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FEDERICO II PER UN’EUROPA INTEGRATA E FEDERALE

Federico II

 

Nella storia dell’integrazione europea c’è un Imperatore che più di altri rappresenta il sogno dell’Europa Unita e pacificata mancato per un soffio: è Federico II di Svevia “detto stupor mundi. Nella sua intima visione, l’idea dell’Impero (vedi articolo) era coscienza della tradizione classica romana e dell’evoluzione della civiltà cristiana, legate alla sacralità della regalità ereditaria che si fondeva all’universalismo tipico dell’Imperium Christianorum fondato da Carlo Magno (vedi articolo), rinato con Ottone I (vedi articolo) e suggellato dall’auctoritas di cui fu rivestito con la sua incoronazione papale a Roma.

Ma se con i sovrani Carolingi, Ottoni e Salici, il Reich aveva comunque conservato un profilo “germanico”, di genti e di stirpi regali, con gli Hohenstaufen invece si tornava appieno alla continuità con l’antico diritto romano, con gli ordinamenti imperiali tipici dell’Imperium Romanum e con le ritualità più caratteristiche degli imperatori famosi dell’antichità (vedi articolo), per esempio nella monetazione (“augustalis”).

In particolare, Federico coltivò l’idea della dignitas del “sangue reale” della dinastia regnante che gli proveniva dalla sua nobilissima origine famigliare, ricollegandolo direttamente alla concezione mistica del Princeps Rex europeo e alla Familia Reges Christianorum bizantina (vedi Sommario Libro Parte II). Egli, infatti, nacque il giorno 26 dicembre nella dinastia imperiale cristiana che discendeva da un antico cavaliere originario della Svevia, dove nell’XI secolo venne eretto il castello di Hohenstaufen: nel corso dei secoli aveva ricevuto il sangue femminile dalle principali e più antiche famiglie feudali cristiane dell’Europa Unita, dai Carolingi agli Eticonidi, dagli Ottoni ai Salici, dai Corradini ai Guelfi-Brünswick, dai Lorena-Metz ai Borgogna-Anscarici, dai Savoia agli Hauteville. A quest’ultima casata apparteneva sua madre, l’Imperatrice Costanza, ultima figlia del Re di Sicilia Ruggero II e portatrice del sangue delle più antiche casate feudali della Lotaringia, delle Fiandre e Hainaut e d’Italia.

Una donna pia e nobile d’animo (collocata in Paradiso da Dante), che per dimostrare la “purezza” e la legittimità del nascituro, partorì il puer nella piazza centrale di Jesi donando una vena “popolare” al futuro imperatore. Che all’età di soli tre anni veniva incoronato Rex Romanorum, a causa della morte del padre, sotto la reggenza della madre. Che però morì improvvisamente l’anno successivo, lasciando così il trono di Sicilia ad un bambino orfano di quattro anni. La sua vita, quindi, si fece avventurosa e perigliosa sin da subito e il Papa Innocenzo III lo prese sotto la sua tutela giurisdizionale, mentre il giovane re cresceva a Palermo, capitale del Regno del Sud. Leggenda vuole che avesse l’abitudine di fuggire ai suoi tutori per perdersi nell’antico mercato e per le vie della città, luoghi dove forse sviluppò ancor più la sua indole “popolare” e scoprì la realtà umana.

Morto anche lo zio Filippo (le cui figlie diedero seguito alle dinastie regali di Castiglia e Boemia, nonché alla casata del Brabante), Federico “il meraviglioso” divenne pure Duca di Svevia e Re di Germania a quattordici anni, mentre sul trono imperiale saliva Ottone IV dei Brünswick per volontà papale. Ma quando costui decadde, a seguito della sconfitta nella “battaglia delle nazioni” (1215), poté riappropriarsi del legittimo titolo di Imperator Romanorum che gli spettava per diritto di nascita. Però dovette subire il ricatto del Papa, che l’avrebbe incoronato solo rispettando la “promessa” di non unificare mai l’Italia e quindi l’antico Impero romano. Che invece era proprio l’intento nascosto, ancorché suggerito dal destino, del giovane sovrano…

Infatti, Federico Ruggero Costantino era imparentato con molti dei sovrani d’Europa: Castiglia-y-Leòn e Boemia (zii), Aragona (cognato), Inghilterra (cognato), Portogallo e Francia (procugini), regni bizantini di Costantinopoli (suocero) e di Nicea (genero). Il suo sangue scorreva anche nelle vene delle principali genealogie europee feudali e pertanto la sua posizione naturale di monarca universale era consolidata insieme a quella di suprema auctoritas in Ecclesia Christiana. Ancor più dopo il successo nella crociata in Terra Santa: costrettovi dal Papa col ricatto della scomunica, riuscì ad ottenere il titolo di Rex Jerusalem ed un accordo di libero accesso alla “città santa” dal Sultano, dopo decenni di sconfitte militari subite dai re cristiani, la morte accidentale del nonno Federico I “detto il barbarossa” e l’ umiliazioni dell’amico San Francesco.

Tornato nel Regno di Sicilia, si adoperò per riformarlo secondo un’organizzazione di tipo accentrato e burocratico, fondata sul diritto e sulla giustizia, limitando ai Baroni il potere civile di cui si erano appropriati nei secoli seguiti alla dipartita dei Bizantini. Emanò, pertanto, la “Costituzione Melfitana” (1232) per ristabilire il suo ruolo di lex animata et suprema potestas, depositario di un potere concessogli direttamente da Cristo recepito per via dinastica. Creò una potenza militare che perdurò fino al 1861, caposaldo di ogni difesa comune europea contro la minaccia islamica.

Il suo prestigio e i malcelati propositi di ricostituire l’antico Impero romano fecero di lui il protagonista indiscusso della politica internazionale di quell’epoca. Soprattutto quando la faida del partito dei Guelfi riprese, sospinta dalla Chiesa di Roma e dagli interessi dei grandi feudatari ecclesiastici e degli arcivescovi tedeschi, nonché della casata di Brünswick che da tempo contendeva il titolo imperiale agli Hohenstaufen (che invece guidavano il partito dei Ghibellini, dal nome del castello di famiglia).

La “nobiltà nera” papalina fomentò anche la ribellione dei Comuni italiani in Regnum Italiae, che già avevano avuto ragione di Federico I nelle disputa per i loro diritti. Da poco aveva destabilizzato anche l’Impero bizantino con una crociata che aveva sostituito i Basileius greci con vari reggenti di origine franca, nel mentre il Regno di Francia si rendeva “indipendente” da ogni suprema potestas e conferiva al Papa il monopolio del titolo imperiale, in ossequi alla teoria della “supremazia papale” rispetto ad ogni re cristiano (ad eccezione dei francesi, evidentemente…).

La risposta di Federico fu la sanzione della “Constitutio in favorem principis“ (1232) che ristrutturava il sistema politico del Reich a favore dei Prìncipi ereditari tedeschi e stabiliva la pari dignità fra feudatari ecclesiastici e laici: un atto fondamentale per l’assetto futuro dell’Impero tedesco, trasformato in forma confederale di base per la successiva riforma “elettiva” di Carlo IV. Con quella mossa, l’Imperatore si poneva al vertice di una organizzazione di tipo federale e laico della Ecclesia Christiana, in contrapposizione alla visione ierocratica-ecclesiastica sostenuta dal Papa. Il quale allora promosse un Concilio per scomunicare l’Imperatore e deporlo, scatenando la reazione veemente di Federico giunto ad un passo dalla distruzione della Chiesa di Roma, se non fosse stato convinto dagli altri sovrani cristiani europei a desistere.

La lotta contro la lobby guelfa/papalina era giunta al termine di una vita intensa, che da alcuni anni aveva dovuto sopportare diversi drammi famigliari e sentimentali: la morte prematura delle sue mogli legittime; il tradimento e suicidio del primogenito Enrico VII Re di Germania; la cattura e incarcerazione a vita dell’amato figlio Enzo Re di Sardegna; il tradimento del fidato amico Pier delle Vigne; il suicidio dell’amata concubina di una vita, amante e moglie in articulo mortis, Bianca Lancia; e infine, la lotta per l’eredità dei figli sopravvissuti. Tutto ciò lo condusse alla morte improvvisa a Castel Fiorentino in Puglia, nel 1250, dopo una vita passato sul trono, solo e svestitosi degli abiti imperiali per indossare quelli da monaco cistercense. Fu seppellito nella cattedrale di Palermo, insieme ai suoi genitori, al nonno Ruggero e alla prima moglie, l’imperatrice Costanza d’Aragona. Con la sua morte terminava l’epoca del Reich “divino” e si apriva una lunga fase di Interregnum, conclusasi con la salita sul trono imperiale del suo “figlioccio” Rodolfo I di Asburgo (leggi articolo).

La sia influenza nella cultura europea e universale è notevole: gli innumerevoli castelli eretti o trasformati nel Sud Italia; la prima Universitas laica fondata a Napoli (ritenuta pari a quelle di Montpellier e Oxford) insieme alla “scuola medica salernitana”; fu mecenate della Scuola Siciliana di Poesia alla corte di Palermo e promotore della tolleranza religiosa ed etnica verso gli Arabi e gli Ebrei; da cui derivò la contaminazione nell’arte e nell’architettura che può vantare diversi esempi in Sicilia. Egli era poliglotta e fu autore di trattati e poesie, dotato di una conoscenza vastissima e molto curioso, specialmente degli aspetti religiosi e mistici, che espresse nel capolavoro di Castel del Monte, un esempio misterioso e senza età. Come lui, un uomo considerato “avanti” per il suo tempo, senza limiti né freni, volitivo e coriaceo, giudicato crudele, ambizioso, superbo e sprezzante dai suoi detrattori, oppure abile, eccelso, meraviglioso da chi lo adorava: innalzatosi in un limbo, “oltre il bene e il male”.

Quanto all’eredità politica di Federico II, gli si può attribuire la svolta laica del regno e quella federale dell’Impero cristiano, sebbene la sua visione del potere fosse salda nel principio autocratico e dinastico del sovrano cristiano medievale, detentore della potestas in temporalibus per volontà e grazia di Dio. La sua riforma ordinamentale si rifaceva all’antico diritto romano (Codex) e alla concezione pubblicistica dello stato. Seppure credesse nell’autonomia politica dei sovrani europei, li considerava alla pari dei Regna Christianorum che componevano l’Ecclesia Christiana e l’antico Imperium giustinianeo europeo/mediterraneo. Di cui il Regno di Sicilia era il fulcro e la perla.

 

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Federico II è uno dei protagonisti del mio libro
STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI

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