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LE AUTONOMIE LOCALI NELL’EUROPA INTEGRATA

The King in Parliament

Durante la crisi generata dal Covid-19 in Italia è riemerso prepotentemente il ruolo di rilievo delle regioni, ed in generale degli Enti Locali, nell’affrontarla e nel contribuire alle decisioni collettive. La Conferenza Stato-Regioni, che non ha nemmeno rilevanza costituzionale, è divenuta lo strumento politico idoneo per mediare fra le esigenze delle comunità locali e le volontà superiori e/o internazionali. Anche i Comuni hanno assunto importanti carichi di responsabilità, sia nella fase dei controlli sanitari che dell’organizzazione logistica dell’emergenza. Non era scontato che ciò avvenisse e che l’organizzazione politico-burocratica nazionale funzionasse, e a dire il vero non ha fatto miracoli…

In ogni caso le Autonomie Locali, che negli ultimi anni erano diventate per l’opinione pubblica sinonimo di disservizio e inefficienza, tanto che molti pensano di abolirle del tutto, hanno recuperato la loro antica funzione di aggregazione dei cittadini e di consiglio/consulto alle entità politiche di grado superiore. Parliamo essenzialmente delle Città, dei Comuni e delle Regioni (o Province) che, ovunque in Europa, rappresentano le istanze più antiche di autonomia e di Πολιτεία della storia dell’integrazione europea.

La prima forma di Comunità politica organizzata nella storia d’Europa fu la Πόλις greca, un ordinamento giuridico fondato solitamente su una costituzione scritta e su leggi consuetudinarie, tramandate nei tempi, che conferivano indipendenza esterna e organizzazione politica interna utili a gestire il “bene comune” nell’interesse dei più. La storia della Grecia antica è ricolma di città-stato in continua guerra tra loro e spesso alleate in leghe/alleanze difensive, nelle quali però le singole città apparivano sempre autonome nella decisione politica e nell’agire. L’esempio più eclatante furono le Guerre Persiane, che spinsero la gran parte delle numerose città elleniche a unirsi contro il nemico comune, seppur conservando la propria identità politica (vedi articolo).

La nuova esperienza di autonomie locali si formalizzò nell’infinita storia dell’Impero romano-bizantino: quando la Res Publica romana (una Politeia latina) iniziò il vasto programma di costruzione dell’Europa Unita (leggi l’articolo), fondò numerosissime nuove città, cui fornì ordinamenti giuridici diversi ma in buona sostanza informati ad un buon grado di autonomia politico-amministrativa. Era il caso dei Municipia, delle Colonie e delle Province, solitamente istituite con una legge speciale (Lex Data) emanata dal Senatus, e in seguito dall’Imperatore in persona, che nel corso del Medioevo ebbero rilevanza giuridico-politica di Persona Ficta in aeternum (vedi Sommario Parte III).

Con l’avvento del Cristianesimo, furono proprio le Civitas autonome dell’Impero ad ospitare le Comunità cristiane (dette “Ecclesiae”), che spesso raggiunsero una forza e una consistenza politica autonoma da soverchiare quella delle istituzioni pubbliche imperiali: si addivenne così ad un compromesso con la riforma di Costantino, il quale riorganizzò il sistema amministrativo imperiale riportando le Civitas e le Province (e anche le Colonie rimanenti) sotto l’Auctoritas dei Vescovi posti a capo delle Diocesi, il grado più elevato di frazionamento dell’Imperium (IV d.C.). Da quel momento il termine “christianòs” non indicò più una minoranza perseguitata per motivi di culto, bensì fu sinonimo di romano. Tanto che da lì in avanti si parlò di “Impero cristiano”, rinnovato nei secoli dall’Impero carolingio, dal Reich, dalla Basileia bizantina e, infine, dallo Zarato russo, nel lungo millenario processo di integrazione europea.

Nel corso del Medioevo, la cristianizzazione dell’Europa (vedi l’articolo) portò alla fondazione di nuove Città (sedi vescovili) o di Contee, Ducati e Marchesati per amministrare le numerose comunità etniche locali nate dalle invasioni barbariche dei secoli V-IX (leggi articolo), perpetuando così l’organizzazione amministrativa dell’antico Imperium rinnovato dalla forza aggregante religiosa. Se queste istituzioni furono rette da membri delle genealogie europee cristiane, altre autonomie locali emersero per volontà dei Cives (Comuni) o in virtù degli eventi (Borghi), necessitando dunque di nuovi ordinamenti giuridici e rapporti di potere con le entità superiori.

Così, nel tardo Medioevo e in età rinascimentale sorsero forme di coordinamento di grado superiore, all’interno dei nascenti stati moderni negli antichi regni dinastici, a tenere insieme un variegato spettro di enti locali più o meno autonomi (con relativi codici di leggi o norme consuetudinarie “propri”): fu il caso delle Diete, delle Corti, delle Camere, delle Corone e di tutti gli altri strumenti normativi utilizzati dai sovrani per controllare i propri regni e preservarne l’unità e l’indipendenza.

L’organizzazione multi-livellare del potere e dell’amministrazione si conservò anche nei secoli dell’età moderna, pervenendo pressoché simile nell’Europa Unita attuale. Non è difficile, infatti, riconoscere nelle Autonomie Locali degli stati europei odierni quelle entità infra-statuali antiche, perenni, eterne, che l’antico Codex elencava col termine di Aeternitas (vedi Sommario Parte V): oltre alle regioni storiche più famose d’Europa (Fiandre, Olanda, Catalogna, Provenza, Sicilia, Baviera, Boemia, Slesia, Carinzia, Moldavia, Macedonia, Livonia, Skania, etc.) o alle città più grandi e antiche (Roma, Atene, Parigi, Saragozza, Lovanio, Amburgo, Augsburg, Chur, Vienna, Venezia, Split, Sarajevo, Istanbul, Costanza, Pecs, Nitra, Gniezno, Uppsala, etc.), l’intero continente è ancor oggi frazionato in Comuni, Città, Province, Regioni o Länder in continuità storica, geografica e politica con le antiche autonomie locali.

Tanto che quasi tutti gli stati membri dell’UE hanno un organo di rappresentanza per le autonomie locali (Camere delle Regioni, Conferenza Stato-Regioni, etc.). Alle quali anche l’ordinamento del Diritto comunitario prodotto dal processo di integrazione europea (vedi articolo) ha dovuto adeguarsi, includendovi il Comitato delle Regioni (con funzioni limitate e consultive) e realizzando un’apposita Politica Comune Regionale che ha per obiettivo la solidarietà fra regioni e aree economiche europee, in modo tale da aumentare il grado dell’integrazione europea. Inoltre, il modello politico dell’UE è certamente improntato al Federalismo, fondato su quel Principio di Sussidiarietà che contribuisce a far funzionare la complessa Burocrazia comunitaria (vedi articolo).

In conclusione, si può affermare che le autonomie locali sono il fondamento della storia dell’integrazione europea! La prospettiva europeistica che, presumibilmente, sarebbe anche in grado di spegnere le istanze di secessione sempre più forti in molti angoli d’Europa e rafforzare, così, la stabilità politica degli stessi stati membri, dovrebbe tenerle in gran conto riconoscendone la specifica identità e il peso “politico” nelle istituzioni di più alto grado. In modo da conciliare meglio il sistema decisionale centralizzato che ha sede a Bruxelles con le necessità locali. In concordia felicitas.

 

Leggi in proposito il Rapporto sul Deficit democratico e questo saggio che analizza i rapporti fra Regioni e UE.

 

Le radici dell’Europa sono nell’alto Medioevo

Nello studiare la storia dell’integrazione europea è inevitabile affrontare il tema delle radici del nostro continente: questo è l’argomento principale del saggio di Rouche, che racconta le società formatesi all’indomani della caduta dell’Impero Romano d’Occidente e infine accomunate da elementi cristiani, romani e germanici grazie all’influenza del cristianesimo, che nell’Impero carolingio assume un ruolo sempre più importante accanto allo Stato.

Su quella fase storica puoi leggere l’articolo sull’integrazione dei barbari in questo blog.

La ricerca delle radici dell’Europa è la motivazione principale che mi ha spinto alla ricerca ventennale da cui è poi scaturito il libro “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” cui è dedicato questo sito.

LINEE DI SANGUE E CONFLITTI DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

genealogia regale

le genealogie europee

Nell’ultimo articolo abbiamo visto come la storia dell’integrazione europea sia stata anche il risultato dei conflitti di vario genere (religioso, di successione, di potere) fra le dinastie regnanti nei vari regni dell’Ecclesia Christiana, delineando così una chiave di lettura dell’intera storia dell’integrazione europea che si affianca a un’altra chiave, più criptica, legata alle origini e al sangue delle medesime.

Ancora oggi, in Europa sono presenti diversi regni e principati (e fanno parte quasi tutti dell’Unione Europea) che hanno continuità storico-politica con gli antichi regni cristiani, originatisi in gran parte dai regna dell’antico Impero Cristiano e attualmente retti da dinastie emerse nel tardo Medioevo e protagoniste della storia dell’integrazione europea sin dalla metà del Settecento (vedi articolo).

Attualmente, i regni di Danimarca e di Norvegia sono tenuti dalla dinastia Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg-Beck, da cui discendeva anche la dinastia regale di Grecia (fino al 1974), nonché il defunto marito della Regina Elisabetta II del Regno Unito e quindi la prossima dinastia regale. Questa linea appartiene in linea maschile alla casa di Oldenburg, che regna in Danimarca (e Norvegia) ininterrottamente dal 1448, da cui proveniva anche la dinastia cadetta degli Holstein-Gottorp, che regnò in Svezia dal 1751 al 1818 (prima di passare lo scettro all’attuale casa dei Bernadotte) e in Russia dal 1762, fino all’estinzione dell’Impero e della famiglia Romanov nel 1919. Le origini degli Oldenburg sono poco note: il primo Conte di Holdenburg era nipote del mitico Elymar I (vissuto a fine XI secolo), che leggenda vuole essere figlio di quel Lohengrin mitico cavaliere dei Nibelunghi e figlio di Parzival/Perceval, che ci riporta indietro addirittura all’epopea della Tavola Rotonda di Re Artù! Dei Bernadotte si sa solo che l’antenato maschile proveniva dalla provincia francese del Béarn (Pau).

Abbiamo accennato al Regno Unito, attualmente governato dalla dinastia Windsor, nome scelto nel 1917 da Re Giorgio V (nonno paterno di Elisabetta II) per camuffare l’origine tedesca: infatti, egli apparteneva ai Sassonia-Coburgo-Gotha, casata cui riferivano anche i regni del Portogallo (dal 1853 al 1910), del Belgio (dal 1830 a oggi) e della Bulgaria (1908-46), discendente in linea diretta cadetta dall’antica casa dei Wettin, tenutaria per secoli delle marche orientali del Reich, poi del Ducato di Sassonia (Elettori dal 1356) e del successivo regno istituito nel 1803, nonché del Regno di Polonia. Fondatore della dinastia fu tale Conte Burcardo (fine IX secolo), che pare fosse imparentato ai Duchi di Svevia e probabilmente un cavaliere cristiano.

L’origine cavalleresca è comune a molte dinastie regali/ducali europee, soprattutto in età medievale, fra cui i Liechenstein (originari della Bassa Austria), che reggono l’omonimo principato dal 1608, e i Nassau (dal’omonima cittadina tedesca), attuali regnanti dei Paesi Bassi-Olanda (sin dal 1581) e del principato del Lussemburgo (dal 2000 passato in via matrimoniale ai Borbone di Parma), che furono tenutari anche dello scettro di Inghilterra e Scozia (1689-1702) e del Reich (1292-98).

I Borbone, invece, sono l’ultima discendenza in linea maschile dell’antichissima casa franca dei Robertingi: al servizio dei Merovingi (VII secolo), furono elevati a Conti d’Hesabye e si coprirono di gloria contro i Vichinghi con Robert “le fort” (nominato Marchese di Neustria e Conte di Parigi e d’Anjou) e i suoi figli, entrambi Re di Francia (888-98 e poi 992-93) e avi di Ugo “capeto”, fondatore della casa Capetingi che detenne il titolo regale dal 987 fino all’estinzione del Regno di Francia. Questa famiglia aveva fornito varie mogli agli imperatori Carolingi ed era imparentata alle più antiche dinastie ducali di ascendenza carolingia, ivi inclusi gli imperatori Ottoni e i principi russi Rurikidi (rileggi l’articolo). Le sue linee cadette divennero Duchi di Borgogna e Re del Portogallo, Imperatori latini d’Oriente (Courtenay), regnanti in Sicilia (poi solo nel Regno di Napoli) e in Albania, quindi in Polonia e in Ungheria (Angioini), Re di Navarra e di Spagna: da quest’ultimo ramo cadetto dei Borbone (attualmente regnante in Spagna) discende anche la famiglia del Lussemburgo, che fu reggente del Regno delle Due Sicilie e del Ducato di Parma fino all’annessione all’Italia del 1860.

Resta infine, la famiglia Grimaldi insediatasi nel Principato di Monaco dal 1559, che ha origine dalla città di Genova dove è stata famiglia dogale per secoli, praticando l’attività bancaria-mercantile. Essa fu fra le più illustri esponenti del partito italiano dei “guelfi”, insieme agli Estensi, antichissima famiglia italiana da cui discendeva in linea maschile la casa dei Guelfi-Brünswick: da essa proveniva la dinastia cadetta Hanover, che salì sul trono del Regno Unito nel 1714 e vi rimase fino alla morte della Regina Vittoria. Costoro furono nemici implacabili delle dinastie imperiali tedesche, nonché dei Capetingi (sin dai tempi dei Welfen), e collaborarono con la Chiesa di Roma alla disintegrazione dell’Ecclesia Christiana (come raccontato nell’articolo). Inoltre, furono il fulcro dell’alleanza fra casate germaniche del cd. “club Europa”, cui sono legate le sorti della storia d’Europa a partire dal XIX secolo (vedi articolo relativo).

Questa rivalità di sangue percorre tutta la storia dell’integrazione europea, sin dai tempi più remoti: essa ebbe inizio con Alessandro “magno” (leggi l’articolo) e proseguì con l’Impero romano, in particolare con la Gens Julia (leggi articolo), che il mito vuole discendere direttamente dalle divinità dell’Olimpo! Secondo ricostruzioni storiche e in parte mitologiche (da scoprire nella parte IV del mio saggio), esistono legami di sangue diretto fra quelle antiche famiglie e le dinastie imperiali occidentali (Wessex, Carolingi, Ottoni, Salici, Staufer, Asburgo). Inoltre, probabilmente, tutte le dinastie imperiali romane e bizantine ebbero ascendenza nelle antiche gens patrizie della Res Publica Romana, nonché nella progenie dell’eroe per antonomasia, Eracle-Ercole di cui è ricolma l’intera cultura tradizionale europea (ne parlo in questo articolo).

Insomma, a ben guardarla, la storia dell’integrazione europea è un processo iniziato 2500 anni fa circa, quando le civiltà continentali riuscirono a rendersi indipendenti dal controllo dei imperi grandi imperi orientali (da cui comunque si difesero durante tutta la storia europea cristiana), dando avvio alla formazione di quella Ecclesia Christiana madre di tutti gli stati nazionali moderni: sullo sfondo, vi fu la grande contesa fra le dinastie “di sangue blu”, che ressero l’Impero Cristiano dalla sua fondazione fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, e le dinastie emergenti e alleatesi sia nel partito guelfo, che nel fronte protestante, e tuttora regnanti in molti stati europei.

Questa interpretazione storiologica è il sunto del mio saggio intitolato “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI”, cui è dedicato questo blog e il sito, che potete acquistare secondo le modalità indicate.

Per approfondire la storia e le dinastie regali europei, richiedi le Appendici.

L’Europa evolve nel corso della sua storia terrena.

Questo saggio scritto da uno dei più importanti storici francesi, fondatore delle “Annales“, racconta la storia dell’integrazione europea come un processo evolutivo, condizionato dal Cristianesimo e dagli eventi terreni degli ultimi duemila anni, oltre i quali dice lui “l’Europa non esisterebbe”.

PS: una visione storiologica che condivido e argomento nel mio saggio.

L’EUROPA DISINTEGRATA E GLOBALE

Leviathan

Leviathan nella storia dell’integrazione europea

Negli ultimi articoli, abbiamo compreso come la storia dell’integrazione europea sia fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Sia nel processo che ha portato a riunire tutti i popoli cristiani sotto la “tenda di Dio”, sia per le lotte politico-religiose che infine hanno determinato la disintegrazione della Ecclesia christiana.

Inoltre, la storia dell’Europa unita è iniziata con l’avvento dell’Impero universale di Alessandro “detto il magno” (vedi articolo), rinnovato dai Romani ed in seguito dai Bizantini, grazie all’intesa coi Carolingi, con gli imperatori del Reich e con i Principi Rus’. Un processo di integrazione europea animato dalla forza centripeta dell’impero, cui si contrapponevano le istanze di libertà dei vari popoli inclusi, via, via che il confine si spostava a Ovest (coi Romani), a Nord (coi Carolingi) e infine a Est (col Reich e Bisanzio).

Tutto perfetto finché le due supreme auctoritas cristiane furono vive, salde e forti. Ma la lotta intestina portata avanti dalla Chiesa di Roma condusse sia l’Imperatius che il Papatius [cit. Dante] alla decadenza, spingendo così altre forze locali/etniche ad autodefinirsi “sovrane” e a vagheggiare propositi egemonici: fu il caso, in primis, dell’Inghilterra resasi indipendente già a fine IX secolo coi Wessex, sebbene sempre coinvolta nella Ecclesia universalis e nelle vicende continentali, soprattutto durante la Guerra dei 100 anni (1337-1453) contro la rivale francese per il controllo delle ex-Diocesi in Pars Occidens, obiettivo dei Plantageneti fino alla loro estinzione avvenuta con la Guerra delle Due Rose (1445-1485).

La stessa Francia, assoggettata per secoli all’autorità imperiale del Reich ed al potere economico delle Fiandre, si dichiarò indipendente nel 1215, a seguito della vittoria nella “Battaglia delle nazioni” contro l’Impero alleato ai Plantageneti, con la famosa enunciazione “rex imperator in regno suo est, superiorem non reconosces” emessa dal re Filippo II Augusto.

Da quel momento ogni “nationes” cristiana europea si sentì libera di inseguire i suoi sogni di libertà e di potere: così, mentre i regni cristiani della Spagna combattevano la loro guerra di liberazione dall’occupante mussulmano (che nel 1212 aveva visto la grande vittoria nella Battaglia di Las navas de Tolosa), dentro il Reich si scatenava la guerra intestina dei Guelfi (leggi qui), conclusasi con la disfatta della dinastia regnante ed il lungo Interregnum del XIII secolo; di cui approfittò la famiglia degli Angioini (cadetta dei regnanti francesi), alleata alla Chiesa di Roma, per accaparrarsi i regni di Sicilia, di Albania, di Ungheria e di Polonia (dal 1266 al 1399); accerchiando l’Impero che nel frattempo era passato in mano ai Luxembourg (1308-1477), prima di tornare per sempre alla Casa d’Asburgo; l’ascesa della famiglia lussemburghese era passata attraverso il Regno di Boemia (ricevuto in dote da quel Giovanni morto sul campo di Battaglia di Crecy nel 1346, affianco ai francesi contro le truppe dei Plantageneti), che aveva visto l’epopea di Ottocaro II dei Premyslid; il quale si era annesso tutti i feudi austriaci, nel tentativo di creare un grande stato orientale, ma fu sconfitto e ucciso sul campo dal nuovo Kaiser Rodolfo I d’Asburgo e dai rivali di sempre ungheresi (1278); i quali, sotto la dinastia magiara degli Arpad, avevano creato uno stato che segnò per secoli il limes cristiano a Est, soprattutto dopo aver annesso la Croazia e la Slovenia e trasformandosi in Corona unita (1305); nell’area bizantina-ortodossa, invece, la scomposizione dell’Impero romano a seguito della IV Crociata (1204) aveva dato forza alle istante di libertà e di potenza del Regno di Serbia, la cui dinastia regnante dei Nemanja si era addirittura insediata sul trono dell’Epiro (1359-1385), preparando l’avvento della “grande Serbia”, rivale dell’Impero dei Bulgari che aveva continuità storico-politica dal VII secolo; più a Est i Principati Rus’, saldamente sotto il controllo dell’antica dinastia dei Rurikidi di Kiev, dovettero confrontarsi col dominio del Khanato dei Tartari, da cui si liberarono definitivamente nel 1380 nella Battaglia di Kulikovo; a Nord, invece, la Scandinavia aveva preso la via dell’unionismo politico dando vita alla Lega di Kalmar (1397), all’estinguersi di tutte le dinastie regnanti discendenti dalla mitica Casa di Münso, mentre la Scozia tornava alla piena indipendenza dall’Inghilterra con Robert the Bruce (1306) e poi con la casata Stuart; infine, il Portogallo divenne regno autonomo con la dinastia dei Cavalieri dell’Ordine Aviz (1385) mentre la Svizzera conquistava la sua indipendenza (1499) grazie all’alleanza francese contro i Duchi di Borgogna e l’Impero.

Il consesso politico europeo di fine XV secolo vedeva, quindi, emergere regni sovrani e dinastici, rispondenti in gran parte ai territori occupati dai popoli “barbarici” che a partire dai primi secoli dell’era volgare avevano popolato l’Europa ed erano poi stati cristianizzati dall’Impero. Tenuti da antiche dinastie etniche che, una dopo l’altra, si estinsero lasciando i propri regni alle famiglie regali occidentali, in gran parte legate o discendenti dai Carolingi e dell’antica Familia Reges Christianorum. Nello scenario pluralista di quel tempo nacque l’Imperatore Carlo V d’Asburgo (1519): il quale ereditò tutti i regni di Spagna, nonché era tenutario della Borgogna (il Benelux attuale), del Regno di Sicilia (Italia Meridionale) e dell’Impero (Germania, Boemia e Austria). Egli proseguì la politica matrimoniale di suo nonno, l’Imperatore Massimiliano I, tanto da poter controllare, coi fratelli e sorelle, praticamente tutti i regni cristiani d’Europa. Si aggiungano le immense colonie americane, scoperte da poco da C. Colombo per il favore del Regno di Castiglia, e si comprenderà la sua famosa frase “nel mio regno non tramonta mai il sole”. E infatti, egli dedicò la vita a ricostruire quella ResPublica Christiana che era il sogno unitario degli Europei cristiani dai tempi di Carlo Magno! (a questo di deve la scelta del nome, oltre che in onore al bisnonno “temerario”, ultimo della casata di Borgogna morto sul campo nella Battaglia di Nancy contro gli Svizzeri)

Ma l’Ecclesia universalis christiana, nata dall’antico Impero romano (vedi articolo) e sostenuta dall’antico Ius Publicum inscritto nel Codex giustinianeo, andò in pezzi di fronte alla Protesta religiosa: ne seguirono decenni di “Guerre di religione”, risoltesi con la Pace di Westfalia (1648), che istituzionalizzò lo status quo politico-multietnico degli stati sovrani che si riconoscevano reciprocamente, seppure come frazioni di un’unica entità religiosa nell’unico stato mondiale che avrebbe incluso, ben presto, tutte le colonie conquistate sulla Terra. Questa situazione favorì le innumerevoli guerre per il potere, per la successione ai troni vacanti, per l’indipendenza dei popoli o il controllo dei mari e delle colonie, che interessarono l’Europa nei secoli XVI-XIX, attraverso quel processo di disintegrazione europea (vedi articolo) che si concluse con la grande carneficina della Prima Guerra Mondiale.

Gli stati europei costruirono immensi imperi coloniali nelle Americhe, in Oceania, in Africa e in Asia, dove applicarono le leggi proprie e lo Ius Publicum Europeum, anche se con notevoli differenze: infatti, mentre per tutte le nazioni continentali (inclusa la Russia) vigeva ancora l’antico Diritto romano, seppure rimodellato alle esigenze del momento (vedi Sommario Parte II), per le potenze marittime di Inghilterra e Olanda (o Paesi Bassi) divenne centrale l’ordo novus liberistico/individualistico del “diritto del mare”, che concedeva loro il dominio assoluto su ogni essere e territorio inclusi nel grande spazio infinito degli oceani planetari. Fu la base del grande cambiamento culturale che si andava diffondendo nel mondo e avrebbe travolto l’Europa a breve.

Infatti, con le rivoluzioni civili inglese, americana e francese presero piede le idee degli illuministi e dei razionalisti formati dalle università calviniste di Amsterdam e di Ginevra, protetti dai principi protestanti del Nord (Tudor, Vasa, Oldenburg, Hanover, Coburgo-Gotha, Hohenzollern, Orange-Nassau, Assia). Che si tramutarono nelle riforme politiche ed economiche dei cd. “re dispotici illuminati” di fine XVIII secolo e confluirono nei moti popolari della prima metà dell’Ottocento e nelle ultime guerre di indipendenza del XIX secolo, all’origine della frammentazione dell’Europa negli stati sovrani nati per “gemmazione” dall’antico Impero Cristiano. La nuova base di comunanza fu il Diritto Internazionale, che dalla seconda metà dell’Ottocento vide la continua prolificazione di trattati sui rapporti fra gli stati, di conferenze internazionali tematiche, intervallate da guerre e paci parziali, pur sempre nell’ambito dell’antico Ius Publicum Romanum e sotto il cappello dell’Ecclesia Christiana. Fino, appunto, al disastro del 1919 e all’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, fondato sul diritto del mare e sul dominio universale di Leviathan.

Per conoscere meglio la storia e le dinastie regali europei, chiedi le Appendici

LA DISINTEGRAZIONE DELLA CHIESA

san pietro

San Pietro

Nei precedenti articoli, abbiamo compreso come la storia dell’integrazione europea sia fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Che è anche storia della Chiesa Romana, per assurdo divenuta invece il principale elemento di disintegrazione della Ecclesia christiana! Vediamo come.

Dopo le liti col Basileus di Bisanzio in merito alla titolarità delle potestas cristiche, di cui il Vescovo romano di arrogò quella in spiritualibus in Pars Occidens (fine V secolo d.C.), si giunse allo scontro dogmatico in merito alla questione dell’iconoclastia [726 – 843]: secondo la concezione orientale del sacro, adottata anche da musulmani ed ebraici, le divinità non potevano essere rappresentate nelle immagini, a differenza di quel che invece praticava la Chiesa romana con la figura di Cristo.

La lunga contesa divenne l’occasione per i sacerdos dell’aristocrazia clericale romana per rompere definitivamente i legami con Costantinopoli e legarsi alla nuova potenza militare occidentale: i Franchi. Avvenne così che, approfittando della regnanza di Irene considerata illegittima imperatrice in quanto donna, il Papa offrì a Carlo Magno la corona di Imperatore durante la messa di Natale dell’800, con tanto di cerimonia regale che riprendeva le liturgie dell’antico Impero romano. Il sovrano franco fu incoronato da Leone III, eletto e contestato da una fazione delle famiglie papaline (cd. “Nobiltà Nera”) che dovettero però soccombere davanti alla presenza del nuovo Defensor Fidei occidentale.

Ovviamente, l’accordo con i Franchi non piacque ai Bizantini (che intanto avevano cambiato dinastia, alla casata Frigia tramite il matrimonio con una nipote di Irene), i quali concessero al Carolingio il titolo di Imperator Christianorum, posto un gradino sotto: ad esso erano sottomessi tutti i vassalli dell’Imperium in Pars Occidens, nonché lo stesso Papa. Questo schema perdurò per secoli, in un periodo buio per la Chiesa che fu oggetto di continue lotte di potere e protagonista di episodi “barbari”, come il processo al cadavere di Papa Formoso o le manovre di potere di Marozia, amante, moglie e madre di pontefici, che comandò a San Pietro per decenni, cui potrebbe far riferimento la leggenda della “Papessa Giovanna” (IX secolo).

Il soglio pontificio era da sempre un affair dell’antica famiglia dei Tuscolo, feudataria del nucleo originario del Patrimonium Petri e salita sul soglio papale già nel V secolo con San Leone I “magno” (colui che aveva fermato Attila). Ritornata con Benedetto VIII (nipote di Marozia), fra scandali, corruttele, omicidi e morti sospette degli stessi Vescovi di Roma (il nipote, Benedetto IX, vendette il titolo e se lo riprese per ben tre volte!), capeggiò la fazione che combatté contro i Papi “non romani” del X secolo, scelti dagli imperatori Ottoni e Salici per sviluppare la missione evangelica, fra cui Silvestro II (Gerberto d’Aurillac) che fu il mentore dell’imperatore Ottone III.

Il giovane sovrano sassone era nipote di Basilio II e Costantino VII dei Macedoni, che avevano debellato i Bulgari e ricostruito l’antico Imperium Romanum insieme al Reich e ai Principi dei Rus’ (vedi articolo precedente): un progetto osteggiato dalle antiche famiglie papaline romane/ebraiche, probabilmente responsabili della morte del puer mentre era in attesa dell’arrivo a Roma della promessa sposa Zoe, figlia di Costantino VII. Costei tornò quindi a Costantinopoli e regnò per decenni, insieme ai suoi numerosi mariti e alla sorella “porfirogenita” Teodora (l’ultima dei Macedoni), nel periodo in cui si consumò lo “scisma d’Oriente” della Chiesa bizantina-ortodossa sulla delicata questione del “filioque” (quindi ancora una volta sulla figura del Cristo e a causa di una donna…).

Quello fu un momento di rottura totale, sia in Occidente che in Oriente: infatti, nella capitale imperiale salì sul trono Isacco I Comneno, capofila di un gruppo di dinastie (Dukas, Angelos, Lascaris) che resse l’Impero fino al XIII secolo, probabilmente discendente da antiche gens romane e imparentate ai Carolingi; a Roma, invece, ebbe inizio l’epoca “ribelle” della Chiesa Romana, a partire da Papa Gregorio VII e il “partito guelfo”. Il nuovo eletto sancì la supremazia del Papa sull’intera Ecclesia Universalis (quindi anche sul Basilues!) e il suo diritto-potere di scomunicare qualsiasi fedele dal dovere di fedeltà al signore (che era il fondamento del Feudalesimo!), nonché la summa potestas in spiritualibus da cui conseguiva il suo ruolo di lex divinis animata, che consentì ai pontefici di emanare norme di Diritto Canonico. Intorno ai Papi andò così a formarsi un gruppo di potere che faceva capo alla dinastia Guelfi-Brünswick, nata dall’unione della casata estinta dei Welfen (re di Borgogna) e degli Estensi, possidenti di enormi latifondi e feudatari in Germania (Baviera e Sassonia) e in Italia (Tuscia e Canossa).

Quel che seguì fu l’ininterrotta lotta di potere fra famiglie papaline romane/ebraiche e gli imperatori occidentali e orientali: la “lotta per le investiture” [1076-1022], per il potere di nomina a funzioni civile dei vescovi nel Reich; il confronto giuridico sulla lex regia, che secondo i Papi era di loro competenza (Decretum Grazianii, 1140), da cui si addivenì al compromesso del Diritto comune (“utrumque ius”); la guerra finale dei guelfi contro gli imperatori Svevi (casa di Staufen), che vide l’interferenza dei Papi nelle vicende politiche imperiali (elezione di Ottone IV) e alleati agli Angioini di Francia (regno che grazie alla contesa infinita fra le potestas universalis cristiane si era resa indipendente nel 1215!).

Nel contempo, la Chiesa romana aveva avviato una vasta strategia anti-imperiale che portò: alla destabilizzazione dell’Impero bizantino con la IV Crociata (1204), diviso fra le dinastie “guelfe“ fiandresi e i legittimi titolari; alla destituzione della famiglia imperiale occidentale e ad un lungo periodo di Interregnum (1257-1273) manipolato dai Papi, conclusosi con la vittoria militare e l’incoronazione di Rodolfo I d’Asburgo; alle Crociate in Terra Santa (ma poi ne seguirono altre, più cruente, contro i Vendi e i catari), che portarono allo scontro totale coi mussulmani selgiuchidi e all’istituzione degli ordini dei monaci-guerrieri legati e fedeli univocamente al Papa (fra cui i Cavalieri Templari); sostenuti economicamente e sul piano logistico dalla Congregazione di Cluny, anch’essa organica al Patrimonium Petri e coinvolta nella Reconquista della Spagna e nel network finanziario costruito dai Templari.

Un sistema di potere economico e politico che divenne, a lungo andare, inviso ai re cristiani europei: tanto che Filippo IV di Francia compì un atto inaudito, sequestrando il pontefice Bonifacio VIII dopo che questi ebbe ribadita la supremazia papale e istituito la teocrazia romana (bolla Unam Sanctam, 1302). Fu l’inizio dell’epoca più difficile della Ecclesia Christiana, ridotta in “cattività” ad Avignone, guidata da Papi scelti dal sovrano francese e sostenuti dai regni occidentali, mentre il Reich e il resto delle monarchie europee tenevano per l’”antipapa” romano. Venne definito “Scisma d’Occidente” e durò fino al 1417, quando le famiglie romane dovettero allargare il soglio pontificio ad altre ricche famiglie italiane (superando un divieto che durava da oltre mille anni!), costituendo giuridicamente lo Stato della Chiesa (1378).

Sembrava la fine di un’epoca nera, invece ne seguì una anche peggiore. Infatti, i Papi continuarono a considerarsi “re supremi della cristianità” e iniziarono a partecipare ai conflitti bellici in Italia, nel tentativo di riunificare l’antica Diocesi ed estromettere per sempre le potenze straniere. Nonostante la Pace di Lodi (1454), lo stato papalino mosse guerra alle signorie del centro Italia (soprattutto coi Borgia), si immischiò nella contesa aragonese-francese sul Regno di Napoli e partecipò alla Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia (1508), che provocò la fuga dei ricchi banchieri e mercanti verso i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Nel XVI secolo, la Chiesa Romana era ormai sinonimo di “corruzione” per i fedeli di tutta Europa: un luogo dove gli scandali (molti Papi avevano amanti e conducevano una vita dissoluta, Alessandro VI ebbe persino dei figli!) e le pratiche simoniache non mancavano. Fu proprio la concessione (remunerata) delle indulgenze (che servirono alla costruzione della Basilica di San Pietro in Vaticano) a provocare l’insurrezione del mondo germanico e a scatenare la Protesta. Dapprima fu Enrico VIII dei Tudor a dichiararsi capo della Chiesa Anglicana (replicando il modello cesaropapista bizantino), staccando così per sempre l’isola britannica dall’Ecclesia Universalis Christiana. Quindi fu il momento dei principi del Reich che abbracciarono le “Tesi di Lutero”, fino al punto di dichiarare guerra all’Imperatore (Lega di Smalcalda, 1531): il risultato fu una nuova scissione, questa volta delle diverse “confessioni” protestanti che, nei decenni a seguire, portarono alla formazione delle “chiese del nord”. Lo stesso Carlo V aveva avuto difficoltà a rapportarsi coi pontefici, tanto da consentire il “sacco di Roma” (1527) per porre fine alle intemperanze dello Stato della Chiesa e del suo più potente alleato, il re di Francia, aprendo così la strada al Concilio “controriformista” di Trento (1545-1563).

Ma l’Ecclesia Universalis Christiana, nata dall’antico Impero romano (vedi articolo), ormai era definitivamente infranta e l’unità persa per sempre. Come potrete scoprire leggendo il mio saggio.

Per approfondire la storia della Chiesa Romana, leggi anche questo libro.

La storia segreta della Chiesa cattolica

Un libro originale, in quanto scritto da un cattolico tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò per il MI5, Louis De Wohl, autore di numerose agiografie di santi, di cui parla all’interno di questo sintetico ma documentato racconto delle più intriganti e fosche vicende della Chiesa Romana.

L’INTEGRAZIONE DEI BARBARI NELL’IMPERO CRISTIANO

impero romano diviso

Al volgere del III secolo dell’era volgare, la situazione generale in Europa cambiò decisamente, con risvolti che incisero profondamente sulla storia dell’integrazione europea. Se la lotta dei Greci contro l’Impero persiano era servita a renderli liberi e a segnare il confine ideale e geografico col mondo orientale, ereditando però la visione “universale” del Regno, l’epopea di Roma aveva orientato il processo di integrazione europea verso il cuore del continente, seppure portandosi appresso la tradizione dei pensatori ellenistici e i culti religiosi orientali.

Quel mix di conoscenze e credenze antichissime portò allo sviluppo del Neoplatonismo, una corrente di pensiero che sintetizzava la filosofia greca con la visione olistica delle concezioni orientali più antiche. In particolare rispetto all’idea che esistesse un Essere unico divino da cui promanava il Tutto, regolato e modellato dal Demiurgo. Un’idea che ha attraversato tutta la storia del pensiero europeo fino all’età moderna, imprimendosi profondamente nel pensiero politico del tardo Impero.

Ma dall’Oriente provenivano anche i diversi culti diffusi nell’Imperium, ove vigeva la piena tolleranza religiosa e tutti gli abitanti erano ormai divenuti Cives. Così, accanto ai tradizionali riti pagani romani, che facevano parte anche della liturgia politico-istituzionale sin dai tempi della Res Publica, si diffusero i culti egizi di Iside e Horus, quelli greco-macedoni relativi agli Dei Olimpiadi, insieme al Mitraismo, alla religione del Dio Sol-Baal, all’Ebraismo e al Cristianesimo.

Nulla che potesse impressionare i governatori dell’Impero Romano, giunto ormai al culmine della sua potenza, espansione e magnificenza. Finita l’epoca degli imperatori “adottati”, che avevano già trasformato il Principato augusteo in una monarchia di tipo assoluto (sebbene nell’ambito della tradizione repubblica di diritto divenuta universalis con Adriano), seguì la Dinastia dei Severi, che diede avvio ad una ininterrotta serie di eventi che, infine, portarono la storia dell’integrazione europea su altri lidi.

I membri della famiglia di Settimio Severo, influenzati dalle donne Giulia di casa e dal culto del Dio Baal da Emesa/Homs, iniziarono a connotare la figura dell’imperatore di un’aura di divinità orientaleggiante, benché fosse già Augustus Caesar et Princeps da sempre (e così rimase la formula ufficiale fino al XIX secolo d.C.!). Ma la latente crisi economica e monetaria spinse la classe dei militari, in gran parte adepti del culto di Mitra, a prendere il sopravvento sul Senatus, dando luogo all’epoca “anarchica” che portò guerre, distruzioni e divisioni infinite (durata circa 70 anni). Cui pose fine la provvisoria rappacificazione di Diocleziano, il quale impose il modello “tetrarchico”: due Augusti e due Cesari si divisero il governo, con la successione già stabilita. Soprattutto, egli si definì “Dominus et Deus” e creò le Dioecesis.

L’Imperator divenne così il Vicario di Dio sulla Terra, incorporando quindi sia la figura del Demiurgo, sia quella del Signore unico e assoluto orientale, ossia il Re dei Re del Regno eterno di Dio. Inoltre, fu istituzionalizzata anche l’idea dinastica del potere, che ora si trasmetteva ad un erede già designato e consacrato, nonché membro della famiglia imperiale. I cui rapporti di sangue iniziavano ad avere la loro importanza, vista l’origine incerta dei nuovi sovrani e considerata la tradizionale ascendenza patrizia dei predecessori. Una riforma che si accompagnava alla ormai inevitabile spaccatura dell’Impero fra mondo greco-orientale (ellenistico) e mondo latino-occidentale, condizionato dal rapporto sempre più intenso con i Barbari del Nord.

Gentes germaniche e gotiche che da tempo premevano sul Limes, fronteggiate dai Romani grazie alla ininterrotta serie di Castra e Colonie poste lungo i corsi dei fiumi Reno e Danubio, difese ma “aperte” alla relazione commerciale e diplomatica coi Barbari. Cosicché divennero alleati dei Romani nelle guerre contro i Parti, contro gli imperatori “usurpatori” del III secolo e contro le invasioni dei popoli asiatici. In particolare, Franchi, Suebi, Alamanni, Goti e Burgundi aiutarono Aureliano contro la Regina Zenobia, ricevendo l’onore di sfilare in trionfo a Roma nel 270.

Accolti grazie alla tradizionale “hospitalitas” romana entro i confini, ricevettero dei Foedus di “adesione” offerti dal Senato già a fine IV secolo, non appena fu consumata la definitiva scissione dell’Impero fra Pars Occidens (Diocesi di Spagna, Britannia, Gallia-Sette Province, Italia e Città di Roma, Africa) e Pars Oriensis (Macedonia, Mesia,Tracia, Asia, Ponto, Oriente, Egitto): una suddivisione amministrativa su cui si costruì nei secoli a venire la storia dell’integrazione europea.

E quando l’Impero Romano d’Occidente venne definitivamente archiviato (476), quelle popolazioni divennero i nuovi governatori “de facto” delle Dioecesis romane. Dando vita ai cd. “regni romano-barbarici”, che sorsero solo grazie all’abilità dei giuristi di Costantinopoli e alla lungimiranza universalistica degli Imperatori orientali.

Infatti, grazie al Diritto Romano, in particolare all’antico Ius Publicum, fu possibile riorganizzare la parte occidentale in Regna (norma Divisio Regnorum), temporanei ma sempre soggetti all’Auctoritas Imperatoris tradizionalmente associata al Princeps dai tempi di Augusto. Inoltre, la lex romana fu in gran parte adottata dai “new comers” e infusa nei Codici di diritto barbarico emanati nei regna dei Burgundi, dei Franchi e degli Ostrogoti già agli inizi del VI secolo. Atti ufficiali riconosciuti da Costantinopoli, in virtù del ruolo di Rex Gentium et Romanorum che gli imperatori orientali avevano assegnato ai capi delle tribù germaniche/gotiche insediatesi nelle Diocesi.

Peraltro, questo passaggio fu possibile grazie ad un altro strumento giuridico che gli imperatori orientali dovettero utilizzare spesso per gestire le problematiche in Pars Occidens, ossia la concessione del titolo di “patricios” a coloro che detenevano il potere politico-militare effettivo: ciò avvenne in particolare per i generali imperiali Ezio, Stilicone e Ricimero, tutti di origine mista barbaro-romana, decisivi nella lotta finale contro gli Unni e i Goti del V secolo, e capaci peraltro di tenersi buoni i tradizionali alleati sopra citati. Con quell’atto, essi divennero membri del Senatus (Homini Novii) e abilitati perciò agli incarichi nelle Magistrature superiori, nonché a divenire parte integrante della casta aristocratica-clericale romana attraverso i rapporti matrimoniali.

Una prassi che si rivelò utilissima in seguito con i Re barbarici: infatti, Gondebaldo dei Burgundi e Teodorico I degli Ostrogoti ricevettero il riconoscimento a patrizi di Roma; dopodiché allacciarono intrecci matrimoniali con la Dinastia Merovingi che controllava le Gallie; creando così una rete di discendenze di sangue che permise di dare legittimità regale anche alle successive dinastie visigote di Spagna (inclusi i Perez del Regno di Leòn) e a quella franca dei Carolingi!

Il legame di sangue, già pienamente riconosciuto dalla cultura germanica (“stirpe”), divenne perciò il principale mezzo giuridico per tenere in piedi l’Impero Cristiano fino alla sua fine nel XIX secolo. I giuristi bizantini elaborarono, infatti, la teologia regale della “Familia Reges Christianorum” che riconosceva come membri della famiglia “divina” imperiale cristiana tutti i re e discendenti legittimi che accettassero la consacrazione ortodossa e si impegnassero nella evangelizzazione dell’Europa alto-medievale.

Il terzo elemento che permise questa importantissima fase di storia dell’integrazione europea fu la conversione dell’Imperium Romanum al Cristianesimo. Un passaggio di tale portata, complesso e delicato, che preferisco trattarlo nel prossimo articolo. Nel crogiolo di culture, religioni e conoscenze antiche che era diventato l’Impero, frutto delle continue conquiste e annessioni di popoli, civiltà e culti di ogni provenienza, fu proprio l’Evangelo del “cristo” della Giudea (vedi l’articolo di Pasqua) a emergere quale unica religio ammessa e a diffondersi irresistibilmente ai quattro angoli dell’oykumene romana, dapprima, europea, dopo, e mondiale, in ultimo. Ma come e perché ciò avvenne lo vedremo nel prossimo passaggio.

Leggi l’articolo precedente.

LA PASQUA NELLA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

Pasqua cristiana

Oggi i Cristiani di tutto il mondo festeggiano la Pasqua della Resurrezione del Cristo. Una ricorrenza annuale celebrata da quasi duemila anni, ossia da quando Gesù di Nazareth è venuto per annunciare il messaggio di amore e di vita eterna per tutti coloro che lo avrebbero creduto. Un evento che ha cambiato per sempre la Storia umana e la storia dell’integrazione europea.

Il termina Pasqua deriva dall’ebraico pesach, tradotto pascha in aramaico, e sta ad indicare il ricordo della fuga dall’Egitto e della liberazione del “popolo di Dio” dalla soggezione al Faraone. Fatto raccontato nel Vecchio Testamento e divenuto il punto di svolta della storia degli Israeliti: la loro guida, Mosè, scelto da Yaweh a tale scopo, compì una serie di prodigi dinnanzi al Sovrano d’Egitto, che rappresentava il potere regale e divino in Terra, dopodiché guidò le dodici tribù di Israele fuori dal Regno degli Egizi, dapprima nel Sinai, quindi in Palestina.

In quel frangente, Dio raccomandò ai suoi fedeli di segnarsi col sangue dell’agnello, nella notte in cui sarebbe passato a portare la morte fra gli Egizi. Dopodiché intimò loro di ripetere ogni anno la cerimonia in ricordo, col sacrificio e il pasto dell’agnello senza avanzarne. Rito che in parte venne integrato nella celebrazione della Pasqua dei Cristiani (in parte debitori/eredi del culto ebraico), quando tradizione vuole che si mangi carne d’agnello per rinnovare l’Alleanza con Dio attraverso il sacrificio.

Infatti, la Pasqua cristiana ricorda la resurrezione di Cristo, atto d’instaurazione della Nuova Alleanza fra gli uomini e Dio per l’avvento del suo regno in Terra, avvenuta dopo la passione di Gesù e il suo passaggio di iniziazione/purificazione. A differenza della festa ebraica, questa celebrazione non è stata imposta da Dio o da Cristo ma fu definita dal Concilio dei Vescovi nei primi secoli del Cristianesimo, composta dall’Ultima Cena, dalla Via Crucis e dalla Messa di Resurrezione (o rinascita) di Gesù. La data non è fissa ma dipende dal ciclo naturale degli astri: nella prima domenica dopo il plenilunio di Primavera, corrispondente all’Equinozio (che secondo alcuni era la vera data di nascita del Nazareno, il quale per altri invece non è mai esistito).

Qui si apre un grande tema, che è quello della storicità dei fatti raccontati dal Nuovo Testamento, in particolare dai quattro Vangeli canonici: trattandosi di testi antichi e conosciuti sin dai primi decenni dopo la morte di Gesù, per la gran parte degli storici sono considerati documenti originali e quindi attendibili. Gli autori sarebbero alcuni Apostoli o Discepoli del Cristo, quindi suoi contemporanei, che avrebbero lasciato un ricordo scritto di quegli eventi incredibili, avvenuti in un angolo sperduto dell’Impero Romano. Che ha sempre documentato ogni atto pubblico, ma di quell’episodio non ha conservato tracce… Del profeta Yoshua si parla anche nel Corano, nonché in altri cd. “vangeli apocrifi” e in innumerevoli scritti antichi sopravvissuti al rogo della Biblioteca di Alessandria e alla censura del potere. Per cui non resta che crederci, oppure no.

In ogni caso, rimane importante la similitudine fra la Pasqua ebraica (di cui peraltro si hanno tracce solo nella Bibbia…) e quella cristiana: per i primi, era il guado del Mar Rosso quale “passaggio alla liberazione”, abbandonando il vecchio per una nuova vita sconosciuta alla ricerca della Terra Promessa; per i Cristiani, diviene il passaggio alla “nuova vita” grazie al sacrificio dell’Agnello di Dio (Agnus Dei), morto in croce per la salvezza di tutto il genere umano, che tornerà per salvare i credenti e portarli nel Nuovo Regno in Terra. Questa fu la credenza dei Cristiani per duemila anni e fu la concezione alla base di tutta la storia dell’integrazione europea.

Il Messiah di Nazareth è detto anche “uomo pesce” (Ichthys in greco): era una figura dell’antica tradizione mediorientale, quella dell’uomo “unto da Dio” per governare il suo regno. Divenne il simbolo dei primi re cristiani, da Clodoveo I dei Franchi unto con l’Ampolla Santa dal Vescovo San Remigio di Reims, un rituale ripetuto per tutti i sovrani francesi fino alla Rivoluzione Francese. Fu anche il primo esempio di un mito europeo, come lo era la figura del pesce, il simbolo dei primi Cristiani perseguitati, poi ripreso dal ciclo bretone nel “Re-Pescatore” che deteneva il segreto del Graal e lo trasmetteva ai suoi discendenti, e infine ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Questi erano dodici, come gli Apostoli di Gesù nel’’Ultima Cena, altro rituale di iniziazione alla religione cristiana in cui la comunità dei fedeli si divide il corpo (pane) e il sangue (vino ) di Gesù Cristo, «in sua memoria».

Fu l’atto fondativo di una religione incentrata sulla “resurrezione del Figlio dell’Uomo” e sulla missione di evangelizzazione delle gentes nel mondo (cd. “gentili”): questa fu la storia dell’integrazione europea e del Cristianesimo per duemila anni, interpretata e ricordata sia dalla liturgia pasquale del Cristianesimo, sia dall’arte e dalla cultura europea per secoli. Per tutta l’età medievale e buona parte di quella rinascimentale, infatti, le vicende narrate nella Bibbia, i suoi personaggi e le simbologie afferenti, sono divenuti il soggetto unico dell’intera produzione artistica/culturale europea, di cui conserviamo quasi tutto ancora oggi. Si pensi, ad esempio, all’affresco “Ultima Cena” di Leonardo.

Ma si potrebbe parlare anche delle “reliquie pasquali”, usate in età medievale per rinsaldare la fede ed erigere templi cristiani tuttora esistenti: dalla “Vera Croce” ai chiodi della crocifissione, dalla “Lancia di Longino” al volto della “Veronica”, fino al sudario della “Santa Sindone”. Con Giuseppe d’Arimatea, che raccolse “il sangue di Cristo” nella coppa divenuta il Graal, ha inizio un’altra ricca tradizione legata al culto celtico del vaso e della pietra magica (filosofale), che ebbe un’enorme importanza nella storia dell’integrazione europea. Dalle prime missioni dei monaci itineranti irlandesi, che attraversarono l’Europa Occidentale per convertire i barbari (dalla fine del V secolo d.C.) e posero le fondamenta della nuova chiesa cristiana, fra quelle gentes che non erano mai state romanizzate.

Esistono altri aspetti connessi alla Pasqua cristiana, di cui parlo nel mio saggio.
Gesù fu arrestato per aver sobillato il Tempio di Gerusalemme e venne condannato dal Sinedrio del Tempio per essersi fatto passare per “figlio di Dio” e aver predicato per anni diversamente dalle Scritture. Fu infine crocifisso dai Romani per sedizione, con un cartello che lo additava a “Re dei Giudei”: cosa narrata dalle Sacre Scritture, dove egli risulta un discendente in linea diretta, sia per parte di madre che di padre, di Davide, il primo Re di Giuda e di Israele “unto dal Signore”, della tribù di Giuda. Gli appartenenti alla “Casa di Davide” (Sion) sono ancora oggi tenutari del titolo regale, nonché capi della comunità ebraica mondiale, nell’attesa della venuta del messiah ebraico.

Perché gli ebraici non hanno mai riconosciuto Gesù nel redentore atteso e predetto dal Vecchio Testamento, motivo per cui ne imposero lo condannarono a morte ai Romani, i quali non avendo validi argomenti per farlo, alla fine, lo giustiziarono per aver sobillato la folla ed essersi presentato come “re del mondo”, in antagonismo al Divus Caesar regnante nell’Imperium Romanum.

Questo tema divenne centrale nella guerra fra i Cristiani e i pagani durante i primi secoli del Cristianesimo, fino alla conversione di Costantino e alla trasformazione dell’impero in teocrazia, assumendo la missione di diffondere l’Evangelo e di difendere la Ecclesia: fu il compito principale dell’Imperatore dei Cristiani dal 391 fino alla sua scomparsa, nel 1919, tramandato nei secoli col rito dell’incoronazione e dell’unzione a Roma. Rituale che richiamava direttamente la figura di Cristo e segnò l’intero corso della storia dell’integrazione europea. Nel ricordo della Pasqua eterna.

Vedi un libro collegato

IL LUNGO SECOLO DELLA DISINTEGRAZIONE EUROPEA

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Ripercorrendo a ritroso nel tempo il cammino della storia europea, se nel XX secolo le due guerre mondiali hanno trasformato l’antico continente in uno degli scenari di geopolitica globale, sottoponendolo all’autorità internazionale delle due superpotenze e delle grandi organizzazioni universali, il “lungo secolo” che va dalla seconda metà del Settecento alla fine del XIX secolo aveva posto le base per la sua disintegrazione.

Questa affermazione che può sembrare illogica, facendo riferimento al processo di integrazione comunitaria di cui abbiamo parlato in un altro articolo (link), riguarda in modo diretto tutta quella che era stata la storia europea sin dalle sue origini. Infatti, se si rivolge lo sguardo all’antico passato e all’intero percorso millenario che i popoli europei hanno affrontato, s’intuisce immediatamente che l’epoca iniziata con la Rivoluzione Francese (che a sua volta seguiva gli esempi inglese e olandese) ha rappresentato il momento di rottura del processo evolutivo di integrazione europea.

Nel periodo che va dal 1760 circa al 1884 è talmente ricco di avvenimenti innovativi e stravolgenti che gli effetti li stiamo vivendo ancora oggi in tutta Europa.

Sul piano geopolitico, infatti, si ebbe il ritorno del “centro europeo” costituito dagli stati rinati di Germania e Italia (scomparsi alla fine del X secolo, inghiottiti dal Reich), a discapito del millenario Sacro Romano Impero la cui data di estinzione è il 1806, trasformatosi in Impero asburgico (sotto il diretto dominio della casata alsaziana) e nella Confederazione Germanica, per volontà di Napoleone I.

Personaggio che contribuì decisamente al “cambiamento” in atto, sia stravolgendo la cartina politica continentale, sia rompendo una serie di tradizioni millenarie di cui la storia europea precedente era ricolma: infatti, il piccolo generale corso, divenuto Imperatore al termine della tragica Rivoluzione popolare francese, mandò in soffitta in un colpo non solo l’antico Impero cristiano ma anche la Chiesa romana, il Regno di Napoli e di Sicilia, le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, il Palatinato del Reno e il Langraviato di Turingia (feudi di antichissima origine), nonché il giovane Regno dei Paesi Bassi e la Confederazione dei Cantoni svizzeri, annessi all’Impero dei francesi e trasformati in repubbliche popolari.

Inoltre, il Bonaparte apportò riforme al diritto civile europeo (tuttora vigente un po’ ovunque) e diffuse, volutamente, l’ideale della libertà e della democrazia fra i popoli assoggettati al Reich o alle altre monarchie assolutiste/illuminate, instillando quel germe della ribellione che esplose poi maturo coi Moti del XIX secolo, animati dalla nuova cultura che si andava diffondendo in Europa, con epicentro proprio a Parigi (la “ville lumiere”), dell’illuminismo e dell’anticlericalismo.

Il “background” storico-culturale di questa rivoluzione di pensiero e costumi aveva radici nei decenni precedenti, ossia nella ribellione dei sovrani europei alla pesante interferenza e tracotanza della Chiesa romana nei loro affari interni, ancorché nella polemica di natura politica sul cd. “giurisdizionalismo” e sull’istituzione dell’Indice ai testi dei grandi pensatori illuministi (giudicati eretici dai Gesuiti), che portò a molte scomuniche e condanne nei confronti di movimenti emergenti (giansenisti, massoni, illuministi), allo scopo di riproporre il dogma sull’infallibilità del Papa.

Argomenti che suonarono “vecchi” al tempo della prima grande industrializzazione inglese, che animò l’embrione del ceto che dominerà l’epoca moderna, la borghesia, spingendo parte delle élite dominanti ad abbracciare l’illuminismo o le altre forme di Cristianesimo non ortodosso (cd. “irenico” / “illuminato”) e a ridimensionare l’entità e la presenza della Chiesa negli stati cattolici europei.

Fatti che si accompagnarono ad altri fenomeni di ampio respiro, che cambiarono le cose in modo decisivo e tuttora persistente. In molti stati vennero avviate “riforme” di tipo amministrativo, per rafforzarne la burocrazia e la divisione dei poteri politici e sottrarli così al sovrano assoluto (“Leviathan“). La propaganda protestante del Nord-Europa si fuse con l’etica pseudo-cristiana dei “razionalisti” dando vita alle teorie sul progressismo, sul dominio della scienza e delle tecnica, sui diritti umani e sul cosmopolitismo. Era una rivoluzione copernicana, rispetto alle concezioni ecclesiali-tolemaiche e allo stile di vita tradizionalista che si promanava in tutta Europa sin dai tempi più antichi.

Tra le principali trasformazioni iniziate a fine Settecento citiamo: lo “stato moderno” sovrano e centralizzato, gestito dalle corti e dai burocrati, secolarizzato e liberale; l’economia capitalistica, dei commerci globali e dell’agricoltura meccanizzata; nuove forme di società dove prevalevano la mobilità, il pluralismo dei ceti, la tolleranza religiosa e di pensiero, i corpi sociali intermedi, la “sovranità popolare” e gli interessi dello stato; l’affermazione del “giuspositivismo” e del diritto statuale, in luogo degli antichi diritti romano e canonico; infine, il sempre maggiore utilizzo delle scienze e delle discipline tecniche nella gestione pubblica, l’istituzione delle scuole pubbliche e delle università laiche, lo sviluppo delle città quali “centri di potere” ove irradiare il civismo cosmopolita, l’urbanizzazione e l’immigrazione dalle campagne.

I frutti di questa propaganda si raccolsero in epoca post-napoleonica: infatti, se la Conferenza di Vienna aveva ripristinato la situazione politica ex-ante, stabilendo il principio di equilibrio fra gli stati, favorevole allo sviluppo del mercato continentale che tanto interessava alla Gran Bretagna, protetto da alleanze fra Imperi a difendere lo status-quo e la Cristianità (Defensor fide) dai Turchi, gli anni successivi assistettero a processi politici e sociali enormi, sui quali probabilmente agiva la mano esperta di qualche dinastia regnante…

Nel 1830 si resero indipendenti il Belgio, cattolico, liberato dai protestanti olandesi e da secoli di dominio diretto degli Asburgo, posto in mano alla dinastia tedesca dei Sassonia-Coburgo-Gotha (che regnava già anche in Sassonia e al fianco della Regina Vittoria in Gran Bretagna e in seguito anche in Portogallo e Bulgaria) e la Grecia, liberatasi dal giogo mussulmano (dopo quasi quattrocento anni!) grazie all’aiuto delle potenze cattoliche europee, che infatti poi misero sul trono un membro dell’antica casata dei Wittelsbach.

L’esempio ellenico spinse gli altri antichi popoli balcanici, sul finire dell’Ottocento, a ribellarsi al dominio del Sultano di Costantinopoli per ottenere l’indipendenza, così formando i nuovi regni di Romania, Bulgaria e Serbia. Anch’essi però divennero feudo delle casate tedesche dei Wettin e degli Hohenzollern, fra le più antiche feudatarie del Reich e detentrici dei giovani regni di Sassonia e di Prussia. Creati ad hoc da Napoleone nel 1806 all’interno della Confederazione del Reno, assieme a quelli del Württemberg (alla dinastia Urach), di Baviera (Wittelsbach) e di Hannover (Guelfi-Brünswick-Lüneburg): nomi che ritornano.

Già dalla fine del XVIII secolo d.C., l’Europa era sotto il controllo di poche dinastie di ascendenza germanica (anche i Romanov dal 1762 d.C. erano stati sostituiti dalla dinastia regnante in Svezia degli Holstein-Gottorp, ramo cadetto della casa di Oldenburg che teneva anche i troni di Danimarca e di Norvegia). Mentre delle antiche stirpi ‘italiane’ o franche sopravvivevano solo i Savoia e i Borbone, nonché gli Asburgo che potevano vantare una vaga ascendenza carolingia insieme ai Principi di Assia. Le dinastie etniche (visigoti/celtiberi, franchi, anglosassoni, scandinavi, slavi, lituani, russi, boemi, magiari, etc.) che avevano dato origine e forma ai rispettivi regni cristiani, erano ormai scomparse e le continue guerre dell’età moderna avevano stravolto il quadro politico europeo, trasformandolo in consesso di potere gestito da pochissime dinastie tutte imparentate fra loro (nel mio saggio lo definisco “club Europa”): un’oligarchia dinastica che ha guidato l’Europa negli ultimi secoli e l’ha condotta alla situazione attuale del cd. “Nuovo Ordine Internazionale”.

Il Congresso di Berlino (1884) fu la loro apoteosi, con la spartizione del mondo in “sfere di influenza” coloniali e dell’Europa in blocchi stabilizzati, utili solo ai disegni egemonici di von Bismarck. Il quale aveva condotto la Prussia a conquistare la libertà dagli Asburgo, fondando il Secondo Reich e creando il nuovo (bari-)centro del continente insieme all’Italia, aiutata a completare il suo processo di indipendenza dal dominio imperiale franco-asburgico, iniziato qualche tempo prima sotto la guida dei Savoia-Carignano.

Due importantissimi disegni politici che poterono realizzarsi nella situazione sociale e politica dell’Ottocento, intrisa di moti popolari e nazionalistici, del progressismo e della Rivoluzione industriale che ormai dilagava in tutta Europa, con trasformazioni economiche che condussero anche alla fine della “servitù della gleba” in Russia. Una condizione ideale per la nascita di nuovi soggetti sovrani, come il Liechenstein (retto dall’omonima dinastia), il Lussemburgo (in mano ai Orange-Nassau-Weilburg, ramo cadetti della dinastia regnante in Olanda), la Serbia (includeva Albania, Montenegro-Principato e Macedonia, in mano agli Obrenovic), il Principato di Monaco (famiglia Grimaldi) e la Repubblica di San Marino, di fondazione medievale.

Spariva definitivamente lo Stato della Chiesa, annesso al nuovo Regno d’Italia (1871), mentre la Polonia veniva spartita fra Russia, Prussia e Austria (1795), insieme alle future repubbliche baltiche, e si assisteva al cambio della dinastia regnante in molti stati (Danimarca, Grecia, Portogallo, Russia e Svezia). La Spagna viveva un lungo e difficile trapasso dai fasti dell’impero coloniale alla crisi dinastica dei Borbone, fino alla concessione di una Costituzione che diventerà un modello globale. Altra grande innovazione dell’epoca, infatti, furono le carte costituzionali o dei diritti civili e di libertà, “concesse” dai sovrani d’Europa per tenere buoni i popoli in rivolta, sobillati dalle massonerie, dal culto della borghesia e dalla trasformazione economica in atto. Che aveva fra i suoi pilastri la formazione dello “Zollverein”, l’embrione dell’attuale mercato unico europeo, ideato dal solito Napoleone, col quale però finiva la “grandeur” francese e la pretesa egemonia geopolitica sul continente iniziata con i Valois.

Argomenti tuttora attuali e su cui torneremo nei prossimi articoli.

Leggi l’Articolo precedente.

A questo proposito, può tornare utile il mio saggio STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, cui è dedicato questo sito.