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LE AUTONOMIE LOCALI NELL’EUROPA INTEGRATA

The King in Parliament

Durante la crisi generata dal Covid-19 in Italia è riemerso prepotentemente il ruolo di rilievo delle regioni, ed in generale degli Enti Locali, nell’affrontarla e nel contribuire alle decisioni collettive. La Conferenza Stato-Regioni, che non ha nemmeno rilevanza costituzionale, è divenuta lo strumento politico idoneo per mediare fra le esigenze delle comunità locali e le volontà superiori e/o internazionali. Anche i Comuni hanno assunto importanti carichi di responsabilità, sia nella fase dei controlli sanitari che dell’organizzazione logistica dell’emergenza. Non era scontato che ciò avvenisse e che l’organizzazione politico-burocratica nazionale funzionasse, e a dire il vero non ha fatto miracoli…

In ogni caso le Autonomie Locali, che negli ultimi anni erano diventate per l’opinione pubblica sinonimo di disservizio e inefficienza, tanto che molti pensano di abolirle del tutto, hanno recuperato la loro antica funzione di aggregazione dei cittadini e di consiglio/consulto alle entità politiche di grado superiore. Parliamo essenzialmente delle Città, dei Comuni e delle Regioni (o Province) che, ovunque in Europa, rappresentano le istanze più antiche di autonomia e di Πολιτεία della storia dell’integrazione europea.

La prima forma di Comunità politica organizzata nella storia d’Europa fu la Πόλις greca, un ordinamento giuridico fondato solitamente su una costituzione scritta e su leggi consuetudinarie, tramandate nei tempi, che conferivano indipendenza esterna e organizzazione politica interna utili a gestire il “bene comune” nell’interesse dei più. La storia della Grecia antica è ricolma di città-stato in continua guerra tra loro e spesso alleate in leghe/alleanze difensive, nelle quali però le singole città apparivano sempre autonome nella decisione politica e nell’agire. L’esempio più eclatante furono le Guerre Persiane, che spinsero la gran parte delle numerose città elleniche a unirsi contro il nemico comune, seppur conservando la propria identità politica (vedi articolo).

La nuova esperienza di autonomie locali si formalizzò nell’infinita storia dell’Impero romano-bizantino: quando la Res Publica romana (una Politeia latina) iniziò il vasto programma di costruzione dell’Europa Unita (leggi l’articolo), fondò numerosissime nuove città, cui fornì ordinamenti giuridici diversi ma in buona sostanza informati ad un buon grado di autonomia politico-amministrativa. Era il caso dei Municipia, delle Colonie e delle Province, solitamente istituite con una legge speciale (Lex Data) emanata dal Senatus, e in seguito dall’Imperatore in persona, che nel corso del Medioevo ebbero rilevanza giuridico-politica di Persona Ficta in aeternum (vedi Sommario Parte III).

Con l’avvento del Cristianesimo, furono proprio le Civitas autonome dell’Impero ad ospitare le Comunità cristiane (dette “Ecclesiae”), che spesso raggiunsero una forza e una consistenza politica autonoma da soverchiare quella delle istituzioni pubbliche imperiali: si addivenne così ad un compromesso con la riforma di Costantino, il quale riorganizzò il sistema amministrativo imperiale riportando le Civitas e le Province (e anche le Colonie rimanenti) sotto l’Auctoritas dei Vescovi posti a capo delle Diocesi, il grado più elevato di frazionamento dell’Imperium (IV d.C.). Da quel momento il termine “christianòs” non indicò più una minoranza perseguitata per motivi di culto, bensì fu sinonimo di romano. Tanto che da lì in avanti si parlò di “Impero cristiano”, rinnovato nei secoli dall’Impero carolingio, dal Reich, dalla Basileia bizantina e, infine, dallo Zarato russo, nel lungo millenario processo di integrazione europea.

Nel corso del Medioevo, la cristianizzazione dell’Europa (vedi l’articolo) portò alla fondazione di nuove Città (sedi vescovili) o di Contee, Ducati e Marchesati per amministrare le numerose comunità etniche locali nate dalle invasioni barbariche dei secoli V-IX (leggi articolo), perpetuando così l’organizzazione amministrativa dell’antico Imperium rinnovato dalla forza aggregante religiosa. Se queste istituzioni furono rette da membri delle genealogie europee cristiane, altre autonomie locali emersero per volontà dei Cives (Comuni) o in virtù degli eventi (Borghi), necessitando dunque di nuovi ordinamenti giuridici e rapporti di potere con le entità superiori.

Così, nel tardo Medioevo e in età rinascimentale sorsero forme di coordinamento di grado superiore, all’interno dei nascenti stati moderni negli antichi regni dinastici, a tenere insieme un variegato spettro di enti locali più o meno autonomi (con relativi codici di leggi o norme consuetudinarie “propri”): fu il caso delle Diete, delle Corti, delle Camere, delle Corone e di tutti gli altri strumenti normativi utilizzati dai sovrani per controllare i propri regni e preservarne l’unità e l’indipendenza.

L’organizzazione multi-livellare del potere e dell’amministrazione si conservò anche nei secoli dell’età moderna, pervenendo pressoché simile nell’Europa Unita attuale. Non è difficile, infatti, riconoscere nelle Autonomie Locali degli stati europei odierni quelle entità infra-statuali antiche, perenni, eterne, che l’antico Codex elencava col termine di Aeternitas (vedi Sommario Parte V): oltre alle regioni storiche più famose d’Europa (Fiandre, Olanda, Catalogna, Provenza, Sicilia, Baviera, Boemia, Slesia, Carinzia, Moldavia, Macedonia, Livonia, Skania, etc.) o alle città più grandi e antiche (Roma, Atene, Parigi, Saragozza, Lovanio, Amburgo, Augsburg, Chur, Vienna, Venezia, Split, Sarajevo, Istanbul, Costanza, Pecs, Nitra, Gniezno, Uppsala, etc.), l’intero continente è ancor oggi frazionato in Comuni, Città, Province, Regioni o Länder in continuità storica, geografica e politica con le antiche autonomie locali.

Tanto che quasi tutti gli stati membri dell’UE hanno un organo di rappresentanza per le autonomie locali (Camere delle Regioni, Conferenza Stato-Regioni, etc.). Alle quali anche l’ordinamento del Diritto comunitario prodotto dal processo di integrazione europea (vedi articolo) ha dovuto adeguarsi, includendovi il Comitato delle Regioni (con funzioni limitate e consultive) e realizzando un’apposita Politica Comune Regionale che ha per obiettivo la solidarietà fra regioni e aree economiche europee, in modo tale da aumentare il grado dell’integrazione europea. Inoltre, il modello politico dell’UE è certamente improntato al Federalismo, fondato su quel Principio di Sussidiarietà che contribuisce a far funzionare la complessa Burocrazia comunitaria (vedi articolo).

In conclusione, si può affermare che le autonomie locali sono il fondamento della storia dell’integrazione europea! La prospettiva europeistica che, presumibilmente, sarebbe anche in grado di spegnere le istanze di secessione sempre più forti in molti angoli d’Europa e rafforzare, così, la stabilità politica degli stessi stati membri, dovrebbe tenerle in gran conto riconoscendone la specifica identità e il peso “politico” nelle istituzioni di più alto grado. In modo da conciliare meglio il sistema decisionale centralizzato che ha sede a Bruxelles con le necessità locali. In concordia felicitas.

 

Leggi in proposito il Rapporto sul Deficit democratico e questo saggio che analizza i rapporti fra Regioni e UE.

 

Le Regioni europee nella storia dell’integrazione europea

Questo saggio di S. Bolgherini pubblicato da “Il Mulino espone quali trasformazioni hanno affrontato alcune regioni europee nell’ambito del processo di integrazione europea iniziato negli anni ’50 e ancora da concludersi.

Per cogliere i meccanismi che hanno portato le regioni ad assumere un nuovo modo di gestire gli affari europei, di cui ha parlato anche il Presidente del Comitato Europeo delle Regioni nel suo recente discorso inaugurale per la conferenza sul futuro dell’Europa.

CERCARE LE LEGGI EUROPEE E’ SEMPLICE…

Se vuoi accedere al Diritto Comunitario, ossia alle leggi e alle normative di vario tipo emanate dalle istituzioni UE dalla loro fondazione, devi semplicemente collegarti al sito di ricerca EUR-Lex e procedere alla selezione: puoi cercare per numero di documento (sempre codificato per anno, numero e tipo), autore, data, tema o testo incluso, oppure per data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’UE o se non ancora definitivi, rispetto al Procedimento Legislativo in corso, con l’opzione della lingua.

LA BUROCRAZIA NELL’EUROPA INTEGRATA

burocrazia

La crisi generata dal Covid19 ha rimesso al centro delle cronache giornalistiche un tema molto antico: il ruolo e il potere della Burocrazia. Soprattutto in Europa, dove i critici appellano le istituzioni comunitarie col termine “euroburocrati”, a causa della prolifica legiferazione di procedure, protocolli, normative tecniche e parametri che spostano sempre più il peso specifico dell’attività esecutiva/amministrativa verso l’insieme di uffici e funzioni che, centralizzati o a livello locale, gestiscono la Res Publica. Tanto da costituire ormai un potentato organizzato e massivo, un apparato di potere che si presenta compatto, gerarchizzato, consolidato nei suoi riti codificati e impenetrabili, che assumono una parvenza quasi sacra all’osservatore. E il motivo di tutto ciò è storico e strettamente connesso alla storia dell’integrazione europea.

 

Sin dalle più antiche civiltà mediorientali e nell’Egitto dei faraoni, tavolette d’argilla o papiri erano utilizzati per registrare dati della contabilità di stato, fiscali, anagrafici e censimenti, nonché i depositi dei beni primari stipati negli empori pubblici, che in ultima analisi formarono le basi della Burocratia e del suo rapporto biunivoco con la testualità codificata. Modelli che divennero prassi liturgica nell’Impero universale di Dario I, il quale mise in atto importanti riforme fiscali e amministrative (Satrapie), in seguito ereditate da Alessandro “magno” e dai regni diadochici.

 

Esempi che anche Roma imitò: già la Res Publica, militarizzata e fondata sul censo e sulle centurie, si affidava ad esecutori delle leggi/decisioni del Senatus, dei Comitia e dei Magisters nonché agli esattori dei tributi (pubblicani), conservando documenti e atti burocratici nel Tabularium. Fu Claudio a istituire le Cancellerie, organi ausiliari legati all’Imperatore da “uomini di fiducia” scelti personalmente per amministrare la finanza, la giustizia, le comunicazioni e gli archivi di stato del Princeps. Adriano, poi, fondò la Res Publica Universalis organizzata sulle leggi romane (Ius Publicum) e gestita da una Burocrazia professionale, legata all’Imperatore dal vincolo di fedeltà e alla sua nominae personale. In epoca imperiale tarda, la figura del Princeps divenne simile al monarca assoluto di tipo ellenistico-persiano, posto al vertice di uno Stato universalistico e gerarchico e di un regime burocratico-militare a carattere dinastico e divino, che si incarnava nella sua sacra persona (Augustus). Con la Tetrarchia ed il Colonato, il cives romanum apparteneva alla terra dove risiedeva motivo per cui doveva versare un contributo fisso annuo all’Aerarium statale. Con la riforma di Costantino I (325 d.C.), l’Imperator divenne il centro di un vasto sistema burocratico-giuridico (Dioecesis): per il Diritto romano, esso rimaneva l’unico titolare del diritto-potere di emettere le leggi (Lex Regia) e di coniare la moneta aurea, al vertice della Ecclesiae Christiana e del Funzionariato imperiale che amministra per suo conto ogni lembo dell’Imperium (vedi articolo).

 

L’Impero bizantino ereditò per intero civiltà, diritto, sistema amministrativo e forma dell’Impero romano e, col prevalere del potere militare, la Corte palatina assunse un ruolo dominante sulle altre classi, sicché i funzionari disseminati su tutto il territorio imperiale e legati direttamente al Basilues assommarono autorità e giurisdizione sempre crescenti (Officia Imperium). In Pars Occidens la funzione amministrativa fu essenziale a costruire i nuovi regna romano-barbarici (ne parlo in questo articolo), assegnata nel generale accordo alla classe dei latifondisti di origine romana/locale, in quanto già conoscitori della materia e stabilmente insediati sul territorio (Comes).

 

Così, il sistema di potere romano-bizantino fu trasmesso all’Impero carolingio, che ne imitò le figure giuridiche e i ruoli, istituendo Balivi e Signori locali sulla falsariga del modello costantiniano: a essi furono affidati i “poteri di banno” atti ad esercitare quelle funzioni esecutive/fiscali un tempo in mano ai burocrati imperiali, grazie all’ausilio delle Schole e dei monasteri benedettini, che nel Medioevo assolsero alle funzioni di registri, anagrafi e depositi dei documenti giuridici “pubblici”. Fu Carlo “magno” a recuperare la tradizione classica fondando la Schola Palatina, mirata alla formazione giuridica dei governatori dell’Impero (Conti Palatini, Missi dominici, Conti) e alla diffusione del latino e dell’antico diritto romano, quali strumenti di redazione degli atti amministrativi (fu persino elaborato allo scopo un particolare stile ortografico noto come “carolino”).

 

Da quel momento, per tutta l’epoca medievale e rinascimentale, nel Reich e nei vari regni resisi sovrani/dinastici (leggi come), il modello amministrativo-burocratico carolingio e ancor più quello romano-bizantino furono l’esempio utile a disegnare lo “stato moderno”, fondato sulle autonomie locali, sulla legge e sulla burocrazia. Ciò avvenne nel Regno di Inghilterra sin dai tempi di Alfredo I “il grande”, nella Francia dei Capetingi e nella Sicilia di Federico II (Constitutio Melfitane, la prima Costituzione statale di ogni tempo!), nella Polonia di Casimiro “il grande” (Starosta) e nello Zarato russo di Ivan III, erede della tradizione giuridico-burocratica dell’Impero bizantino.

 

Il modello centralizzato e autonomista della gestione pubblica europea era consono ad una società pressoché bloccata intono alle antiche classi sociali, all’agricoltura e ai codici giuridici/comportamentali medievali ispirati al Cristianesimo e alla fedeltà al Dominus. Con l’avvento della Castellania si ebbe l’evoluzione dalla Signoria fondiaria sorta sul diritto di proprietà/possesso del feudum cui erano associati doveri/poteri di protezione/amministrazione del contado, ampliati dalle funzioni giurisdizionali e politiche assegnate al Signore locale, nonché dai poteri fiscali, giudiziari e di ordine pubblico concessi dal Re col “diritto di banno”. Altro cambiamento decisivo si ebbe coi Comuni e le relative autonomie politico-giuridiche, nate sul principio solidaristico e dall’alleanza fra Cives (ad conjuratio), orientati a gestire in modo equanime i poteri amministrativi e militari loro concessi (regalia jura) per mezzo dell’assemblea dei liberi cittadini (Concilium).

 

Due riforme che, diremmo oggi, spinsero verso la decentralizzazione del potere, nel momento in cui la formula Rex Imperator in regno suo est diveniva il fondamento della regalità europea: l’estensione della sacralità del Rex nel culto e nella burocrazia permetteva di creare una struttura giuridica gerarchizzata/centralizzata, sottoposta alla guida del Signore-Rex, cui dovettero adeguarsi tutti i vassalli e i sudditi (leggi articolo precedente). Il “principio monarchico” informò i regni europei grazie al sempiterno Diritto romano, che fornì la materia utile all’elaborazione dei concetti di Patriae e Corporation, necessari a ridefinire le istituzioni pubbliche costitutive dello Statum quali la tassazione pubblica annuale (perpetua necessitas), la difesa perpetua della Patria (necessitas in habitu), le relazioni diplomatiche permanenti, la politica estera. Tanto che nell’Inghilterra dei Tudor [XVI secolo d.C.] sorse un regime centralistico con forti tassazioni e limitazioni ai poteri del Parlamento (tendenza tipica dell’epoca) e vide emergere i primi consiglieri politici fedeli al Re (Ministers), ossia gli attuali ministri del governo.

 

Con l’avvento del Diritto statuale [Ius proprium, dal XIII secolo d.C.], peraltro, i regni dinastici fecero della “legge positiva” l’espressione della volontà (o del piacere) del Sovrano assoluto: nella “gerarchia delle fonti” del Diritto positivo si annida il potere democratico elitario tipico, ove l’ordinamento giuridico diventa lo strumento con cui manipolare l’ordine socio-politico e fornire alla società civile “proprie” leggi comuni arbitrarie. Tuttavia, nel Rinascimento, con la retorica dell’“uomo nuovo” ispirata all’etica pseudo-cristiana laica, caratterizzato dalla Protesta religiosa e dal “progresso” delle novità scientifiche, si formalizzarono in Europa (dal XVIII d.C.) in poi le Costituzioni “concesse” dai sovrani, il cd. “stato di diritto”, le libertà personali dei sudditi, la divisione dei poteri politici statuali, l’istituzione permanente degli “stati generali” e la cooperazione fra lo Stato e i soggetti privati. (passarono alla Storia come “riforme illuministe”). Gli esempi più noti sono: il modello burocratico-militarista improntato a metodi scientifico-matematici attuato nel Regno di Prussia da Federico II “il grande”; che ispirò anche lo Zar Pietro I “il grande” nel trasformare la Russia in Impero, con una riforma che cambiò il regime politico-giuridico in stato assolutista; sulla falsariga del modello colbertiano approntato da Luigi XIV in Francia, secondo linee organizzative in senso autocratico, costituzionalista e laico.

 

L’Italia adottò il modello centralizzato della Francia (durante uno dei “giri di valzer” del Regno di Sardegna) nel XVIII secolo d.C., ereditato in seguito dal Regno d’Italia e dalla Repubblica Italiana. Negli ultimi decenni è stato introdotto il metodo tedesco di “efficienza” (eredità prussiana), separando la sfera politica da quella esecutiva ed informando l’intero procedimento amministrativo ai principi del decentramento e della semplificazione. Adeguando così la P.A. italiana a quella comunitaria, a sua volta costruita sul modello burocratizzato tedesco e del Welfare State inglese (Anni Sessanta), aggiornato alle recenti innovazioni tecnologiche e procedurali previste dal format “civil servant” tipico delle organizzazioni globaliste. L’Europa orientale, per decenni succube del sistema sovietico bloccato, verticistico e “dirigista” in mano alle élite burocratico-partitiche, con la “caduta del Muro di Berlino” si è convertita all’acquis communitaire del Diritto dell’UE (vedi cos’è).

 

Oggi, un sistema centralista, burocratizzato, formale, basato sull’informatizzazione digitale e sul “principio di sussidiarietà” costituisce l’Unione Europea, come gran parte degli ordinamenti giuridici degli stati europei, mettendo sempre più in disparte la “politica” e l’aspetto umano nelle relazioni sociali e istituzionali. Perseguendo un’integrazione nel segno dello Stato unitario che ancora non esiste e del “distanziamento” progressivo rispetto alla cittadinanza europea.

 

Leggi la relazione sulla Burocrazia italiana dopo l’integrazione europea.

IL “GREEN PASS” DIVENTA EFFETTIVO

Col benestare del Consiglio Europeo il “Green Pass” diventa un documento effettivo da utilizzare per poter circolare liberamente nello Spazio Comune Europeo. L’entrata in vigore è prevista per il 1° luglio p.v. e comporterà un nuovo modo di procedere per i cittadini europei: la necessità di registrarsi sulla piattaforma “Gateway” e ricevere, per via telematica, il certificato “Covid-19 free” che consente di muoversi fra i paesi membri dell’UE senza restrizioni o quarantene. Leggi la notizia e tutte le informazioni utili…

CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ECONOMIA EUROPEA

Nei giorni fra il 14 e il 16 giugno si terrà a Milano la III Conferenza annuale di Studi Europei, dedicata in particolare alla condizione del quadro economico dell’UE e sui potenziali sviluppi prossimi futuri. Col contributo di importanti centri di ricerca europei presso gli atenei di Milano-Bicocca, ETH di Zurigo e LSE di Londra, si cercherà di analizzare le prospettive della macroeconomia del Mercato Unico, gli interventi della leva finanziaria-monetaria e le possibili politiche comuni da mettere in campo a Bruxelles.

Per registrarsi e seguire l’evento collegatevi a questa pagina.

L’ INTEGRAZIONE NELLA CITTADINANZA EUROPEA

cittadinanza europea

Nella cronaca quotidiana o nell’agenda politica europea capita spesso sentir parlare di Integrazione, in riferimento ai flussi di immigrati che entrano nel nostro territorio per rimanervi stabilmente. Ogni stato europeo attua la propria politica in merito a se e come accogliere o respingere le persone provenienti dall’estero, nel rispetto delle norme internazionali in materia di trattamento dello straniero, e con quali modalità concedergli il permesso di soggiorno ed, eventualmente, la cittadinanza. L’UE da par suo si occupa (o dovrebbe) invece della gestione dei rifugiati di guerra, dei richiedenti asilo politico e dei profughi dalle regioni del mondo dissestate.

Il termine immigrazione però è utilizzato impropriamente: nel vocabolario di lingua italiana, infatti, ha significato ben diverso (v. Treccani), ossia il rendere intero, pieno, perfetto ciò che è imperfetto, incompleto, insufficiente a uno scopo, aggiungendo quel che manca con mezzi opportuni. Nel campo del diritto, l’integrazione di un contratto sottintende a tutte le conseguenze di legge e gli usi che riconducono allo stesso. In ambito sociale, peraltro, integrarsi a vicenda indica l’unione o fusione di due o più elementi che si completano. Ancora, in ambito politico, l’integrazione fra stati implica che l’attuazione di una cooperazione regolata da organi sovranazionali, per unificare le risorse attraverso il coordinamento dei mezzi e delle capacità.

È ciò che avvenne in Europa nel secondo dopoguerra quando fu avviato il processo di integrazione fra gli stati sovrani che, oggi, chiamiamo Unione Europea (leggi l’articolo).

Peraltro, se il termine integrazione ha origine dal latino “integratio” (con influenza), è nella lingua inglese che il lemma “integration” assume il valore di incorporazione o assimilazione di un individuo o gruppo etnico in una organizzazione o gruppo sociale o comunità costituita, in opposizione a “segregation” che è un’esperienza tipica del mondo anglosassone. Appare evidente il senso e la funzione cognitiva differente fra le due accezioni, per cui quella comune europea sembra riferirsi a un processo di armonizzazione fra parti per qualche motivo separate ma “naturalmente” correlate, mentre nella versione inglese presuppone un rapporto di iniquità fra le parti, che siano esseri umani o stati/persone giuridiche.

Rimanendo sull’accezione più diffusa nell’opinione generale, ossia l’immigrazione di persone o gruppi di diversa nazionalità che intendano stanziarsi stabilmente in un paese, si potrebbe considerare l’integrazione come un processo “interno” ai sistemi complessi (in questo caso, l’Europa unita politica) e quindi pensare alla Cittadinanza Europea come strumento di integrazione dei popoli europei (nel senso comune) o degli stranieri/extracomunitari (in senso inglese), nell’ambito dello Spazio Comune (o Economico) Europeo.

Attualmente l’istituto della Cittadinanza Europea rientra nell’articolato del Trattato di Maastricht (1992), cui aderiscono 27 stati (dette “parti”) nella forma giuridica più evoluta del processo di integrazione europea che è l’Unione Europea (da cui è uscito il Regno Unito nel gennaio 2020). Il testo siglato nella cittadina olandese contempla la formula dei cd. “Tre pilastri” dell’organizzazione politica in fieri, ossia: le Comunità Economiche (C.E.), la Politica Estera e di Sicurezza Comune (P.E.S.C.), la Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale. Qui si afferma che la Cittadinanza Europea (regolata dagli artt. 20-25 del T.F.U.E.) “prevalga” su quella attribuita dagli stati membri (parti), come stabilito dalla “sentenza Micheletti” della Corte di Giustizia della Unione Europea nel luglio 1992, riconoscendo i diritti di libera circolazione e di soggiorno nell’intero Spazio Europeo, di voto attivo/passivo nelle elezioni comunali e per il Parlamento Europeo, nonché alla tutela diplomatica internazionale e alla facoltà di presentare petizione alle istituzioni comunitarie.

Gli stati membri dell’Unione Europea (assoggettati alla normativa di cui sopra) sono però liberi di stabilire le proprie norme di concessione/ritiro della cittadinanza agli stranieri, col risultato di annoverare una gamma di politiche di immigrazione e di cittadinanza differenti. Che spesso sono superate con accordi bilaterali e raramente si conciliano con le norme comunitarie in materia di permesso di soggiorno e libera circolazione e della stessa Cittadinanza Europea. E adesso, col “green pass” in via di definizione da parte della Commissione UE, la situazione diverrà più complicata: da quando esistono gli stati sovrani (leggi), infatti, il rapporto di cittadinanza è sempre stato considerato materia rientrante nella cd. “domestic jurisdiction”, per cui l’UE che è organizzazione volontaristica e pattizia deve necessariamente avere l’accordo di tutti i membri per imporre normative che superino i diritti statutari.

La principale differenziazione si ha sulla concessione della cittadinanza in funzione della nascita: vigente lo jus sanguinis in quasi tutti gli stati membri, ad eccezione di Germania e Francia dove invece prevale uno jus soli condizionato (anche nel Regno Unito), significa che ogni essere umano abitante sul territorio dello Spazio Comune è cittadino dello stato da cui provengono i genitori, ossia la Patria di elezione, oppure per unione matrimoniale. Grazie al Trattato di Schengen, costoro possono “circolare liberamente” nell’UE e stabilirsi dove ritengono di potersi realizzare come persone o nella professione, senza perdere la propria cittadinanza d’origine o dover necessariamente acquisire quella del paese di stabilimento. Mentre nella formula dello jus soli il legame è col luogo di nascita (“natio”).

Considerate che il concetto di Cittadinanza ha origine antica, originariamente nelle Polis greche ove la civiltà europea ha le radici (vedi articolo), e contemplava i diritti economici e politici nonché quelli sociali e religiosi, assieme ai fondamentali doveri tributari e militari. Diversamente da Roma che invece considerava la valenza politica del Civis Romanus associata ai membri della comunità politica dell’Urbs: rispetto allo straniero, l’antico diritto romano riconosceva l’hospitalitas, precetto fondamentale per poter accogliere i gruppi sempre più numerosi di goti e germani che, a partire dal III secolo d.C., iniziarono a penetrare il Limes settentrionale per stanziarsi stabilmente nel territorio dell’Imperium (leggi l’articolo relativo). Quei “barbari” son divenuti nel corso dei secoli i cittadini dei moderni stati europei membri dell’UE.

L’allargamento dell’Impero Romano a gran parte del territorio continentale europeo (leggi) aveva avviato due percorsi paralleli:
A) la concessione di hospitalitas permise di adire al diritto di stanziamento (Foedus), per quei popoli che al decadere dell’Imperium in Pars Occidens formarono i “regni barbarici” (V secolo d.C.), poco tempo dopo adattati a regna integranti l’Imperium Romanorum rappresentato da Bisanzio e retti da un diritto misto locale e dal Codex. Nell’Impero Cristiano il cives romanorum (Constitutio Antoniniana, 212 d.C.) intanto era divenuto “cristiano” e, con l’avvento della Res Publica Christiana, anche suddito del Papa e/o dell’Imperatore;
B) l’antico cives “libero” dell’Impero venne trasformato in “Colono” (Colonato) con la “riforma tetrachica”, stabilendo un legame indissolubile con la terra, che in epoca medievale fu basilare a definire il rapporto feudale fra sudditi e Signori. Il legame stabile popolo-territorio, in seguito, consentì di formare gli Stati nazionali sovrani (in applicazione del brocardo Superiorem non reconosces, dal XIII secolo d.C. in avanti), coi quali ebbe inizio la disintegrazione dell’Europa cristiana e l’età moderna (vedi articolo), portando l’Europa a cinque secoli di guerre continue, a colonizzare il resto della Terra applicandovi lo schiavismo, a due guerre mondiali nel XX secolo d.C. e, infine, al processo di integrazione europea in atto…

La convergenza dei percorsi A e B ha condotto alla concezione dei “Diritti Umani universali dell’uomo”, inscritti nella Dichiarazione ONU di Parigi del 1948, che sono diretta emanazione dell’antica concezione romana del rapporto con lo straniero nel segno dei valori cristiani. Non è difficile, così, trovare le radici dell’antico uso (e poi diritto) romano nella definizione di “asilo” (da Asylium) o di “cittadino” (da “civis”) e le strette correlazioni con la legislazione attuale in tutti gli stati europei e nel diritto internazionale.

Nel mio saggio, l’integrazione europea viene considerata un processo di lunghissimo periodo iniziato con la “romanizzazione” e “cristianizzazione” dei diversi popoli stanziali in Europa, di origini etniche, culturali, linguistiche e storiche comuni, di cui il libro fa un’attenta ricostruzione (vedi Sommario Parte IV). Pertanto, nel 1957 d.C. si è ripreso un processo iniziato oltre 2500 anni per creare una civiltà antica ma rinnovata, differente e particolare, incentrata attorno al pensiero greco, al diritto romano, al Cristianesimo e al mito ancestrale.

In tal senso, la Cittadinanza Europea elevata a IV Pilastro dell’Europa Unita potrebbe ovviare alle divergenze normative fra stati membri e portare a compimento la storia dell’integrazione europea.

Per approfondire ecco un libro che parla della Cittadinanza Europea.

Per approfondire la storia e le dinastie regali europei, chiedi le Appendici.

L’Europa da i voti sul Recovery Plan.

Nella riunione odierna (31 maggio) si tiene la conferenza annuale del Gruppo di Presidenza semestrale dell’UE, dove la Commissione Economica e Sociale Europea valuterà i prospetti degli stati membri sul progetto comune “PNRR” e darà i suoi giudizi, in particolare sul rispetto dei diritti sociali dei cittadini europei e della strategia europea di conversione energetica, che trasmetterà al Consiglio Europeo sul “Recovery Fund” del 28 giugno pv.

L’Europa evolve nel corso della sua storia terrena.

Questo saggio scritto da uno dei più importanti storici francesi, fondatore delle “Annales“, racconta la storia dell’integrazione europea come un processo evolutivo, condizionato dal Cristianesimo e dagli eventi terreni degli ultimi duemila anni, oltre i quali dice lui “l’Europa non esisterebbe”.

PS: una visione storiologica che condivido e argomento nel mio saggio.

Analisi lucida e realistica sul futuro dell’UE.

Una alta funzionaria dell’Unione Europea esprime il suo personale punto di vista sul futuro dell’Unione Europea, relativamente alle diverse problematiche irrisolte e attuali che incombono sugli amministratori e i politici europei, considerando lo scenario politico ed economico globalizzato.