tutte le dinastie regnanti discendenti dalla mitica Casa di Münso, mentre la Scozia tornava alla piena indipendenza dall’Inghilterra con Robert the Bruce (1306) e poi con la casata Stuart; infine, il Portogallo divenne regno autonomo con la dinastia dei Cavalieri dell’Ordine Aviz (1385) mentre la Svizzera conquistava la sua indipendenza (1499) grazie all’alleanza francese contro i Duchi di Borgogna e l’Impero.

Il consesso politico europeo di fine XV secolo vedeva, quindi, emergere regni sovrani e dinastici, rispondenti in gran parte ai territori occupati dai popoli “barbarici” che a partire dai primi secoli dell’era volgare avevano popolato l’Europa ed erano poi stati cristianizzati dall’Impero. Tenuti da antiche dinastie etniche che, una dopo l’altra, si estinsero lasciando i propri regni alle famiglie regali occidentali, in gran parte legate o discendenti dai Carolingi e dell’antica Familia Reges Christianorum. Nello scenario pluralista di quel tempo nacque l’Imperatore Carlo V d’Asburgo (1519): il quale ereditò tutti i regni di Spagna, nonché era tenutario della Borgogna (il Benelux attuale), del Regno di Sicilia (Italia Meridionale) e dell’Impero (Germania, Boemia e Austria). Egli proseguì la politica matrimoniale di suo nonno, l’Imperatore Massimiliano I, tanto da poter controllare, coi fratelli e sorelle, praticamente tutti i regni cristiani d’Europa. Si aggiungano le immense colonie americane, scoperte da poco da C. Colombo per il favore del Regno di Castiglia, e si comprenderà la sua famosa frase “nel mio regno non tramonta mai il sole”. E infatti, egli dedicò la vita a ricostruire quella ResPublica Christiana che era il sogno unitario degli Europei cristiani dai tempi di Carlo Magno! (a questo di deve la scelta del nome, oltre che in onore al bisnonno “temerario”, ultimo della casata di Borgogna morto sul campo nella Battaglia di Nancy contro gli Svizzeri)

Ma l’Ecclesia universalis christiana, nata dall’antico Impero romano (vedi articolo) e sostenuta dall’antico Ius Publicum inscritto nel Codex giustinianeo, andò in pezzi di fronte alla Protesta religiosa: ne seguirono decenni di “Guerre di religione”, risoltesi con la Pace di Westfalia (1648), che istituzionalizzò lo status quo politico-multietnico degli stati sovrani che si riconoscevano reciprocamente, seppure come frazioni di un’unica entità religiosa nell’unico stato mondiale che avrebbe incluso, ben presto, tutte le colonie conquistate sulla Terra. Questa situazione favorì le innumerevoli guerre per il potere, per la successione ai troni vacanti, per l’indipendenza dei popoli o il controllo dei mari e delle colonie, che interessarono l’Europa nei secoli XVI-XIX, attraverso quel processo di disintegrazione europea (vedi articolo) che si concluse con la grande carneficina della Prima Guerra Mondiale.

Gli stati europei costruirono immensi imperi coloniali nelle Americhe, in Oceania, in Africa e in Asia, dove applicarono le leggi proprie e lo Ius Publicum Europeum, anche se con notevoli differenze: infatti, mentre per tutte le nazioni continentali (inclusa la Russia) vigeva ancora l’antico Diritto romano, seppure rimodellato alle esigenze del momento (vedi Sommario Parte II), per le potenze marittime di Inghilterra e Olanda (o Paesi Bassi) divenne centrale l’ordo novus liberistico/individualistico del “diritto del mare”, che concedeva loro il dominio assoluto su ogni essere e territorio inclusi nel grande spazio infinito degli oceani planetari. Fu la base del grande cambiamento culturale che si andava diffondendo nel mondo e avrebbe travolto l’Europa a breve.

Infatti, con le rivoluzioni civili inglese, americana e francese presero piede le idee degli illuministi e dei razionalisti formati dalle università calviniste di Amsterdam e di Ginevra, protetti dai principi protestanti del Nord (Tudor, Vasa, Oldenburg, Hanover, Coburgo-Gotha, Hohenzollern, Orange-Nassau, Assia). Che si tramutarono nelle riforme politiche ed economiche dei cd. “re dispotici illuminati” di fine XVIII secolo e confluirono nei moti popolari della prima metà dell’Ottocento e nelle ultime guerre di indipendenza del XIX secolo, all’origine della frammentazione dell’Europa negli stati sovrani nati per “gemmazione” dall’antico Impero Cristiano. La nuova base di comunanza fu il Diritto Internazionale, che dalla seconda metà dell’Ottocento vide la continua prolificazione di trattati sui rapporti fra gli stati, di conferenze internazionali tematiche, intervallate da guerre e paci parziali, pur sempre nell’ambito dell’antico Ius Publicum Romanum e sotto il cappello dell’Ecclesia Christiana. Fino, appunto, al disastro del 1919 e all’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, fondato sul diritto del mare e sul dominio universale di Leviathan.

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L’INTEGRAZIONE DEL CRISTIANESIMO

Costantino

Costantino I

La storia dell’integrazione europea è fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Non solo dal punto di vista religioso, sebbene per secoli ogni angolo del continente sia stato pervaso dal culto di Gesù “il cristo”, quanto per il fatto che la formazione degli stati nazionali e delle relative comunità civili ne ha subito il profondo condizionamento, tanto che l’Europa è riconosciuta da tutti come la terra dei “cristiani”.

Anche se l’origine della religione cristiana è in Palestina, all’incirca 2000 anni orsono, quando Yoshua ben Yosif della stirpe di Davide iniziò la sua missione evangelizzatrice sia nel Regno di Giudea, sia nelle aree circostanti alla valle del Giordano e di Israele, sotto la regnanza di Erode “detto il grande” e dei suoi figli (di stirpe edomita, discendenti da Esaù, fratello di Giacobbe-Israele antico avo di Gesù), a loro volta assoggettati alla dominanza militare di Roma.

La Palestina era la “terra promessa” al popolo israelita, ossia ai discendenti delle 12 tribù generatesi da Giacobbe e destinatari di un premio di Dio se lo avessero seguito nella fuga dall’Egitto (vedi articolo sulla Pasqua) e gli fossero rimasti sempre fedeli. Con quello spirito, riuscirono così a raggiungere quel luogo, a conquistarlo e formare il Regno di Israele, sottoposto all’autorità di YHWH. Che dal 966 a.C. andò a risiedere stabilmente all’interno del Tempio, eretto e dedicato in suo onore da Re Salomone.

In seguito, avendo perso la fede nel “dio unico” del deserto, gli Israeliti furono puniti con la sottomissione ai Babilonesi (che li deportarono in massa a Babilonia e in parte li dispersero), cui seguì la conquista dei Persiani ad opera di Ciro “il grande” (nel VI secolo a.C.), divenuto il nuovo Messiah del Signore sulla promessa di riedificarne il Tempio a Gerusalemme.

Intorno al palazzo divino si riformò la comunista israelita, ormai divenuta “ebraica” sia per la riforma religiosa intercorsa, sia per il mescolamento dei sopravvissuti delle tribù originarie con altri popoli semiti, sottoposti all’autorità dei Sacerdoti sadducei del Sinedrio. I quali, secoli dopo, misero a morte Gesù perché ritenuto un impostore blasfemo, nonché un pericoloso rivale al potere consolidato della casta religiosa dei Leviti, che controllava quasi ogni aspetto della vita dei suoi fedeli e gestiva i rapporti politici con gli invasori che si susseguivano (Egizi, Greci, Siriaci), inclusi i nuovi padroni romani.

Ma l’esecuzione di Gesù “re dei Giudei” determinò due aspetti decisivi per l’intera storia dell’integrazione europea: la scissione insanabile e tuttora latente fra ebraici e cristiani; la distruzione definitiva del Regno divino di Israele, conquistato e annesso dai Romani nel 70 d.C.. Quest’ultimo fatto comportò anche la distruzione definitiva del Tempio di Salomone (che avrà però una valenza simbolica indelebile per tutta la storia dell’integrazione europea) e la dispersione del popolo ebraico (Diaspora) nelle terre dell’Imperium, completata quando Adriano fece radere al suolo l’antica Salem per riedificarla con altro nome e forma (130 d.C.).

La fuga dalla Palestina riguardò sia la casta sacerdotale del Sinedrio, che trovò buona ospitalità in Roma stessa, dove ebbe accesso alle magistrature e infine al Senatus, fra le famiglie patrizie e aristocratiche che amministravano l’Impero Romano e detenevano il potere legislativo e giurisdizionale supremo. Sia i “discepoli” di Gesù, dei quali si hanno tracce soprattutto in Pars Occidens, a Roma, nella “finis terrae” iberica, nella zona di Massilia e nel sud della Britannia.

Sebbene si tratti perlopiù di leggende (che la ricerca storica/scientifica al momento non è riuscita a dimostrare, ma nemmeno a smentire), ebbero un’influenza tale sulla credenza popolare che già nel III secolo d.C. i “christianòs” erano la maggioranza della popolazione dell’Impero, soprattutto nella parte orientale. Sorsero comunità nelle più importanti città dell’Impero, da Roma ad Alessandria, da Antiochia a Tessalonica, e lungo i corsi del Reno del Rodano e della Senna, che insieme costituivano una forza religiosa, sociale ed economica imponente, chiamata “Charitas”. Ovviamente, essa era malvista dal potere politico imperiale, nonché dal popolo romano pagano e dagli stessi ebraici, che comunque mantenevano viva la loro comunità dispersa ma tenuta assieme dal Sinedrio (è così ancora oggi).

Queste ultime due fazioni si allearono per debellare i cristiani, attraverso numerose persecuzioni: quelle “ad personam”, di cui caddero vittime gli stessi Apostoli di Gesù e molti dei suoi Discepoli più famosi, nonché le migliaia dei “santi martiri” dei primi secoli del Cristianesimo, giustiziati per il fatto di non riconoscere l’autorità divina dell’Imperatore; quelle di massa, soprattutto durante l’epoca anarchica dell’Impero, quando sacrificare un cristiano era spesso un rito religioso o semplicemente un atto di propaganda e uno show per divertire il popolo nei teatri.

La contesa divenne durissima, al punto che la classe dell’antica aristocrazia romana decise di formare la casta clericale (più che altro per salvaguardare i propri diritti e beni immobiliari) e assunse la guida della comunità cristiana, ricoprendo gli incarichi episcopali e direttivi all’interno dell’Ecclesia Christiana (ossia la grande assemblea del “popolo di Cristo”). Questa decisione squilibrò i rapporti di forza nel conflitto in corso e portò, infine, alla vittoria militare decisiva di Costantino: il quale, sebbene fosse un convinto mitraista e guerriero di lungo corso, appoggiato dalle legioni del nord in cui servivano moltissimi “barbari” germanici e gotici, scelse la via dell’accordo politico per riportare la pace nell’Impero.

Così, dopo aver riunificato a sé il potere politico, elaborò una struttura organizzativa doppia: da una parte le antiche magistrature civili e militari, che governavano le città le province e le legioni in ogni angolo dell’Impero; dall’altra la gerarchia religiosa che ormai era organica all’Impero ed era gestita dal Concilium, di cui egli Imperator Sol Invictus” era il capo in virtù dell’antico ruolo di Pontifex Maximus. Dopodiché decise di spostare la capitale imperiale nell’antica città greca di Byzàntion (poi rinominata Costantinopoli, secondo l’usanza degli antichi “re divini” orientali), più strategica nel controllo dei traffici commerciali col ricco Oriente e delle vicende interne all’Impero, che rimaneva in gran parte popolato nella sua parte orientale.

Roma divenne allora la capitale dell’amministrazione religiosa, sede della Curia che era formata dalla casta clericale (incluse diverse famiglie sacerdotali ebraiche) e controllava direttamente i domini e i beni patrimoniali imperiali, grazie alle antiche prerogative del Senato cui si era sostituita definitivamente nel 380 d.C.. Le famiglie “papaline” possedevano enormi latifondi nell’area del Latium e delle altre province del centro-sud Italia, ereditate dalle più antiche famiglie senatorie ed equestri di età repubblicana, e potevano ora gestire le immense “donazioni” ricevuta dalla Charitas in ogni angolo dell’Impero, nominandone gli amministratori e i tenutari.

Da quella situazione si evolse verso l’Impero Cristiano, quando l’Imperatore Teodosio si sottomise di fatto e di diritto all’autorità del Vescovo di Milano, Sant’Ambrogio, ed emanò l’editto con cui dichiarò il Cristianesimo unica religione ammessa nell’Impero (391 d.C.), annullando così l’antica alleanza con gli ebraici e la tradizionale tolleranza religiosa attuata da sempre nel diritto romano.

Così facendo, l’Impero si sostituiva e perpetuava il Regno di Dio sulla Terra, incluso il Regno di Israele scomparso e debellato dagli stessi Romani. Inoltre, diveniva esso stesso strumento di proselitismo del Cristianesimo, assumendo la missio apostolica di convertire alla nuova religione tutte le gentes incontrate (come comandato loro da Gesù stesso risorto, durante la parousia), secondo la linea impostata da San Paolo (rivolgersi anche ai “gentili” e ai pagani) ed abbracciata dalla maggioranza ed élite cristiana nel IV secolo d.C..

Fu l’inizio di un processo di cristianizzazione che influenzò decisamente la storia dell’integrazione europea, come vedremo nei prossimi articoli.

Al proposito, leggi il libro di Croce “non possiamo non dirci cristiani”

L’INTEGRAZIONE DEI BARBARI NELL’IMPERO CRISTIANO

impero romano diviso

Al volgere del III secolo dell’era volgare, la situazione generale in Europa cambiò decisamente, con risvolti che incisero profondamente sulla storia dell’integrazione europea. Se la lotta dei Greci contro l’Impero persiano era servita a renderli liberi e a segnare il confine ideale e geografico col mondo orientale, ereditando però la visione “universale” del Regno, l’epopea di Roma aveva orientato il processo di integrazione europea verso il cuore del continente, seppure portandosi appresso la tradizione dei pensatori ellenistici e i culti religiosi orientali.

Quel mix di conoscenze e credenze antichissime portò allo sviluppo del Neoplatonismo, una corrente di pensiero che sintetizzava la filosofia greca con la visione olistica delle concezioni orientali più antiche. In particolare rispetto all’idea che esistesse un Essere unico divino da cui promanava il Tutto, regolato e modellato dal Demiurgo. Un’idea che ha attraversato tutta la storia del pensiero europeo fino all’età moderna, imprimendosi profondamente nel pensiero politico del tardo Impero.

Ma dall’Oriente provenivano anche i diversi culti diffusi nell’Imperium, ove vigeva la piena tolleranza religiosa e tutti gli abitanti erano ormai divenuti Cives. Così, accanto ai tradizionali riti pagani romani, che facevano parte anche della liturgia politico-istituzionale sin dai tempi della Res Publica, si diffusero i culti egizi di Iside e Horus, quelli greco-macedoni relativi agli Dei Olimpiadi, insieme al Mitraismo, alla religione del Dio Sol-Baal, all’Ebraismo e al Cristianesimo.

Nulla che potesse impressionare i governatori dell’Impero Romano, giunto ormai al culmine della sua potenza, espansione e magnificenza. Finita l’epoca degli imperatori “adottati”, che avevano già trasformato il Principato augusteo in una monarchia di tipo assoluto (sebbene nell’ambito della tradizione repubblica di diritto divenuta universalis con Adriano), seguì la Dinastia dei Severi, che diede avvio ad una ininterrotta serie di eventi che, infine, portarono la storia dell’integrazione europea su altri lidi.

I membri della famiglia di Settimio Severo, influenzati dalle donne Giulia di casa e dal culto del Dio Baal da Emesa/Homs, iniziarono a connotare la figura dell’imperatore di un’aura di divinità orientaleggiante, benché fosse già Augustus Caesar et Princeps da sempre (e così rimase la formula ufficiale fino al XIX secolo d.C.!). Ma la latente crisi economica e monetaria spinse la classe dei militari, in gran parte adepti del culto di Mitra, a prendere il sopravvento sul Senatus, dando luogo all’epoca “anarchica” che portò guerre, distruzioni e divisioni infinite (durata circa 70 anni). Cui pose fine la provvisoria rappacificazione di Diocleziano, il quale impose il modello “tetrarchico”: due Augusti e due Cesari si divisero il governo, con la successione già stabilita. Soprattutto, egli si definì “Dominus et Deus” e creò le Dioecesis.

L’Imperator divenne così il Vicario di Dio sulla Terra, incorporando quindi sia la figura del Demiurgo, sia quella del Signore unico e assoluto orientale, ossia il Re dei Re del Regno eterno di Dio. Inoltre, fu istituzionalizzata anche l’idea dinastica del potere, che ora si trasmetteva ad un erede già designato e consacrato, nonché membro della famiglia imperiale. I cui rapporti di sangue iniziavano ad avere la loro importanza, vista l’origine incerta dei nuovi sovrani e considerata la tradizionale ascendenza patrizia dei predecessori. Una riforma che si accompagnava alla ormai inevitabile spaccatura dell’Impero fra mondo greco-orientale (ellenistico) e mondo latino-occidentale, condizionato dal rapporto sempre più intenso con i Barbari del Nord.

Gentes germaniche e gotiche che da tempo premevano sul Limes, fronteggiate dai Romani grazie alla ininterrotta serie di Castra e Colonie poste lungo i corsi dei fiumi Reno e Danubio, difese ma “aperte” alla relazione commerciale e diplomatica coi Barbari. Cosicché divennero alleati dei Romani nelle guerre contro i Parti, contro gli imperatori “usurpatori” del III secolo e contro le invasioni dei popoli asiatici. In particolare, Franchi, Suebi, Alamanni, Goti e Burgundi aiutarono Aureliano contro la Regina Zenobia, ricevendo l’onore di sfilare in trionfo a Roma nel 270.

Accolti grazie alla tradizionale “hospitalitas” romana entro i confini, ricevettero dei Foedus di “adesione” offerti dal Senato già a fine IV secolo, non appena fu consumata la definitiva scissione dell’Impero fra Pars Occidens (Diocesi di Spagna, Britannia, Gallia-Sette Province, Italia e Città di Roma, Africa) e Pars Oriensis (Macedonia, Mesia,Tracia, Asia, Ponto, Oriente, Egitto): una suddivisione amministrativa su cui si costruì nei secoli a venire la storia dell’integrazione europea.

E quando l’Impero Romano d’Occidente venne definitivamente archiviato (476), quelle popolazioni divennero i nuovi governatori “de facto” delle Dioecesis romane. Dando vita ai cd. “regni romano-barbarici”, che sorsero solo grazie all’abilità dei giuristi di Costantinopoli e alla lungimiranza universalistica degli Imperatori orientali.

Infatti, grazie al Diritto Romano, in particolare all’antico Ius Publicum, fu possibile riorganizzare la parte occidentale in Regna (norma Divisio Regnorum), temporanei ma sempre soggetti all’Auctoritas Imperatoris tradizionalmente associata al Princeps dai tempi di Augusto. Inoltre, la lex romana fu in gran parte adottata dai “new comers” e infusa nei Codici di diritto barbarico emanati nei regna dei Burgundi, dei Franchi e degli Ostrogoti già agli inizi del VI secolo. Atti ufficiali riconosciuti da Costantinopoli, in virtù del ruolo di Rex Gentium et Romanorum che gli imperatori orientali avevano assegnato ai capi delle tribù germaniche/gotiche insediatesi nelle Diocesi.

Peraltro, questo passaggio fu possibile grazie ad un altro strumento giuridico che gli imperatori orientali dovettero utilizzare spesso per gestire le problematiche in Pars Occidens, ossia la concessione del titolo di “patricios” a coloro che detenevano il potere politico-militare effettivo: ciò avvenne in particolare per i generali imperiali Ezio, Stilicone e Ricimero, tutti di origine mista barbaro-romana, decisivi nella lotta finale contro gli Unni e i Goti del V secolo, e capaci peraltro di tenersi buoni i tradizionali alleati sopra citati. Con quell’atto, essi divennero membri del Senatus (Homini Novii) e abilitati perciò agli incarichi nelle Magistrature superiori, nonché a divenire parte integrante della casta aristocratica-clericale romana attraverso i rapporti matrimoniali.

Una prassi che si rivelò utilissima in seguito con i Re barbarici: infatti, Gondebaldo dei Burgundi e Teodorico I degli Ostrogoti ricevettero il riconoscimento a patrizi di Roma; dopodiché allacciarono intrecci matrimoniali con la Dinastia Merovingi che controllava le Gallie; creando così una rete di discendenze di sangue che permise di dare legittimità regale anche alle successive dinastie visigote di Spagna (inclusi i Perez del Regno di Leòn) e a quella franca dei Carolingi!

Il legame di sangue, già pienamente riconosciuto dalla cultura germanica (“stirpe”), divenne perciò il principale mezzo giuridico per tenere in piedi l’Impero Cristiano fino alla sua fine nel XIX secolo. I giuristi bizantini elaborarono, infatti, la teologia regale della “Familia Reges Christianorum” che riconosceva come membri della famiglia “divina” imperiale cristiana tutti i re e discendenti legittimi che accettassero la consacrazione ortodossa e si impegnassero nella evangelizzazione dell’Europa alto-medievale.

Il terzo elemento che permise questa importantissima fase di storia dell’integrazione europea fu la conversione dell’Imperium Romanum al Cristianesimo. Un passaggio di tale portata, complesso e delicato, che preferisco trattarlo nel prossimo articolo. Nel crogiolo di culture, religioni e conoscenze antiche che era diventato l’Impero, frutto delle continue conquiste e annessioni di popoli, civiltà e culti di ogni provenienza, fu proprio l’Evangelo del “cristo” della Giudea (vedi l’articolo di Pasqua) a emergere quale unica religio ammessa e a diffondersi irresistibilmente ai quattro angoli dell’oykumene romana, dapprima, europea, dopo, e mondiale, in ultimo. Ma come e perché ciò avvenne lo vedremo nel prossimo passaggio.

Leggi l’articolo precedente.

ROMA E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA

Augusto

Nell’articolo precedente ho indicato come punto d’inizio della storia dell’integrazione europea la lotta per l’indipendenza dei Greci dalla minaccia persiana-orientale, che permise di stabilire un confine all’Europa e farne quindi un soggetto politico autonomo.

Certamente, in età precristiana il continente europeo era ancora una landa in gran parte disabitata, sommersa dai mari o ricoperta di ghiacciai e foreste secolari, quasi del tutto ignoto alle civiltà mediterranee che invece già da millenni popolavano le coste dei “mari caldi” del Sud.

Una delle regioni a maggior densità abitativa era la penisola italica, dove da almeno un migliaio di anni convivevano alcuni popoli dall’origine distinta o comunque poco nota. Tutto l’arco appenninico aveva visto l’insediamento dei cd. “popoli italici”, figli della Antigua Mater adorata un po’ ovunque, perlopiù adusi alla pastorizia e alla forgia dei metalli, dove convivevano con gli Etruschi, dominatori del Mar Tirreno che da loro prendeva nome, con i coloni della Magna Grecia nel Meridione, con gli Illiri e i Veneti sulle coste adriatiche e con i Celti nella Pianura Padana.

Leggenda vuole che in mezzo a quelle civiltà andarono a insinuarsi altre etnie di vaga origine dorica, ossia i Romani, i Latini e i Sabini: proprio queste tre gentes si unirono, nel V secolo a.C. a costituire la Res Publica della città-stato di Roma, mediante il Foedus Cassianum (496 a.C.). Un trattato che stabiliva un accordo di lungo periodo per amalgamare i tre gruppi sociali e politici intorno alle figure dei Magisteres e dei Consules (gli amministratori annuali degli affari interni), nominati e coordinati dal Senatus Patricius, in rappresentanza delle famiglie che avevano fondato Roma nel 735 a.C., e dai Concilia Plebis, l’assemblea dei cittadini-soldato del Popolus.

Questa organizzazione del potere, che rispecchiava la struttura sociale divisa fra la ricca aristocrazia terriera (Optimates) e la massa dei contadini/artigiani (Populares), resse le sorti di Roma fino all’avvento dell’Impero Cristiano nel V secolo d.C.! Nella prima classe erano incluse le Gens patrizie che conosciamo dalla storiografia e dalla letteratura classica romana, mentre nel secondo gruppo vi entrarono tutti i popoli e le tribù che Roma, di volta in volta, sconfiggeva e sottometteva.

Perché l’Urbe romana fu, sin dall’inizio della sua storia, città militarista e impegnata ad espandersi in tutte le direzioni, a discapito delle civiltà e dei popoli che trovava nel suo incedere. Nei primi tempi, Roma era circondata da numerose tribù italiche, collocata al centro di un mondo antico spartito fra la talassocrazia cartaginese, la forza coloniale greco-macedone, la potenza economica etrusca e la pervasiva civiltà celtica.

Dopo essersi costituita in repubblica (509 a.C.), liberandosi del giogo etrusco, alleata ai socii che di volta in volta federava con trattati di pace o di amicizia, Roma divenne il fulcro della potenza militare più famosa della Storia umana. Infatti delle sue Legio si parla da sempre, sia in termini romanzeschi, sia per l’incredibile capacità bellica e di organizzazione e logistica, studiata ancora oggi nelle principali Scuole di Guerra del mondo. Poiché in ogni contingente militare si univano coese le varie parti sociali e politiche, che sul campo di battaglia combattevano fianco a fianco proteggendosi l’un l’altro nel nome e per la gloria romana (S.P.Q.R.).

Non mancarono certo le sonore sconfitte, quali quella subita dai Celti Senoni che aprì la strada al sacco di Roma del 390 a.C. operato dal condottiero Brenno. Episodio che segnò per sempre la coscienza romana: come in occasione dell’invasione dei Cartaginesi guidati da Annibale, che dopo aver debellato le ultime legioni a Canne (216 a.C.) si apprestava ad invadere la città indifesa. Mentre rimase indimenticata la debacle alle Forche Caudine (321 a.C.), quando l’astuzia e la migliore conoscenza del territorio consentirono ai Sanniti di accerchiare e umiliare le truppe romane.

Un’abilità dei Romani era quella di apprendere lezioni dalle avversità e saper trovare la soluzione geniale per superarle. L’altra era quella di alternare l’uso di diplomazia e diritto alla guerra, riuscendo così a fronteggiare nemici pericolosi/sconosciuti, prima di poterli definitivamente sottomettere. Insieme all’insuperabile strategia militare, sia nella tattica in battaglia, sia nella prassi difensiva/offensiva, furono gli elementi che portarono Roma a sottomettere tutte le civiltà mediterranee sotto la sua legge, il suo potere militare e il suo ordinamento amministrativo.

E una volta annessi alla Repubblica Romana, tutti i popoli italici, greci, illirici, epiroti, macedoni, etruschi, liguri, sardi, siculi e cartaginesi (in pochi decenni nel II secolo a.C.), i Romani consolidarono i domini attraverso i commerci, la rete stradale e la disposizione delle legioni nei diversi siti di un vasto territorio, che ormai andava dal Mar Nero allo Stretto di Gibilterra. L’accresciuta ricchezza sbarcata nei porti di Anzio o di Brindisi, diretta verso l’Urbe Aeterna, spinse quindi i Plebei a rivendicare migliori condizioni sociali e maggiore potere politico, fino ad accendere la guerra civile che sconvolse l’emergente città-stato per quasi un secolo.

Col senno di poi, quel duro conflitto interno rese Roma ancora più forte e le permise di allargare ulteriormente i suoi confini all’Anatolia, al Medio Oriente e all’Egitto. Che divennero floride fonti di ricchezze e di risorse primarie per i cittadini romani (esentati da qualsiasi tassazione), nonché il Limes orientale da non superare per non incorrere nella sempiterna potenza militare e politica dei Parti.

Così, con l’avvento al potere della Gens Julia (che vantava di discendere da Venere), i Romani volsero lo sguardo ad Occidente e iniziarono a conquistare le sterminate lande poste oltre il “mondo conosciuto” dall’antichità. Perché sin dai tempi di Ercole e di Ulisse, l’Europa era considerata una terra ignota abitata da popolazioni quasi del tutto ignote, ad eccezione dei Celti. Che invece rappresentarono “la” civiltà continentale più diffusa ed evoluta dell’età precristiana.

Fu Cesare ad avviare la conquista delle Gallie, ossia di tutte le terre a settentrione del Rubicone, per motivi politici e di orgoglio personale, includendo i Celti sconfitti ad Alesia (52 a.C.) nella vasta Repubblica federale di Roma. Dopodiché, fu Augusto a completare la conquista dell’Iberia, annettendone tutte le tribù al Principatum. Cui seguì l’occupazione delle Alpi per opera di Tiberio e delle lande oltre-Limes da parte di Germanico, fino ad includere la Frisia, l’intera valle fluviale del Reno e la Svevia nell’Imperium. Infine, Claudio ordinò la campagna di Britannia che sancì l’inclusione dei popoli locali nel dominio romano.

Da quel momento iniziò la grande opera di “romanizzazione” delle immense terre e innumerevoli tribù sottomesse, perlopiù mediante la fondazione di nuove Civitas, o di Castra, o ancora di Colonie, ove vigeva la lex romana e il potere d’imperio di Roma. Che vi inviava Governatori, intere famiglie senatorie, coloni-soldati italici, cui concedere terre e diritti, collegate alla capitale e al resto dell’impero dalla rete stradale-marittima in via di sviluppo.

Con le successive imprese di Traiano in Dacia e di Marco Aurelio in Pannonia (II secolo d.C.), venne definito anche il Limes orientale lungo il corso del Danubio, così includendo stabilmente nell’Imperium Romanum quasi tutta l’Europa balcanica, che fu colonizzata e civilizzata con la stessa politica attuata nei confronti dei “popoli barbari”. Un termine che ritornò spesso a partire dalla metà del III secolo d.C., quando popolazioni germaniche, gotiche e sarmatiche iniziarono ad attaccare le difese romane lungo il Limes, ottenendo ben presto Foedus all’interno dell’Impero o instaurando rapporti commerciali/diplomatici stabili, che contribuirono ancor più a diffondere la Romanitas in Europa. Ma ben distinte dai Romanorum, ossia dai Cives dell’impero che avevano ricevuto la cittadinanza universale nel 212 d.C..

La Civilitas romana era, da sempre, lo scopo delle conquiste delle Legioni e della loro colonizzazione ovunque giungessero, il vero mezzo per l’integrazione dei nuovi popoli nell’Imperium e nella grande Oykumene romana. Un sogno ereditato dall’impresa di Alessandro e fondata sull’esempio dell’Impero Persiano ed in seguito sulle Diadochie greco-macedonie, che avevano consolidato la cultura greca nel Mediterraneo. Di cui anche i Romani erano divenuti portatori e prosecutori (traditio). Dando così seguitoalla storia dell’integrazione europea di cui parlo nel mio saggio.

LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA È INIZIATA CON ALESSANDRO

Alessandro

Negli articoli precedenti ho invitato i lettori e gli esperti della storia dell’integrazione europea ad allargare l’orizzonte sulla prospettiva del passato e ad andare ben oltre il XX secolo dell’era volgare. Perché le origini del processo di unificazione europea sono collocate addirittura nell’età pre-cristiana.

Se oggi molti non sanno chi sia stato Alessandro “detto il magno” è perché abbiamo perso ogni contatto col nostro passato più antico, nonostante ci circondi tuttora con molte testimonianze, e con la nostra cultura tradizionale. Che andrebbe invece recuperata, se vogliamo ancora garantire un futuro all’Europa.

Anche perché nell’epoca delle “polys” (πόλις in greco), ossia diversi secoli prima della venuta di Gesù “detto il Cristo”, si possono ritrovare molti degli aspetti che costituiscono, nel vero senso del termine, le fondamenta della nostra civiltà attuale. Mi riferisco in maniera specifica al concetto della “democrazia”, cui dovrebbero informarsi l’Unione Europea nonché tutti gli stati europei attuali, della “libertà”, che ultimamente scarseggia nelle nostre lande, e della “unione” di fronte ad un nemico comune, cosa che sembra invece del tutto sparita dalla nostra esperienza recente.

Se ho intitolato il mio saggio “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” non era solo per sfruttare le regole del marketing (che oggi domina qualsiasi scelta, persino di carattere politico): nella mia ventennale ricerca sulle radici del nostro continente, ho capito che la nostra storia è iniziata appunto più di tremila anni orsono (nei prossimi articoli andrò più a fondo su questo punto) e ha iniziato ad essere la “storia dell’integrazione europea” intorno al V secolo a.C., in Grecia.

Proprio in quello stato massacrato negli ultimi anni da una crisi economica nata in un altro mondo (negli Stati Uniti) e propagatasi all’intero pianeta a causa del sistema finanziario-monetario odierno, che invece molti secoli fa riuscì a fronteggiare una minaccia intuitivamente più pericolosa, ossia l’invasione dei Persiani, ad arrestarla e persino ad annientarla, appunto con l’avvento del monarca macedone Alessandro.

Nei fatti, nel 499 a.C. iniziò la grande operazione di conquista della penisola ellenica, che rappresentava la naturale estensione del già vastissimo impero achmenide: nato con Ciro I “detto il grande” (uno degli “unti” di Dio) e giunto con Dario I, suo genero e usurpatore del trono in accordo con l’aristocrazia persiane, ad occupare tutta lo spazio fra i fiumi Indo e Syr Darya in Oriente (la cd. “Aryarta”) e il basso corso del Danubio in Occidente (ossia tutta la Tracia), fino al limitare del Nilo a Sud (quindi nell’antico Regno d’Egitto, di cui portava la corona di Faraone).

Guardare alla Grecia era nell’ordine delle cose per un impero che dominava su tutte le civiltà conosciute del tempo, da quella egizia all’indo-iranica, dall’assiro-babilonese agli antichi insediamenti anatolici e siriaci. Nell’immenso dominio di Dario I (che ora si faceva chiamare “Re dei re” e agiva come un “sovrano supremo” per conto del Signore-Dominus) si parlavano innumerevoli idiomi (così che i Greci li identificarono col termine βάρβαρος, ossia coloro che parlano lingue incomprensibili) ma si doveva adorare il Re “divino e giusto”, non solo perché rappresentava il Padreterno celeste e fautore della verità e della giustizia, ma anche perché gli Achmenidi vantavano una discendenza divina, appunto, nientemeno che dal mitico eroe Perseo, il fondatore della civiltà micenea. Motivo in più per annettere all’impero “universale” anche la terra d’origine della sua dinastia…

In realtà, gli antichi erano uomini concreti e attenti agli aspetti importanti della vita. E non poteva sfuggire ai Persiani, che per quanto fossero considerati truci e barbari sfoggiavano una grandiosa antichissima cultura, quanto fosse bella, ricca e civilizzata la società greca, in particolare quella ateniese: dove proprio in quel’epoca erano comparsi i principali uomini di pensiero e di arte, che segnarono la storia e la civiltà europee nei secoli a venire.

Per citarne alcuni: Eschilo, drammaturgo e poeta, padre universale della tragedia che veniva rappresentava negli antichi teatri greci, di cui conserviamo diversi esempi anche in Italia; Erodoto, storico e politologo, considerato già dagli antichi il maestro della Storia, che cercò di spiegare proprio le cause delle Guerre Persiane; Fidia, colui che trasformò la scultura e l’architettura in opera d’arte ispirata dalla divinità; infine Parmenide, uno dei primi filosofi greci che cercarono di comprendere la Natura e la Verità dell’Essere eterno, attraverso l’osservazione e la meditazione.

Sarebbe stato solo l’inizio di una civiltà nuova fondata sullo spirito di indipendenza (col tempo venne definita libertà), di intraprendenza e di comunanza dei Greci. Che divennero nei secoli i “maestri” e l’esempio del bello, del giusto e del vero per tutti i popoli entrati a pieno titolo nella storia dell’integrazione europea, nei millenni a seguire fino ai giorni nostri. Proprio quello spirito che le diverse e numerose città-stato elleniche seppero contrapporre al pericolo dell’invasione, che avrebbe annesso la Grecia all’immenso regno totalizzazione orientale.

A guardarla col senno di poi, la sfida militare era già segnata: la massa indistinta di fanti e cavalieri approntata da Serse per conquistare l’Hellas non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere le truppe di opliti spartani, la ricca flotta ateniese, le antiche orgogliose genti guerriere achee e tebane. Infatti, si susseguirono le clamorose pesanti sconfitte dei Persiani a Maratona (490 a.C.), alle Termopili e a Salamina (480 a.C.) e infine a Platea (479 a.C.), che pose fine al conflitto e le basi della definitiva indipendenza dei Greci dall’impero persiano.

Ma la superiorità dei Greci stava soprattutto nel loro incredibile spirito di sacrificio per la “patria”, che portò i famosi “300 spartani” a fronteggiare per giorni le truppe persiane sul passo delle Termopili, già consci della loro fine di indomiti eroi-leoni. Fu così anche per Megara, sacrificata per salvaguardare il Peloponneso, Corinto e Argo, sola a difendersi da due milioni di soldati persiani, la cui polvere sollevata in marcia era visibile dalla navi ateniesi che a Salamina affondavano la flotta nemica. Infine, a Platea dove il coraggio dei Tegeati ruppe gli indugi attendisti e permise di respingere l’assalto del nemico, dando via alla clamorosa ecatombe dell’esercito persiano.

Le ripetute sconfitte sul campo nascevano da una evidente superiorità militare e strategica dei Greci, che infine imposero un accordo ai rivali d’oltremare: i quali non avrebbero più dovuto attaccare le antiche città greche sulle coste anatoliche, che da quel momento quindi potevano considerarsi indipendenti dall’Impero, e nemmeno avrebbero potuto più oltrepassare il limite dell’Ellesponto, ossia quel tratto di mare che divide geograficamente l’Europa dall’Asia, né inviare navi da guerra nel Mar Egeo o nel Mar Mediterraneo orientale. Di fatto, veniva disegnato il confine ideale fra il mondo greco-occidentale e quello persiano-orientale, fra l’Europa e l’Asia.

Iniziava, perciò, in quel momento, dal mio punto di vista, la storia d’Europa e la storia dell’integrazione europea: se da un lato, infatti, i Persiani erano costretti ad ammettere l’esistenza di una forza politico-militare sovrana a Occidente (che peraltro da tempo aveva già colonizzato gran parte delle coste settentrionali del Mar Mediterraneo e del Mar Nero), dall’altra questa civiltà in via di sviluppo avrebbe dato vita ad un “nuovo mondo” e un nuovo ordine internazionale, in un continente di cui si conosceva ancora ben poco ma che molti chiamavano già “Europa”, in onore al mito antico e ad un sogno della dea Afrodite.

Tempo dopo questa florida civiltà ispirata dagli Dèi Olmpiadi, dal libero pensiero, dal gusto del bello e della verità, dallo spirito di Odisseo di Achille e di Ercole, decise che l’epoca dell’impero persiano era terminata e iniziava quella ellenistica: fu Alessandro III Re di Macedonia a convincere i popoli greci che era possibile allargarsi a Oriente a discapito della decadente potenza achemenide (anch’egli vantava origini divine e ad un certo punto iniziò a farsi definire “figlio di Zeus”), conducendoli alla conquista di tutto il mondo conosciuto (“Oykumene”, dal greco οίκουμένη) per soggiogarlo.

Fu un’impresa degna dì un popolo e di una civiltà superiori, capace di credere nei sogni e nell’aldilà, nel proprio spirito e nella Fortuna. Consapevoli della propria forza militare, culturale e spirituale, i Greci partirono e giunsero sulle rive dell’Indo e degli altri fiumi che delimitano il mondo ariano antico, segnando la svolta decisiva per la storia dell’integrazione europea e dell’intera umanità.

Rileggi gli altri articoli precedenti: Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare? Quale Europa per il futuro? il lungo secolo della disintegrazione europea

Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare?

trattati roma

L’Unione Europea è il più critico degli scenari di politica internazionale, in questa prima parte del XXI secolo, soprattutto in merito alla sua organizzazione futura. Perché oggi non si ha alcuna certezza sul modello che infine verrà adottato, essendo in atto una cruenta lotta ideologica che afferisce all’idea originaria di aggregazione comunitaria. E non è detto che alcuna delle proposte sul tavolo sarà quella infine realizzata. Quindi l’incertezza regna sovrana e tiene il mondo in suspance, dato che l’Europa è ancora una delle potenze economiche e militari globali.

Le prime opinioni sull’unificazione politica del “vecchio continente” cominciarono a circolare nel XIX secolo, sull’onda delle “rivoluzioni democratiche” franco-americane di fine Settecento e dei successivi “moti di popolo” che infiammarono l’Europa nella prima metà dell’Ottocento: certamente il movimento illuminista e le massonerie elitarie posero all’attenzione pubblica questo tema, che prese così il nome di “Stati Uniti d’Europa” per la prima volta espresso da V.Hugo nell’atto di promuovere la “fratellanza europea” (1899).

Ma solo dopo la Prima Guerra Mondiale la questione si fece concreta: con il “piano Kalergi”, elaborato da un nobile filosofo ungherese nei primi Anni ’20, si proponeva una cooperazione rafforzata fra gli stati europei gestita da un consiglio che votasse all’unanimità, che divenisse in seguito unione doganale e infine confederazione con pari dignità fra i membri, nel rispetto delle diversità culturali ed etniche degli stati aderenti, difesa da un esercito comune e unita da una moneta condivisa. È facile vedere in questi propositi tecno-burocratici il disegno dell’attuale Unione Europea, fondata col Trattato di Maastricht nel 1992 e riformata col Trattato di Lisbona del 2004.

Il progetto di Kalergi fu propagandato, allora, dal ministro agli esteri francese, A.Briand, in un discorso all’Assemblea della Società delle Nazioni nel 1929 (a lui si deve anche il fondamentale Patto Kellog-Briand del 1926, un accordo di pace globale che sancì il “principio di non aggressione”) e fu ripreso da W.Churchill nel 1943: costui tenne in mano le sorti dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, stabilì l’alleanza con gli Stati Uniti di F.D.Roosevelt che fu decisiva per vincere il conflitto, quindi disegnò il Nuovo Ordine Internazionale con i vincitori nella famosa Conferenza di Yalta, dove fu decisa la costituzione del “sistema delle Nazioni Unite”, ed infine divise l’Europa col famoso discorso sulla “cortina di ferro” (1947).

Il piano ungherese poté realizzarsi, però, solo dopo che furono poste le fondamenta economiche, ossia la formazione di un “mercato unico aperto” fra Europa e Nord America (secondo la tendenza liberista-globalista prevalente all’epoca nel mondo anglosassone) propinata dal professor M.Keynes, che per primo lanciò l’idea di un mercato integrato europeo di libero scambio, dove fossero banditi i dazi e gli aiuti statali alle imprese.
Egli fu anche l’autore del “New Deal”, il programma di riforme economiche che permise a F.D.Roosevelt di ricostruire gli Stati Uniti dopo la grande crisi finanziaria del 1929.

In verità, durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, erano emerse anche altre ipotesi concernenti l’unificazione del continente: una era il cd. “manifesto di Ventotene”, elaborato da diversi antifascisti comunisti, socialisti e anarchici esiliati sull’isola tirrenica e capeggiati da A.Spinelli, che proponevano una federazione «per un’Europa libera e unita» guidata da un parlamento comune e da un governo di tipo democratico, che passò alla storia come “mozione federalista (o europeista)”; cui si contrappose per lungo tempo quella cd. “funzionalista” (di area conservatrice), volta a mantener salve le prerogative di sovranità degli stati aderenti e propensa invece a una cooperazione politica mediata dal consiglio dei capi di stato e dei ministri (ossia la formula che regge l’UE ancora oggi).

La Seconda Guerra Mondiale aveva imposto all’agenda politica europea la necessità di evitare altri sanguinosi conflitti “fratricidi”, spingendo gli stati verso nuovi metodi di relazione: allo scopo, vennero istituiti il Collegio d’Europa, per formare le classi dirigenti del futuro in un’ottica “paneuropeista” (ancora esistente con sedi a Bruges e Varsavia), e il Consiglio d’Europa, volto a promuovere i principi della democrazia e dei diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni comuni ai vari problemi sociali che riguardassero il continente (con sede attuale a Strasburgo).

A questi, seguirono altri due fondamentali progetti promossi dagli Stati Uniti (che con l’avvento della “guerra fredda” erano divenuti i difensori della sfera occidentale), quali la Nato e il “piano Marshall” (1949): la prima è un’alleanza difensiva militare (tuttora esistente, con sede a Bruxelles), sorta per proteggere l’Europa dalle minacce belliche intentate dal “blocco sovietico”; l’altro fu un programma di spese correnti in dollari, messo in atto dalla potenza americana per favorire la ricostruire dell’intero sistema produttivo-economico europeo. Quando gli stati europei orientali decisero di starne fuori, sottomettendosi all’egemonia dell’U.R.S.S., i due progetti diedero vita all’U.E.O., trattato militare volto alla formazione di un esercito comune europeo occidentale (che però fallì nel 1953), e all’O.E.C.E., organismo mirato alla gestione degli ingenti aiuti statunitensi, trasformatosi nel 1961 in O.C.S.E. (tuttora esistente, con sede a Parigi), un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi sviluppati appartenenti a un’economia di mercato comune .

La situazione sembrava stabilizzarsi quando prese piede il processo d’integrazione europea nel 1952, per iniziativa della Francia quando propose all’antica storica rivale tedesca (ex-Germania Ovest) di mettere in comune le risorse di acciaio e di carbone per costruire un mercato unico ispirato alle regole del liberismo e in assenza di aiuti e sostegni finanziari pubblici alle imprese del settore (quindi riprendendo le idee di Keynes e del Piano Kalergi).

Si trattò di un compromesso, costruito sui principi di “pace e democrazia” che avrebbero dovuto sostenere il sodalizio, reso possibile dai leader politici d’ispirazione cristiana che in quel momento guidavano i principali stati occidentali (J.Monnet e R.Schuman per la Francia, K.Adenauer per la F.D.R., A.De Gasperi per l’Italia, P.H.Spaak per il Belgio) e diede vita alla C.E.C.A., primo embrione di un processo federalista retto dagli organi interstatuali (ossia, secondo il credo funzionalista).

Seguirono, nel 1957 la EUR.ATOM., per coordinare e condividere le ricerche nel campo dell’energia nucleare, e la C.E.E., il vero Mercato Unico senza barriere né dazi interni organizzato fra i sei stati fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux), che da quel momento avrebbero condiviso un percorso di unificazione economica e politica attraverso la realizzazione delle cd. “quattro libertà interne” e le politiche comuni e condivise.

Gestito dal Consiglio dei capi di stato e dei ministri (con sede a Bruxelles), da un Parlamento comune europeo (eletto per la prima volta nel 1979, con sede a Strasburgo) e da una Commissione di membri scelti dagli stati (con sede a Bruxelles) competente sui trattati, la cui tutela venne affidata alla Corte di Giustizia (con sede all’Aja), il processo di integrazione comunitaria è proseguito attraverso varie adesioni successive (Regno Unito, Eire, Danimarca nel 1974; Grecia nel 1981; Spagna e Portogallo nel 1986; Germania Est nel 1990; Finlandia, Svezia e Austria nel 1995; Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lituania, Lettonia, Cipro e Malta nel 2002; Romania e Bulgaria nel 2007; Croazia nel 2013) e varie riforme dei trattati: istituiti il Mercato Unico e la Cittadinanza Europea (Maastricht, 1992), si rese libera la circolazione interna (Schengen, 1997) e si coniò la moneta unica “Euro” (Amsterdam, 2001), stabilendo infine i Diritti primari comuni e le regole di adesione (Nizza, 2001).

L’iter fu completato a Lisbona nel 2007, con un trattato che riformava totalmente le istituzioni e i principi portanti della Comunità Europea (a seguito della fallimentare Convention del 2006 che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione Europea): da quel momento l’Unione Europea diventava un organismo internazionale federale burocratico, che ripartisce le competenze fra le istituzioni comuni e gli stati membri in virtù dei principi di sussidiarietà e democrazia adottando i diritti fondamentali della Carta di Nizza e le procedure di condivisione e di cooperazione fra gli organi comunitari stabilite dal trattato stesso, nell’ambito del procedimento legislativo.

Si è verificata così una svolta verso il vecchio Piano Kalergi, impostato su un modello tecnocratico che esprime le sue peculiari caratteristiche nei cd. “parametri di Maastricht” (con cui si vorrebbe tener sotto controllo le finanze degli stati membri) e nel sistema bancario unificato incorporato dalla B.C.E. (sede a Francoforte), che a sua volta ha imposto rigide regole al finanziamento e al credito cui sono sottoposte le banche europee e gli stati aderenti.
Queste ultime evoluzioni hanno creato non poche difficoltà, specie nei casi di crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, nonché coi cd. “pigs” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) considerati stati spendaccioni e inefficienti dal club rigorista/austero del nord Europa (che ruota attorno alla potenza germanica), e infine nella crisi bancaria-finanziaria del 2008, riaccendendo il dibattito fra “euroentusiasti” ed “euroscettici” e mettendo in dubbio il processo di integrazione politica europea.

Su cui gravano anche la mancata creazione di un sistema di difesa e di politica estera comune, l’assenza di una qualsivoglia coesione politica in merito ai temi già “comunitarizzati” da tempo (quali l’agricoltura o il commercio col resto del pianeta), per non parlare dell’assoluta dissonanza di intenti sui temi dell’immigrazione e della politica fiscale.

Tenendo conto di quanto sopra esposto, considerato che il processo in atto nasce da idee/progetti concepiti ormai due secoli fa, vista la situazione politica internazionale attuale in gran fermento, in prospettiva al “sistema onusiano di governance” nato nel secondo dopoguerra e ormai in fase declinante, si potrebbe prendere in esame altre possibilità di proposta per la futura “Europa Unita”.

Infatti, assunzioni ritenute inossidabili sembrano adesso vacillare, di fronte alla realtà dei fatti e alle numerose contraddizioni attuative rispetto ai pur validi principi fondativi (si pensi ad esempio alla messa in pratica della solidarietà fra gli stati membri…), mentre i popoli e le nazioni europee sembrano voler tornare protagoniste della Storia: forse, sarebbe il caso di riprendere in considerazione argomenti messi da parte da tempo, quali ad esempio le radici o le origini etniche, culturali e storiche dei popoli e degli stati che oggi compongono non solo l’U.E. ma, soprattutto, l’Europa geopolitica.

Del resto, il pensiero umano è sempre in evoluzione e spinge il cambiamento sociale e umano, che in alcuni momenti storici diventa un “passaggio” obbligato fra un paradigma e quello nuovo sul quale si strutturerà il nuovo mondo. E a giudicare dagli eventi più recenti, oggi sembra proprio di vivere uno di quelli…

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio

STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI

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