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LE AUTONOMIE LOCALI NELL’EUROPA INTEGRATA

The King in Parliament

Durante la crisi generata dal Covid-19 in Italia è riemerso prepotentemente il ruolo di rilievo delle regioni, ed in generale degli Enti Locali, nell’affrontarla e nel contribuire alle decisioni collettive. La Conferenza Stato-Regioni, che non ha nemmeno rilevanza costituzionale, è divenuta lo strumento politico idoneo per mediare fra le esigenze delle comunità locali e le volontà superiori e/o internazionali. Anche i Comuni hanno assunto importanti carichi di responsabilità, sia nella fase dei controlli sanitari che dell’organizzazione logistica dell’emergenza. Non era scontato che ciò avvenisse e che l’organizzazione politico-burocratica nazionale funzionasse, e a dire il vero non ha fatto miracoli…

In ogni caso le Autonomie Locali, che negli ultimi anni erano diventate per l’opinione pubblica sinonimo di disservizio e inefficienza, tanto che molti pensano di abolirle del tutto, hanno recuperato la loro antica funzione di aggregazione dei cittadini e di consiglio/consulto alle entità politiche di grado superiore. Parliamo essenzialmente delle Città, dei Comuni e delle Regioni (o Province) che, ovunque in Europa, rappresentano le istanze più antiche di autonomia e di Πολιτεία della storia dell’integrazione europea.

La prima forma di Comunità politica organizzata nella storia d’Europa fu la Πόλις greca, un ordinamento giuridico fondato solitamente su una costituzione scritta e su leggi consuetudinarie, tramandate nei tempi, che conferivano indipendenza esterna e organizzazione politica interna utili a gestire il “bene comune” nell’interesse dei più. La storia della Grecia antica è ricolma di città-stato in continua guerra tra loro e spesso alleate in leghe/alleanze difensive, nelle quali però le singole città apparivano sempre autonome nella decisione politica e nell’agire. L’esempio più eclatante furono le Guerre Persiane, che spinsero la gran parte delle numerose città elleniche a unirsi contro il nemico comune, seppur conservando la propria identità politica (vedi articolo).

La nuova esperienza di autonomie locali si formalizzò nell’infinita storia dell’Impero romano-bizantino: quando la Res Publica romana (una Politeia latina) iniziò il vasto programma di costruzione dell’Europa Unita (leggi l’articolo), fondò numerosissime nuove città, cui fornì ordinamenti giuridici diversi ma in buona sostanza informati ad un buon grado di autonomia politico-amministrativa. Era il caso dei Municipia, delle Colonie e delle Province, solitamente istituite con una legge speciale (Lex Data) emanata dal Senatus, e in seguito dall’Imperatore in persona, che nel corso del Medioevo ebbero rilevanza giuridico-politica di Persona Ficta in aeternum (vedi Sommario Parte III).

Con l’avvento del Cristianesimo, furono proprio le Civitas autonome dell’Impero ad ospitare le Comunità cristiane (dette “Ecclesiae”), che spesso raggiunsero una forza e una consistenza politica autonoma da soverchiare quella delle istituzioni pubbliche imperiali: si addivenne così ad un compromesso con la riforma di Costantino, il quale riorganizzò il sistema amministrativo imperiale riportando le Civitas e le Province (e anche le Colonie rimanenti) sotto l’Auctoritas dei Vescovi posti a capo delle Diocesi, il grado più elevato di frazionamento dell’Imperium (IV d.C.). Da quel momento il termine “christianòs” non indicò più una minoranza perseguitata per motivi di culto, bensì fu sinonimo di romano. Tanto che da lì in avanti si parlò di “Impero cristiano”, rinnovato nei secoli dall’Impero carolingio, dal Reich, dalla Basileia bizantina e, infine, dallo Zarato russo, nel lungo millenario processo di integrazione europea.

Nel corso del Medioevo, la cristianizzazione dell’Europa (vedi l’articolo) portò alla fondazione di nuove Città (sedi vescovili) o di Contee, Ducati e Marchesati per amministrare le numerose comunità etniche locali nate dalle invasioni barbariche dei secoli V-IX (leggi articolo), perpetuando così l’organizzazione amministrativa dell’antico Imperium rinnovato dalla forza aggregante religiosa. Se queste istituzioni furono rette da membri delle genealogie europee cristiane, altre autonomie locali emersero per volontà dei Cives (Comuni) o in virtù degli eventi (Borghi), necessitando dunque di nuovi ordinamenti giuridici e rapporti di potere con le entità superiori.

Così, nel tardo Medioevo e in età rinascimentale sorsero forme di coordinamento di grado superiore, all’interno dei nascenti stati moderni negli antichi regni dinastici, a tenere insieme un variegato spettro di enti locali più o meno autonomi (con relativi codici di leggi o norme consuetudinarie “propri”): fu il caso delle Diete, delle Corti, delle Camere, delle Corone e di tutti gli altri strumenti normativi utilizzati dai sovrani per controllare i propri regni e preservarne l’unità e l’indipendenza.

L’organizzazione multi-livellare del potere e dell’amministrazione si conservò anche nei secoli dell’età moderna, pervenendo pressoché simile nell’Europa Unita attuale. Non è difficile, infatti, riconoscere nelle Autonomie Locali degli stati europei odierni quelle entità infra-statuali antiche, perenni, eterne, che l’antico Codex elencava col termine di Aeternitas (vedi Sommario Parte V): oltre alle regioni storiche più famose d’Europa (Fiandre, Olanda, Catalogna, Provenza, Sicilia, Baviera, Boemia, Slesia, Carinzia, Moldavia, Macedonia, Livonia, Skania, etc.) o alle città più grandi e antiche (Roma, Atene, Parigi, Saragozza, Lovanio, Amburgo, Augsburg, Chur, Vienna, Venezia, Split, Sarajevo, Istanbul, Costanza, Pecs, Nitra, Gniezno, Uppsala, etc.), l’intero continente è ancor oggi frazionato in Comuni, Città, Province, Regioni o Länder in continuità storica, geografica e politica con le antiche autonomie locali.

Tanto che quasi tutti gli stati membri dell’UE hanno un organo di rappresentanza per le autonomie locali (Camere delle Regioni, Conferenza Stato-Regioni, etc.). Alle quali anche l’ordinamento del Diritto comunitario prodotto dal processo di integrazione europea (vedi articolo) ha dovuto adeguarsi, includendovi il Comitato delle Regioni (con funzioni limitate e consultive) e realizzando un’apposita Politica Comune Regionale che ha per obiettivo la solidarietà fra regioni e aree economiche europee, in modo tale da aumentare il grado dell’integrazione europea. Inoltre, il modello politico dell’UE è certamente improntato al Federalismo, fondato su quel Principio di Sussidiarietà che contribuisce a far funzionare la complessa Burocrazia comunitaria (vedi articolo).

In conclusione, si può affermare che le autonomie locali sono il fondamento della storia dell’integrazione europea! La prospettiva europeistica che, presumibilmente, sarebbe anche in grado di spegnere le istanze di secessione sempre più forti in molti angoli d’Europa e rafforzare, così, la stabilità politica degli stessi stati membri, dovrebbe tenerle in gran conto riconoscendone la specifica identità e il peso “politico” nelle istituzioni di più alto grado. In modo da conciliare meglio il sistema decisionale centralizzato che ha sede a Bruxelles con le necessità locali. In concordia felicitas.

 

Leggi in proposito il Rapporto sul Deficit democratico e questo saggio che analizza i rapporti fra Regioni e UE.

 

LA BUROCRAZIA NELL’EUROPA INTEGRATA

burocrazia

La crisi generata dal Covid19 ha rimesso al centro delle cronache giornalistiche un tema molto antico: il ruolo e il potere della Burocrazia. Soprattutto in Europa, dove i critici appellano le istituzioni comunitarie col termine “euroburocrati”, a causa della prolifica legiferazione di procedure, protocolli, normative tecniche e parametri che spostano sempre più il peso specifico dell’attività esecutiva/amministrativa verso l’insieme di uffici e funzioni che, centralizzati o a livello locale, gestiscono la Res Publica. Tanto da costituire ormai un potentato organizzato e massivo, un apparato di potere che si presenta compatto, gerarchizzato, consolidato nei suoi riti codificati e impenetrabili, che assumono una parvenza quasi sacra all’osservatore. E il motivo di tutto ciò è storico e strettamente connesso alla storia dell’integrazione europea.

 

Sin dalle più antiche civiltà mediorientali e nell’Egitto dei faraoni, tavolette d’argilla o papiri erano utilizzati per registrare dati della contabilità di stato, fiscali, anagrafici e censimenti, nonché i depositi dei beni primari stipati negli empori pubblici, che in ultima analisi formarono le basi della Burocratia e del suo rapporto biunivoco con la testualità codificata. Modelli che divennero prassi liturgica nell’Impero universale di Dario I, il quale mise in atto importanti riforme fiscali e amministrative (Satrapie), in seguito ereditate da Alessandro “magno” e dai regni diadochici.

 

Esempi che anche Roma imitò: già la Res Publica, militarizzata e fondata sul censo e sulle centurie, si affidava ad esecutori delle leggi/decisioni del Senatus, dei Comitia e dei Magisters nonché agli esattori dei tributi (pubblicani), conservando documenti e atti burocratici nel Tabularium. Fu Claudio a istituire le Cancellerie, organi ausiliari legati all’Imperatore da “uomini di fiducia” scelti personalmente per amministrare la finanza, la giustizia, le comunicazioni e gli archivi di stato del Princeps. Adriano, poi, fondò la Res Publica Universalis organizzata sulle leggi romane (Ius Publicum) e gestita da una Burocrazia professionale, legata all’Imperatore dal vincolo di fedeltà e alla sua nominae personale. In epoca imperiale tarda, la figura del Princeps divenne simile al monarca assoluto di tipo ellenistico-persiano, posto al vertice di uno Stato universalistico e gerarchico e di un regime burocratico-militare a carattere dinastico e divino, che si incarnava nella sua sacra persona (Augustus). Con la Tetrarchia ed il Colonato, il cives romanum apparteneva alla terra dove risiedeva motivo per cui doveva versare un contributo fisso annuo all’Aerarium statale. Con la riforma di Costantino I (325 d.C.), l’Imperator divenne il centro di un vasto sistema burocratico-giuridico (Dioecesis): per il Diritto romano, esso rimaneva l’unico titolare del diritto-potere di emettere le leggi (Lex Regia) e di coniare la moneta aurea, al vertice della Ecclesiae Christiana e del Funzionariato imperiale che amministra per suo conto ogni lembo dell’Imperium (vedi articolo).

 

L’Impero bizantino ereditò per intero civiltà, diritto, sistema amministrativo e forma dell’Impero romano e, col prevalere del potere militare, la Corte palatina assunse un ruolo dominante sulle altre classi, sicché i funzionari disseminati su tutto il territorio imperiale e legati direttamente al Basilues assommarono autorità e giurisdizione sempre crescenti (Officia Imperium). In Pars Occidens la funzione amministrativa fu essenziale a costruire i nuovi regna romano-barbarici (ne parlo in questo articolo), assegnata nel generale accordo alla classe dei latifondisti di origine romana/locale, in quanto già conoscitori della materia e stabilmente insediati sul territorio (Comes).

 

Così, il sistema di potere romano-bizantino fu trasmesso all’Impero carolingio, che ne imitò le figure giuridiche e i ruoli, istituendo Balivi e Signori locali sulla falsariga del modello costantiniano: a essi furono affidati i “poteri di banno” atti ad esercitare quelle funzioni esecutive/fiscali un tempo in mano ai burocrati imperiali, grazie all’ausilio delle Schole e dei monasteri benedettini, che nel Medioevo assolsero alle funzioni di registri, anagrafi e depositi dei documenti giuridici “pubblici”. Fu Carlo “magno” a recuperare la tradizione classica fondando la Schola Palatina, mirata alla formazione giuridica dei governatori dell’Impero (Conti Palatini, Missi dominici, Conti) e alla diffusione del latino e dell’antico diritto romano, quali strumenti di redazione degli atti amministrativi (fu persino elaborato allo scopo un particolare stile ortografico noto come “carolino”).

 

Da quel momento, per tutta l’epoca medievale e rinascimentale, nel Reich e nei vari regni resisi sovrani/dinastici (leggi come), il modello amministrativo-burocratico carolingio e ancor più quello romano-bizantino furono l’esempio utile a disegnare lo “stato moderno”, fondato sulle autonomie locali, sulla legge e sulla burocrazia. Ciò avvenne nel Regno di Inghilterra sin dai tempi di Alfredo I “il grande”, nella Francia dei Capetingi e nella Sicilia di Federico II (Constitutio Melfitane, la prima Costituzione statale di ogni tempo!), nella Polonia di Casimiro “il grande” (Starosta) e nello Zarato russo di Ivan III, erede della tradizione giuridico-burocratica dell’Impero bizantino.

 

Il modello centralizzato e autonomista della gestione pubblica europea era consono ad una società pressoché bloccata intono alle antiche classi sociali, all’agricoltura e ai codici giuridici/comportamentali medievali ispirati al Cristianesimo e alla fedeltà al Dominus. Con l’avvento della Castellania si ebbe l’evoluzione dalla Signoria fondiaria sorta sul diritto di proprietà/possesso del feudum cui erano associati doveri/poteri di protezione/amministrazione del contado, ampliati dalle funzioni giurisdizionali e politiche assegnate al Signore locale, nonché dai poteri fiscali, giudiziari e di ordine pubblico concessi dal Re col “diritto di banno”. Altro cambiamento decisivo si ebbe coi Comuni e le relative autonomie politico-giuridiche, nate sul principio solidaristico e dall’alleanza fra Cives (ad conjuratio), orientati a gestire in modo equanime i poteri amministrativi e militari loro concessi (regalia jura) per mezzo dell’assemblea dei liberi cittadini (Concilium).

 

Due riforme che, diremmo oggi, spinsero verso la decentralizzazione del potere, nel momento in cui la formula Rex Imperator in regno suo est diveniva il fondamento della regalità europea: l’estensione della sacralità del Rex nel culto e nella burocrazia permetteva di creare una struttura giuridica gerarchizzata/centralizzata, sottoposta alla guida del Signore-Rex, cui dovettero adeguarsi tutti i vassalli e i sudditi (leggi articolo precedente). Il “principio monarchico” informò i regni europei grazie al sempiterno Diritto romano, che fornì la materia utile all’elaborazione dei concetti di Patriae e Corporation, necessari a ridefinire le istituzioni pubbliche costitutive dello Statum quali la tassazione pubblica annuale (perpetua necessitas), la difesa perpetua della Patria (necessitas in habitu), le relazioni diplomatiche permanenti, la politica estera. Tanto che nell’Inghilterra dei Tudor [XVI secolo d.C.] sorse un regime centralistico con forti tassazioni e limitazioni ai poteri del Parlamento (tendenza tipica dell’epoca) e vide emergere i primi consiglieri politici fedeli al Re (Ministers), ossia gli attuali ministri del governo.

 

Con l’avvento del Diritto statuale [Ius proprium, dal XIII secolo d.C.], peraltro, i regni dinastici fecero della “legge positiva” l’espressione della volontà (o del piacere) del Sovrano assoluto: nella “gerarchia delle fonti” del Diritto positivo si annida il potere democratico elitario tipico, ove l’ordinamento giuridico diventa lo strumento con cui manipolare l’ordine socio-politico e fornire alla società civile “proprie” leggi comuni arbitrarie. Tuttavia, nel Rinascimento, con la retorica dell’“uomo nuovo” ispirata all’etica pseudo-cristiana laica, caratterizzato dalla Protesta religiosa e dal “progresso” delle novità scientifiche, si formalizzarono in Europa (dal XVIII d.C.) in poi le Costituzioni “concesse” dai sovrani, il cd. “stato di diritto”, le libertà personali dei sudditi, la divisione dei poteri politici statuali, l’istituzione permanente degli “stati generali” e la cooperazione fra lo Stato e i soggetti privati. (passarono alla Storia come “riforme illuministe”). Gli esempi più noti sono: il modello burocratico-militarista improntato a metodi scientifico-matematici attuato nel Regno di Prussia da Federico II “il grande”; che ispirò anche lo Zar Pietro I “il grande” nel trasformare la Russia in Impero, con una riforma che cambiò il regime politico-giuridico in stato assolutista; sulla falsariga del modello colbertiano approntato da Luigi XIV in Francia, secondo linee organizzative in senso autocratico, costituzionalista e laico.

 

L’Italia adottò il modello centralizzato della Francia (durante uno dei “giri di valzer” del Regno di Sardegna) nel XVIII secolo d.C., ereditato in seguito dal Regno d’Italia e dalla Repubblica Italiana. Negli ultimi decenni è stato introdotto il metodo tedesco di “efficienza” (eredità prussiana), separando la sfera politica da quella esecutiva ed informando l’intero procedimento amministrativo ai principi del decentramento e della semplificazione. Adeguando così la P.A. italiana a quella comunitaria, a sua volta costruita sul modello burocratizzato tedesco e del Welfare State inglese (Anni Sessanta), aggiornato alle recenti innovazioni tecnologiche e procedurali previste dal format “civil servant” tipico delle organizzazioni globaliste. L’Europa orientale, per decenni succube del sistema sovietico bloccato, verticistico e “dirigista” in mano alle élite burocratico-partitiche, con la “caduta del Muro di Berlino” si è convertita all’acquis communitaire del Diritto dell’UE (vedi cos’è).

 

Oggi, un sistema centralista, burocratizzato, formale, basato sull’informatizzazione digitale e sul “principio di sussidiarietà” costituisce l’Unione Europea, come gran parte degli ordinamenti giuridici degli stati europei, mettendo sempre più in disparte la “politica” e l’aspetto umano nelle relazioni sociali e istituzionali. Perseguendo un’integrazione nel segno dello Stato unitario che ancora non esiste e del “distanziamento” progressivo rispetto alla cittadinanza europea.

 

Leggi la relazione sulla Burocrazia italiana dopo l’integrazione europea.

LINEE DI SANGUE E CONFLITTI DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA

genealogia regale

le genealogie europee

Nell’ultimo articolo abbiamo visto come la storia dell’integrazione europea sia stata anche il risultato dei conflitti di vario genere (religioso, di successione, di potere) fra le dinastie regnanti nei vari regni dell’Ecclesia Christiana, delineando così una chiave di lettura dell’intera storia dell’integrazione europea che si affianca a un’altra chiave, più criptica, legata alle origini e al sangue delle medesime.

Ancora oggi, in Europa sono presenti diversi regni e principati (e fanno parte quasi tutti dell’Unione Europea) che hanno continuità storico-politica con gli antichi regni cristiani, originatisi in gran parte dai regna dell’antico Impero Cristiano e attualmente retti da dinastie emerse nel tardo Medioevo e protagoniste della storia dell’integrazione europea sin dalla metà del Settecento (vedi articolo).

Attualmente, i regni di Danimarca e di Norvegia sono tenuti dalla dinastia Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg-Beck, da cui discendeva anche la dinastia regale di Grecia (fino al 1974), nonché il defunto marito della Regina Elisabetta II del Regno Unito e quindi la prossima dinastia regale. Questa linea appartiene in linea maschile alla casa di Oldenburg, che regna in Danimarca (e Norvegia) ininterrottamente dal 1448, da cui proveniva anche la dinastia cadetta degli Holstein-Gottorp, che regnò in Svezia dal 1751 al 1818 (prima di passare lo scettro all’attuale casa dei Bernadotte) e in Russia dal 1762, fino all’estinzione dell’Impero e della famiglia Romanov nel 1919. Le origini degli Oldenburg sono poco note: il primo Conte di Holdenburg era nipote del mitico Elymar I (vissuto a fine XI secolo), che leggenda vuole essere figlio di quel Lohengrin mitico cavaliere dei Nibelunghi e figlio di Parzival/Perceval, che ci riporta indietro addirittura all’epopea della Tavola Rotonda di Re Artù! Dei Bernadotte si sa solo che l’antenato maschile proveniva dalla provincia francese del Béarn (Pau).

Abbiamo accennato al Regno Unito, attualmente governato dalla dinastia Windsor, nome scelto nel 1917 da Re Giorgio V (nonno paterno di Elisabetta II) per camuffare l’origine tedesca: infatti, egli apparteneva ai Sassonia-Coburgo-Gotha, casata cui riferivano anche i regni del Portogallo (dal 1853 al 1910), del Belgio (dal 1830 a oggi) e della Bulgaria (1908-46), discendente in linea diretta cadetta dall’antica casa dei Wettin, tenutaria per secoli delle marche orientali del Reich, poi del Ducato di Sassonia (Elettori dal 1356) e del successivo regno istituito nel 1803, nonché del Regno di Polonia. Fondatore della dinastia fu tale Conte Burcardo (fine IX secolo), che pare fosse imparentato ai Duchi di Svevia e probabilmente un cavaliere cristiano.

L’origine cavalleresca è comune a molte dinastie regali/ducali europee, soprattutto in età medievale, fra cui i Liechenstein (originari della Bassa Austria), che reggono l’omonimo principato dal 1608, e i Nassau (dal’omonima cittadina tedesca), attuali regnanti dei Paesi Bassi-Olanda (sin dal 1581) e del principato del Lussemburgo (dal 2000 passato in via matrimoniale ai Borbone di Parma), che furono tenutari anche dello scettro di Inghilterra e Scozia (1689-1702) e del Reich (1292-98).

I Borbone, invece, sono l’ultima discendenza in linea maschile dell’antichissima casa franca dei Robertingi: al servizio dei Merovingi (VII secolo), furono elevati a Conti d’Hesabye e si coprirono di gloria contro i Vichinghi con Robert “le fort” (nominato Marchese di Neustria e Conte di Parigi e d’Anjou) e i suoi figli, entrambi Re di Francia (888-98 e poi 992-93) e avi di Ugo “capeto”, fondatore della casa Capetingi che detenne il titolo regale dal 987 fino all’estinzione del Regno di Francia. Questa famiglia aveva fornito varie mogli agli imperatori Carolingi ed era imparentata alle più antiche dinastie ducali di ascendenza carolingia, ivi inclusi gli imperatori Ottoni e i principi russi Rurikidi (rileggi l’articolo). Le sue linee cadette divennero Duchi di Borgogna e Re del Portogallo, Imperatori latini d’Oriente (Courtenay), regnanti in Sicilia (poi solo nel Regno di Napoli) e in Albania, quindi in Polonia e in Ungheria (Angioini), Re di Navarra e di Spagna: da quest’ultimo ramo cadetto dei Borbone (attualmente regnante in Spagna) discende anche la famiglia del Lussemburgo, che fu reggente del Regno delle Due Sicilie e del Ducato di Parma fino all’annessione all’Italia del 1860.

Resta infine, la famiglia Grimaldi insediatasi nel Principato di Monaco dal 1559, che ha origine dalla città di Genova dove è stata famiglia dogale per secoli, praticando l’attività bancaria-mercantile. Essa fu fra le più illustri esponenti del partito italiano dei “guelfi”, insieme agli Estensi, antichissima famiglia italiana da cui discendeva in linea maschile la casa dei Guelfi-Brünswick: da essa proveniva la dinastia cadetta Hanover, che salì sul trono del Regno Unito nel 1714 e vi rimase fino alla morte della Regina Vittoria. Costoro furono nemici implacabili delle dinastie imperiali tedesche, nonché dei Capetingi (sin dai tempi dei Welfen), e collaborarono con la Chiesa di Roma alla disintegrazione dell’Ecclesia Christiana (come raccontato nell’articolo). Inoltre, furono il fulcro dell’alleanza fra casate germaniche del cd. “club Europa”, cui sono legate le sorti della storia d’Europa a partire dal XIX secolo (vedi articolo relativo).

Questa rivalità di sangue percorre tutta la storia dell’integrazione europea, sin dai tempi più remoti: essa ebbe inizio con Alessandro “magno” (leggi l’articolo) e proseguì con l’Impero romano, in particolare con la Gens Julia (leggi articolo), che il mito vuole discendere direttamente dalle divinità dell’Olimpo! Secondo ricostruzioni storiche e in parte mitologiche (da scoprire nella parte IV del mio saggio), esistono legami di sangue diretto fra quelle antiche famiglie e le dinastie imperiali occidentali (Wessex, Carolingi, Ottoni, Salici, Staufer, Asburgo). Inoltre, probabilmente, tutte le dinastie imperiali romane e bizantine ebbero ascendenza nelle antiche gens patrizie della Res Publica Romana, nonché nella progenie dell’eroe per antonomasia, Eracle-Ercole di cui è ricolma l’intera cultura tradizionale europea (ne parlo in questo articolo).

Insomma, a ben guardarla, la storia dell’integrazione europea è un processo iniziato 2500 anni fa circa, quando le civiltà continentali riuscirono a rendersi indipendenti dal controllo dei imperi grandi imperi orientali (da cui comunque si difesero durante tutta la storia europea cristiana), dando avvio alla formazione di quella Ecclesia Christiana madre di tutti gli stati nazionali moderni: sullo sfondo, vi fu la grande contesa fra le dinastie “di sangue blu”, che ressero l’Impero Cristiano dalla sua fondazione fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, e le dinastie emergenti e alleatesi sia nel partito guelfo, che nel fronte protestante, e tuttora regnanti in molti stati europei.

Questa interpretazione storiologica è il sunto del mio saggio intitolato “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI”, cui è dedicato questo blog e il sito, che potete acquistare secondo le modalità indicate.

Per approfondire la storia e le dinastie regali europei, richiedi le Appendici.

L’EUROPA DISINTEGRATA E GLOBALE

Leviathan

Leviathan nella storia dell’integrazione europea

Negli ultimi articoli, abbiamo compreso come la storia dell’integrazione europea sia fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Sia nel processo che ha portato a riunire tutti i popoli cristiani sotto la “tenda di Dio”, sia per le lotte politico-religiose che infine hanno determinato la disintegrazione della Ecclesia christiana.

Inoltre, la storia dell’Europa unita è iniziata con l’avvento dell’Impero universale di Alessandro “detto il magno” (vedi articolo), rinnovato dai Romani ed in seguito dai Bizantini, grazie all’intesa coi Carolingi, con gli imperatori del Reich e con i Principi Rus’. Un processo di integrazione europea animato dalla forza centripeta dell’impero, cui si contrapponevano le istanze di libertà dei vari popoli inclusi, via, via che il confine si spostava a Ovest (coi Romani), a Nord (coi Carolingi) e infine a Est (col Reich e Bisanzio).

Tutto perfetto finché le due supreme auctoritas cristiane furono vive, salde e forti. Ma la lotta intestina portata avanti dalla Chiesa di Roma condusse sia l’Imperatius che il Papatius [cit. Dante] alla decadenza, spingendo così altre forze locali/etniche ad autodefinirsi “sovrane” e a vagheggiare propositi egemonici: fu il caso, in primis, dell’Inghilterra resasi indipendente già a fine IX secolo coi Wessex, sebbene sempre coinvolta nella Ecclesia universalis e nelle vicende continentali, soprattutto durante la Guerra dei 100 anni (1337-1453) contro la rivale francese per il controllo delle ex-Diocesi in Pars Occidens, obiettivo dei Plantageneti fino alla loro estinzione avvenuta con la Guerra delle Due Rose (1445-1485).

La stessa Francia, assoggettata per secoli all’autorità imperiale del Reich ed al potere economico delle Fiandre, si dichiarò indipendente nel 1215, a seguito della vittoria nella “Battaglia delle nazioni” contro l’Impero alleato ai Plantageneti, con la famosa enunciazione “rex imperator in regno suo est, superiorem non reconosces” emessa dal re Filippo II Augusto.

Da quel momento ogni “nationes” cristiana europea si sentì libera di inseguire i suoi sogni di libertà e di potere: così, mentre i regni cristiani della Spagna combattevano la loro guerra di liberazione dall’occupante mussulmano (che nel 1212 aveva visto la grande vittoria nella Battaglia di Las navas de Tolosa), dentro il Reich si scatenava la guerra intestina dei Guelfi (leggi qui), conclusasi con la disfatta della dinastia regnante ed il lungo Interregnum del XIII secolo; di cui approfittò la famiglia degli Angioini (cadetta dei regnanti francesi), alleata alla Chiesa di Roma, per accaparrarsi i regni di Sicilia, di Albania, di Ungheria e di Polonia (dal 1266 al 1399); accerchiando l’Impero che nel frattempo era passato in mano ai Luxembourg (1308-1477), prima di tornare per sempre alla Casa d’Asburgo; l’ascesa della famiglia lussemburghese era passata attraverso il Regno di Boemia (ricevuto in dote da quel Giovanni morto sul campo di Battaglia di Crecy nel 1346, affianco ai francesi contro le truppe dei Plantageneti), che aveva visto l’epopea di Ottocaro II dei Premyslid; il quale si era annesso tutti i feudi austriaci, nel tentativo di creare un grande stato orientale, ma fu sconfitto e ucciso sul campo dal nuovo Kaiser Rodolfo I d’Asburgo e dai rivali di sempre ungheresi (1278); i quali, sotto la dinastia magiara degli Arpad, avevano creato uno stato che segnò per secoli il limes cristiano a Est, soprattutto dopo aver annesso la Croazia e la Slovenia e trasformandosi in Corona unita (1305); nell’area bizantina-ortodossa, invece, la scomposizione dell’Impero romano a seguito della IV Crociata (1204) aveva dato forza alle istante di libertà e di potenza del Regno di Serbia, la cui dinastia regnante dei Nemanja si era addirittura insediata sul trono dell’Epiro (1359-1385), preparando l’avvento della “grande Serbia”, rivale dell’Impero dei Bulgari che aveva continuità storico-politica dal VII secolo; più a Est i Principati Rus’, saldamente sotto il controllo dell’antica dinastia dei Rurikidi di Kiev, dovettero confrontarsi col dominio del Khanato dei Tartari, da cui si liberarono definitivamente nel 1380 nella Battaglia di Kulikovo; a Nord, invece, la Scandinavia aveva preso la via dell’unionismo politico dando vita alla Lega di Kalmar (1397), all’estinguersi di tutte le dinastie regnanti discendenti dalla mitica Casa di Münso, mentre la Scozia tornava alla piena indipendenza dall’Inghilterra con Robert the Bruce (1306) e poi con la casata Stuart; infine, il Portogallo divenne regno autonomo con la dinastia dei Cavalieri dell’Ordine Aviz (1385) mentre la Svizzera conquistava la sua indipendenza (1499) grazie all’alleanza francese contro i Duchi di Borgogna e l’Impero.

Il consesso politico europeo di fine XV secolo vedeva, quindi, emergere regni sovrani e dinastici, rispondenti in gran parte ai territori occupati dai popoli “barbarici” che a partire dai primi secoli dell’era volgare avevano popolato l’Europa ed erano poi stati cristianizzati dall’Impero. Tenuti da antiche dinastie etniche che, una dopo l’altra, si estinsero lasciando i propri regni alle famiglie regali occidentali, in gran parte legate o discendenti dai Carolingi e dell’antica Familia Reges Christianorum. Nello scenario pluralista di quel tempo nacque l’Imperatore Carlo V d’Asburgo (1519): il quale ereditò tutti i regni di Spagna, nonché era tenutario della Borgogna (il Benelux attuale), del Regno di Sicilia (Italia Meridionale) e dell’Impero (Germania, Boemia e Austria). Egli proseguì la politica matrimoniale di suo nonno, l’Imperatore Massimiliano I, tanto da poter controllare, coi fratelli e sorelle, praticamente tutti i regni cristiani d’Europa. Si aggiungano le immense colonie americane, scoperte da poco da C. Colombo per il favore del Regno di Castiglia, e si comprenderà la sua famosa frase “nel mio regno non tramonta mai il sole”. E infatti, egli dedicò la vita a ricostruire quella ResPublica Christiana che era il sogno unitario degli Europei cristiani dai tempi di Carlo Magno! (a questo di deve la scelta del nome, oltre che in onore al bisnonno “temerario”, ultimo della casata di Borgogna morto sul campo nella Battaglia di Nancy contro gli Svizzeri)

Ma l’Ecclesia universalis christiana, nata dall’antico Impero romano (vedi articolo) e sostenuta dall’antico Ius Publicum inscritto nel Codex giustinianeo, andò in pezzi di fronte alla Protesta religiosa: ne seguirono decenni di “Guerre di religione”, risoltesi con la Pace di Westfalia (1648), che istituzionalizzò lo status quo politico-multietnico degli stati sovrani che si riconoscevano reciprocamente, seppure come frazioni di un’unica entità religiosa nell’unico stato mondiale che avrebbe incluso, ben presto, tutte le colonie conquistate sulla Terra. Questa situazione favorì le innumerevoli guerre per il potere, per la successione ai troni vacanti, per l’indipendenza dei popoli o il controllo dei mari e delle colonie, che interessarono l’Europa nei secoli XVI-XIX, attraverso quel processo di disintegrazione europea (vedi articolo) che si concluse con la grande carneficina della Prima Guerra Mondiale.

Gli stati europei costruirono immensi imperi coloniali nelle Americhe, in Oceania, in Africa e in Asia, dove applicarono le leggi proprie e lo Ius Publicum Europeum, anche se con notevoli differenze: infatti, mentre per tutte le nazioni continentali (inclusa la Russia) vigeva ancora l’antico Diritto romano, seppure rimodellato alle esigenze del momento (vedi Sommario Parte II), per le potenze marittime di Inghilterra e Olanda (o Paesi Bassi) divenne centrale l’ordo novus liberistico/individualistico del “diritto del mare”, che concedeva loro il dominio assoluto su ogni essere e territorio inclusi nel grande spazio infinito degli oceani planetari. Fu la base del grande cambiamento culturale che si andava diffondendo nel mondo e avrebbe travolto l’Europa a breve.

Infatti, con le rivoluzioni civili inglese, americana e francese presero piede le idee degli illuministi e dei razionalisti formati dalle università calviniste di Amsterdam e di Ginevra, protetti dai principi protestanti del Nord (Tudor, Vasa, Oldenburg, Hanover, Coburgo-Gotha, Hohenzollern, Orange-Nassau, Assia). Che si tramutarono nelle riforme politiche ed economiche dei cd. “re dispotici illuminati” di fine XVIII secolo e confluirono nei moti popolari della prima metà dell’Ottocento e nelle ultime guerre di indipendenza del XIX secolo, all’origine della frammentazione dell’Europa negli stati sovrani nati per “gemmazione” dall’antico Impero Cristiano. La nuova base di comunanza fu il Diritto Internazionale, che dalla seconda metà dell’Ottocento vide la continua prolificazione di trattati sui rapporti fra gli stati, di conferenze internazionali tematiche, intervallate da guerre e paci parziali, pur sempre nell’ambito dell’antico Ius Publicum Romanum e sotto il cappello dell’Ecclesia Christiana. Fino, appunto, al disastro del 1919 e all’avvento del Nuovo Ordine Mondiale, fondato sul diritto del mare e sul dominio universale di Leviathan.

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LA DISINTEGRAZIONE DELLA CHIESA

san pietro

San Pietro

Nei precedenti articoli, abbiamo compreso come la storia dell’integrazione europea sia fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Che è anche storia della Chiesa Romana, per assurdo divenuta invece il principale elemento di disintegrazione della Ecclesia christiana! Vediamo come.

Dopo le liti col Basileus di Bisanzio in merito alla titolarità delle potestas cristiche, di cui il Vescovo romano di arrogò quella in spiritualibus in Pars Occidens (fine V secolo d.C.), si giunse allo scontro dogmatico in merito alla questione dell’iconoclastia [726 – 843]: secondo la concezione orientale del sacro, adottata anche da musulmani ed ebraici, le divinità non potevano essere rappresentate nelle immagini, a differenza di quel che invece praticava la Chiesa romana con la figura di Cristo.

La lunga contesa divenne l’occasione per i sacerdos dell’aristocrazia clericale romana per rompere definitivamente i legami con Costantinopoli e legarsi alla nuova potenza militare occidentale: i Franchi. Avvenne così che, approfittando della regnanza di Irene considerata illegittima imperatrice in quanto donna, il Papa offrì a Carlo Magno la corona di Imperatore durante la messa di Natale dell’800, con tanto di cerimonia regale che riprendeva le liturgie dell’antico Impero romano. Il sovrano franco fu incoronato da Leone III, eletto e contestato da una fazione delle famiglie papaline (cd. “Nobiltà Nera”) che dovettero però soccombere davanti alla presenza del nuovo Defensor Fidei occidentale.

Ovviamente, l’accordo con i Franchi non piacque ai Bizantini (che intanto avevano cambiato dinastia, alla casata Frigia tramite il matrimonio con una nipote di Irene), i quali concessero al Carolingio il titolo di Imperator Christianorum, posto un gradino sotto: ad esso erano sottomessi tutti i vassalli dell’Imperium in Pars Occidens, nonché lo stesso Papa. Questo schema perdurò per secoli, in un periodo buio per la Chiesa che fu oggetto di continue lotte di potere e protagonista di episodi “barbari”, come il processo al cadavere di Papa Formoso o le manovre di potere di Marozia, amante, moglie e madre di pontefici, che comandò a San Pietro per decenni, cui potrebbe far riferimento la leggenda della “Papessa Giovanna” (IX secolo).

Il soglio pontificio era da sempre un affair dell’antica famiglia dei Tuscolo, feudataria del nucleo originario del Patrimonium Petri e salita sul soglio papale già nel V secolo con San Leone I “magno” (colui che aveva fermato Attila). Ritornata con Benedetto VIII (nipote di Marozia), fra scandali, corruttele, omicidi e morti sospette degli stessi Vescovi di Roma (il nipote, Benedetto IX, vendette il titolo e se lo riprese per ben tre volte!), capeggiò la fazione che combatté contro i Papi “non romani” del X secolo, scelti dagli imperatori Ottoni e Salici per sviluppare la missione evangelica, fra cui Silvestro II (Gerberto d’Aurillac) che fu il mentore dell’imperatore Ottone III.

Il giovane sovrano sassone era nipote di Basilio II e Costantino VII dei Macedoni, che avevano debellato i Bulgari e ricostruito l’antico Imperium Romanum insieme al Reich e ai Principi dei Rus’ (vedi articolo precedente): un progetto osteggiato dalle antiche famiglie papaline romane/ebraiche, probabilmente responsabili della morte del puer mentre era in attesa dell’arrivo a Roma della promessa sposa Zoe, figlia di Costantino VII. Costei tornò quindi a Costantinopoli e regnò per decenni, insieme ai suoi numerosi mariti e alla sorella “porfirogenita” Teodora (l’ultima dei Macedoni), nel periodo in cui si consumò lo “scisma d’Oriente” della Chiesa bizantina-ortodossa sulla delicata questione del “filioque” (quindi ancora una volta sulla figura del Cristo e a causa di una donna…).

Quello fu un momento di rottura totale, sia in Occidente che in Oriente: infatti, nella capitale imperiale salì sul trono Isacco I Comneno, capofila di un gruppo di dinastie (Dukas, Angelos, Lascaris) che resse l’Impero fino al XIII secolo, probabilmente discendente da antiche gens romane e imparentate ai Carolingi; a Roma, invece, ebbe inizio l’epoca “ribelle” della Chiesa Romana, a partire da Papa Gregorio VII e il “partito guelfo”. Il nuovo eletto sancì la supremazia del Papa sull’intera Ecclesia Universalis (quindi anche sul Basilues!) e il suo diritto-potere di scomunicare qualsiasi fedele dal dovere di fedeltà al signore (che era il fondamento del Feudalesimo!), nonché la summa potestas in spiritualibus da cui conseguiva il suo ruolo di lex divinis animata, che consentì ai pontefici di emanare norme di Diritto Canonico. Intorno ai Papi andò così a formarsi un gruppo di potere che faceva capo alla dinastia Guelfi-Brünswick, nata dall’unione della casata estinta dei Welfen (re di Borgogna) e degli Estensi, possidenti di enormi latifondi e feudatari in Germania (Baviera e Sassonia) e in Italia (Tuscia e Canossa).

Quel che seguì fu l’ininterrotta lotta di potere fra famiglie papaline romane/ebraiche e gli imperatori occidentali e orientali: la “lotta per le investiture” [1076-1022], per il potere di nomina a funzioni civile dei vescovi nel Reich; il confronto giuridico sulla lex regia, che secondo i Papi era di loro competenza (Decretum Grazianii, 1140), da cui si addivenì al compromesso del Diritto comune (“utrumque ius”); la guerra finale dei guelfi contro gli imperatori Svevi (casa di Staufen), che vide l’interferenza dei Papi nelle vicende politiche imperiali (elezione di Ottone IV) e alleati agli Angioini di Francia (regno che grazie alla contesa infinita fra le potestas universalis cristiane si era resa indipendente nel 1215!).

Nel contempo, la Chiesa romana aveva avviato una vasta strategia anti-imperiale che portò: alla destabilizzazione dell’Impero bizantino con la IV Crociata (1204), diviso fra le dinastie “guelfe“ fiandresi e i legittimi titolari; alla destituzione della famiglia imperiale occidentale e ad un lungo periodo di Interregnum (1257-1273) manipolato dai Papi, conclusosi con la vittoria militare e l’incoronazione di Rodolfo I d’Asburgo; alle Crociate in Terra Santa (ma poi ne seguirono altre, più cruente, contro i Vendi e i catari), che portarono allo scontro totale coi mussulmani selgiuchidi e all’istituzione degli ordini dei monaci-guerrieri legati e fedeli univocamente al Papa (fra cui i Cavalieri Templari); sostenuti economicamente e sul piano logistico dalla Congregazione di Cluny, anch’essa organica al Patrimonium Petri e coinvolta nella Reconquista della Spagna e nel network finanziario costruito dai Templari.

Un sistema di potere economico e politico che divenne, a lungo andare, inviso ai re cristiani europei: tanto che Filippo IV di Francia compì un atto inaudito, sequestrando il pontefice Bonifacio VIII dopo che questi ebbe ribadita la supremazia papale e istituito la teocrazia romana (bolla Unam Sanctam, 1302). Fu l’inizio dell’epoca più difficile della Ecclesia Christiana, ridotta in “cattività” ad Avignone, guidata da Papi scelti dal sovrano francese e sostenuti dai regni occidentali, mentre il Reich e il resto delle monarchie europee tenevano per l’”antipapa” romano. Venne definito “Scisma d’Occidente” e durò fino al 1417, quando le famiglie romane dovettero allargare il soglio pontificio ad altre ricche famiglie italiane (superando un divieto che durava da oltre mille anni!), costituendo giuridicamente lo Stato della Chiesa (1378).

Sembrava la fine di un’epoca nera, invece ne seguì una anche peggiore. Infatti, i Papi continuarono a considerarsi “re supremi della cristianità” e iniziarono a partecipare ai conflitti bellici in Italia, nel tentativo di riunificare l’antica Diocesi ed estromettere per sempre le potenze straniere. Nonostante la Pace di Lodi (1454), lo stato papalino mosse guerra alle signorie del centro Italia (soprattutto coi Borgia), si immischiò nella contesa aragonese-francese sul Regno di Napoli e partecipò alla Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia (1508), che provocò la fuga dei ricchi banchieri e mercanti verso i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

Nel XVI secolo, la Chiesa Romana era ormai sinonimo di “corruzione” per i fedeli di tutta Europa: un luogo dove gli scandali (molti Papi avevano amanti e conducevano una vita dissoluta, Alessandro VI ebbe persino dei figli!) e le pratiche simoniache non mancavano. Fu proprio la concessione (remunerata) delle indulgenze (che servirono alla costruzione della Basilica di San Pietro in Vaticano) a provocare l’insurrezione del mondo germanico e a scatenare la Protesta. Dapprima fu Enrico VIII dei Tudor a dichiararsi capo della Chiesa Anglicana (replicando il modello cesaropapista bizantino), staccando così per sempre l’isola britannica dall’Ecclesia Universalis Christiana. Quindi fu il momento dei principi del Reich che abbracciarono le “Tesi di Lutero”, fino al punto di dichiarare guerra all’Imperatore (Lega di Smalcalda, 1531): il risultato fu una nuova scissione, questa volta delle diverse “confessioni” protestanti che, nei decenni a seguire, portarono alla formazione delle “chiese del nord”. Lo stesso Carlo V aveva avuto difficoltà a rapportarsi coi pontefici, tanto da consentire il “sacco di Roma” (1527) per porre fine alle intemperanze dello Stato della Chiesa e del suo più potente alleato, il re di Francia, aprendo così la strada al Concilio “controriformista” di Trento (1545-1563).

Ma l’Ecclesia Universalis Christiana, nata dall’antico Impero romano (vedi articolo), ormai era definitivamente infranta e l’unità persa per sempre. Come potrete scoprire leggendo il mio saggio.

Per approfondire la storia della Chiesa Romana, leggi anche questo libro.

L’INTEGRAZIONE EUROPEA FRA PREDICHE E GUERRE

sanbenedetto

Come ho già scritto nel precedente articolo, la storia dell’integrazione europea è fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. In particolar modo all’azione di cristianizzazione del continente portata avanti senza soluzione di continuità dal V al XII secolo d.C., in ogni direzione e latitudine.

Con la fondazione dell’Impero Cristiano ad opera di Costantino I, e ancor più con la svolta integralista di Teodosio I, si acuì il senso missionario ed evangelico dell’entità politico-militare più potente dell’antichità. Attraverso il ruolo degli Arcivescovadi e dei Patriarcati, proseguì la missio apostolica di convertire alla nuova religione tutte le gentes incontrate (in ossequi alla volontà di Gesù stesso), cui diedero un enorme contributo i monaci itineranti e, in modo diverso, i nuovi Imperator in Pars Occidens.

A seguito delle invasioni barbariche, le popolazioni germaniche e gotiche erano penetrate nel Limes romano per stanziarsi nelle diocesi occidentali: di cui divennero i nuovi regnanti per conto dell’Imperatore Romano di Costantinopoli, in virtù del loro atto di conversione al Cristianesimo che apriva le porte all’ingresso delle dinastie regali nella Familia Reges Christianorum guidata dal Basilues bizantino. Che era il Defensor Fides e il capo della Ecclesia Christiana ortodoxa.

Questo aspetto fu il movente che spinse i Bizantini ad attaccare i regna occidentali che ancora abbracciavano la corrente dell’Arianesimo, dichiarata “eretica” già dal I Concilio ecumenico del 325. Accadde quindi che, a causa della Guerra Greco-Gotica e del contemporaneo attacco dei Franchi al Regna dei Burgundi e ai Visigoti, la carta geopolitica europea cambiasse: a metà del VI secolo d.C. l’Italia era nuovamente in mano ai “romaioi” e alle aristocrazie terriere e senatorie, mentre l’intera Gallia finiva sotto il controllo dei Merovingi, che avevano spinto i rivali goti in Spagna, dove dovevano coabitare con gli Svevi e con le legioni bizantine che si erano riappropriate delle antiche colonie greche mediterranee.

In quel frangente bellicoso e confuso, vennero fondati i primi monasteri cristiani in vari punti dell’Europa occidentale: luoghi di fuga mundi e di vita associata costruita sul rispetto del Padre (Abate) e della regola benedettina. Intanto, nella lontana Irlanda, San Patrizio dava vita ad un movimento monastico itinerante che divenne essenziale per recuperare l’Evangelo e diffonderlo alle tribù germaniche che occupavano ormai stabilmente le antiche Diocesi romane.

Avvenne perciò che, in varie ondate, i monaci irlandesi organizzati secondo l’antico modello sociale del “clan”, tipico delle società parentali e in particolare del mondo celtico (sopravvive ancora oggi), riuscirono a convertire popoli interi col “battesimo per immersione nei fiumi” come praticato da San Giovanni Battista (colui che aveva battezzato Gesù) e con la predica della novella cristiana, adattata agli stili linguistici celtici e folcloristici locali.

Visto il grande successo ottenuto da quelle campagne di cristianizzazione, la Chiesa di Roma non poté rimanere inerme e diede via ad azioni apostoliche in Inghilterra e in Ungheria, dove vennero istituiti gli Arcivescovadi di Canterbury e di Veszeprem, epicentri di una rinnovata missione evangelica rivolta agli Anglosassoni (avevano invaso la Britannia all’inizio del V secolo d.C.) e ai Magiari (insediatisi nella Pianura Pannonica e protagonisti di continue incursioni nell’area imperiale per secoli). Anche la Chiesa di Costantinopoli promosse le sue opere di cristianizzazione di nuovi popoli provenienti dalle steppe asiatiche e insediatisi nelle regioni di Tracia, Dacia, Moravia, Pannonia e nelle pianure russe.

Popolazioni slave e finniche che si erano insediate da tempo anche più a nord, nelle regioni baltica e della Pianura Sarmatica, appena fuori dal Limes carolingio ma fonti di costanti problematiche. Gentili che, comunque, il mandato politico-religioso del Reich non poteva certo ignorare e doveva convertire al Cristianesimo, per includerle sotto la “tenda” della Ecclesia universalis guidata da Costantinopoli.

Stiamo percorrendo un ampio periodo storico a grandi falcate, ma serve a tracciare le linee fondamentali della storia dell’integrazione europea, iniziata già in epoca romana e proseguita senza sosta fino ai giorni nostri. Potete approfondire questo argomento nel mio libro, in particolare nella Parte III.

Sul piano politico, alla fine dell’VIII secolo la dinastia dei Carolingi aveva spodestato i regnanti franchi considerati “inutilis” dal Papa perché non contribuivano all’impegno missionario, nonostante fossero unti e ordinati allo scopo. Così, iniziò una rinnovata azione missionaria dei Franchi, condotti dal più “grande” di loro, Carlo, a conquistare e sottomettere tutti i popoli germanici fino alle rive dell’Oder: ad essi fu imposta la conversione cristiana per legge (Capitolare de Partibus Saxonie, 782 d.C.) in ogni angolo di Sassonia, Turingia, Brandeburgo, Boemia, Austria e Carinzia.

Regioni che corrispondevano ai nuovi feudi disegnati da Carlo Magno, perpetuando il modello delle antiche diocesi romane nei “moderni” Arcivescovadi e Circoscrizioni ecclesiastiche. Marche, Ducati e Contee palatine che l’Imperatore cristiano assegnò in dote ai propri vassalli, in cambio della loro fedeltà e piena collaborazione, con l’impegno ad amministrarle in modo economico efficiente e a civilizzarle secondo la visione cristiana della vita. Un progetto politico elaborato nel segno della cultura classica greco-romana e dell’insegnamento biblico curato nei monasteri benedettini e diffuso agli amministratori del Reich nelle Schole istituite da Carlo (al proposito, vedi il libro di Simonetti).

Si parlò di “Rinascita Carolingia”, una vera e propria rivoluzione culturale pianificata e organizzata a tavolino, che venne ripresa dalla successiva dinastia imperiale degli Ottoni (che erano Sassoni) ed era simile al programma di cristianizzazione dei popoli orientali condotto, poco tempo dopo (fine IX secolo), dalla nuova dinastia imperiale bizantina dei Macedoni.

Costoro dovettero difendersi da continue invasioni dei Bulgari, degli Slavi e dei Rus’, mentre sul fronte orientale dovettero fronteggiare le incursioni dei tradizionali rivali Parti e dei nuovi “monoteisti” Arabi, guidati da Maometto alla conquista del mondo in nome della fede islamica. E dopo alterne vittorie e sconfitte, riuscirono ad avere le meglio su tutti i nemici, imponendo la cristianizzazione dell’Europa orientale con i Vescovadi e le missioni monastiche iniziate da San Cirillo in Moravia: costui inventò uno speciale alfabeto derivato dal greco per poter comunicare con le genti slave, che col tempo divenne l’attuale cirillico. Sorsero così le nuove diocesi di Bulgaria, di Serbia e di Russia, cui fu concesso l’onore della fondazione di un Patriarcato, posto sullo stesso livello di quelli più antichi di Costantinopoli, Antiochia ed Efeso.

La collaborazione coi Rus’ e coi Bulgari portò addirittura alla concessione del titolo di Czar (Cesare in slavo) ai capi dei rispettivi popoli, cui fu riservato persino l’onore di ricevere in sposa una donna della famiglia imperiale, potendo così entrare anch’essi nella Familia Reges Christianorum. Un privilegio che venne concesso anche al futuro Imperatore occidentale, Ottone II dei Sassoni, divenuto pertanto il Kaiser (Cesare in tedesco) d’Occidente e perpetuatore dell’antico Imperium Romanum. Un soggetto politico che ormai si estendeva dai Pirenei al Mar Baltico, fino agli Urali, all’Anatolia e all’Italia peninsulare.

Rimanevano fuori dall’Auctoritas bizantina le antiche diocesi di Britannia e Spagna, nonché tutta l’area scandinava-baltica. Qui, la cristianizzazione era avvenuta in modi diversi, ma collegati.

La penisola iberica era caduta in mano ai mussulmani dal 711, i quali minacciavano l’Europa continentale dalle isole strategiche di Baleari, di Malta e di Cipro e presero anche la Sicilia (853): ad essi, si opposero alcuni principi goti del nord, che in breve tempo riuscirono a formare piccoli regni cristiani (Galizia, Leòn, Castiglia, Navarra e Aragona) appoggiati dall’Impero carolingio e dalla Chiesa Romana, iniziando così una lunga guerra di liberazione nel nome del Cristianesimo (Reconquista).

L’Inghilterra invece, divisa in tanti regni sempre in guerra fra loro, venne unificata dalla dinastia britannica dei Wessex: con Alfredo I formarono un regno indipendente e unitario delle diverse etnie presenti sull’isola (Celti, Britanni, Anglosassoni, Dani, e Normanni), in nome del Cristianesimo e sul modello giuridico imperiale carolingio, grazie all’aiuto di Magister latini (irlandesi e sassoni) nominati alla guida della Chiesa locale.

La definitiva fusione ai Normanni del Regno di York avvenne col Re Canuto II (1041), figlio di quel Knut “il grande” che aveva già unito la Danimarca alla Norvegia e governava lo Schleswig e la Pomerania per conto del Kaiser Corrado II: che accompagnò a Roma a ricevere la Corona Ferrea e nell’occasione si fece battezzare al Cristianesimo e fu riconosciuto Imperatore della Scandinavia. Una regione che aveva ricevuto diverse missioni evangeliche partite dall’Arcivescovado di Amburgo, ma con scarsi esiti, fino appunto all’avvento della dinastia dei Skjoldung.

Nell’area baltica, invece, la cristianizzazione avvenne in maniera cruenta, ad opera dei Cavalieri Teutonici ordinati dal Papa allo scopo di civilizzare i Balti e gli Slavi del nord, a fine XII secolo: l’azione violenta dei miles christianorum fu accompagnata dalla fondazione di Arcivescovadi a Riga, Tallin e Turku, sottoposti alla giurisdizione del Deutsche Orden istituito dal Kaiser nel 1235. Un’entità politica che presto entrò in rotta di collisione coi regni di Polonia, di Boemia e d’Ungheria, istituiti già a fine X secolo per volontà del Kaiser e con l’incoronazione papale atta ad includere anche i Polani, i Boemi e i Magiari nella grande Ecclesia cristiana. Anche mediante matrimoni con donne di casa imperiale e con l’azione evangelica dei nuovi Arcivescovadi di Gniezno, Danzica, Cracovia, Breslavia, Praga, e altri tutti dipendenti dalla sede di Magdeburgo.

Pertanto, a fine XII secolo tutta l’Europa era cristianizzata e sottomessa all’autorità imperiale di Costantinopoli, da cui dipendevano direttamente i Patriarcati ortodossi e, in modo indiretto attraverso il Rex Romanorum, anche gli Arcivescovadi occidentali e tutti i regnanti cristiani, ad eccezione di quelli inglesi, irlandesi, scozzesi e ispanici.

L’INTEGRAZIONE DEL CRISTIANESIMO

Costantino

Costantino I

La storia dell’integrazione europea è fortemente e indissolubilmente legata alla storia del Cristianesimo. Non solo dal punto di vista religioso, sebbene per secoli ogni angolo del continente sia stato pervaso dal culto di Gesù “il cristo”, quanto per il fatto che la formazione degli stati nazionali e delle relative comunità civili ne ha subito il profondo condizionamento, tanto che l’Europa è riconosciuta da tutti come la terra dei “cristiani”.

Anche se l’origine della religione cristiana è in Palestina, all’incirca 2000 anni orsono, quando Yoshua ben Yosif della stirpe di Davide iniziò la sua missione evangelizzatrice sia nel Regno di Giudea, sia nelle aree circostanti alla valle del Giordano e di Israele, sotto la regnanza di Erode “detto il grande” e dei suoi figli (di stirpe edomita, discendenti da Esaù, fratello di Giacobbe-Israele antico avo di Gesù), a loro volta assoggettati alla dominanza militare di Roma.

La Palestina era la “terra promessa” al popolo israelita, ossia ai discendenti delle 12 tribù generatesi da Giacobbe e destinatari di un premio di Dio se lo avessero seguito nella fuga dall’Egitto (vedi articolo sulla Pasqua) e gli fossero rimasti sempre fedeli. Con quello spirito, riuscirono così a raggiungere quel luogo, a conquistarlo e formare il Regno di Israele, sottoposto all’autorità di YHWH. Che dal 966 a.C. andò a risiedere stabilmente all’interno del Tempio, eretto e dedicato in suo onore da Re Salomone.

In seguito, avendo perso la fede nel “dio unico” del deserto, gli Israeliti furono puniti con la sottomissione ai Babilonesi (che li deportarono in massa a Babilonia e in parte li dispersero), cui seguì la conquista dei Persiani ad opera di Ciro “il grande” (nel VI secolo a.C.), divenuto il nuovo Messiah del Signore sulla promessa di riedificarne il Tempio a Gerusalemme.

Intorno al palazzo divino si riformò la comunista israelita, ormai divenuta “ebraica” sia per la riforma religiosa intercorsa, sia per il mescolamento dei sopravvissuti delle tribù originarie con altri popoli semiti, sottoposti all’autorità dei Sacerdoti sadducei del Sinedrio. I quali, secoli dopo, misero a morte Gesù perché ritenuto un impostore blasfemo, nonché un pericoloso rivale al potere consolidato della casta religiosa dei Leviti, che controllava quasi ogni aspetto della vita dei suoi fedeli e gestiva i rapporti politici con gli invasori che si susseguivano (Egizi, Greci, Siriaci), inclusi i nuovi padroni romani.

Ma l’esecuzione di Gesù “re dei Giudei” determinò due aspetti decisivi per l’intera storia dell’integrazione europea: la scissione insanabile e tuttora latente fra ebraici e cristiani; la distruzione definitiva del Regno divino di Israele, conquistato e annesso dai Romani nel 70 d.C.. Quest’ultimo fatto comportò anche la distruzione definitiva del Tempio di Salomone (che avrà però una valenza simbolica indelebile per tutta la storia dell’integrazione europea) e la dispersione del popolo ebraico (Diaspora) nelle terre dell’Imperium, completata quando Adriano fece radere al suolo l’antica Salem per riedificarla con altro nome e forma (130 d.C.).

La fuga dalla Palestina riguardò sia la casta sacerdotale del Sinedrio, che trovò buona ospitalità in Roma stessa, dove ebbe accesso alle magistrature e infine al Senatus, fra le famiglie patrizie e aristocratiche che amministravano l’Impero Romano e detenevano il potere legislativo e giurisdizionale supremo. Sia i “discepoli” di Gesù, dei quali si hanno tracce soprattutto in Pars Occidens, a Roma, nella “finis terrae” iberica, nella zona di Massilia e nel sud della Britannia.

Sebbene si tratti perlopiù di leggende (che la ricerca storica/scientifica al momento non è riuscita a dimostrare, ma nemmeno a smentire), ebbero un’influenza tale sulla credenza popolare che già nel III secolo d.C. i “christianòs” erano la maggioranza della popolazione dell’Impero, soprattutto nella parte orientale. Sorsero comunità nelle più importanti città dell’Impero, da Roma ad Alessandria, da Antiochia a Tessalonica, e lungo i corsi del Reno del Rodano e della Senna, che insieme costituivano una forza religiosa, sociale ed economica imponente, chiamata “Charitas”. Ovviamente, essa era malvista dal potere politico imperiale, nonché dal popolo romano pagano e dagli stessi ebraici, che comunque mantenevano viva la loro comunità dispersa ma tenuta assieme dal Sinedrio (è così ancora oggi).

Queste ultime due fazioni si allearono per debellare i cristiani, attraverso numerose persecuzioni: quelle “ad personam”, di cui caddero vittime gli stessi Apostoli di Gesù e molti dei suoi Discepoli più famosi, nonché le migliaia dei “santi martiri” dei primi secoli del Cristianesimo, giustiziati per il fatto di non riconoscere l’autorità divina dell’Imperatore; quelle di massa, soprattutto durante l’epoca anarchica dell’Impero, quando sacrificare un cristiano era spesso un rito religioso o semplicemente un atto di propaganda e uno show per divertire il popolo nei teatri.

La contesa divenne durissima, al punto che la classe dell’antica aristocrazia romana decise di formare la casta clericale (più che altro per salvaguardare i propri diritti e beni immobiliari) e assunse la guida della comunità cristiana, ricoprendo gli incarichi episcopali e direttivi all’interno dell’Ecclesia Christiana (ossia la grande assemblea del “popolo di Cristo”). Questa decisione squilibrò i rapporti di forza nel conflitto in corso e portò, infine, alla vittoria militare decisiva di Costantino: il quale, sebbene fosse un convinto mitraista e guerriero di lungo corso, appoggiato dalle legioni del nord in cui servivano moltissimi “barbari” germanici e gotici, scelse la via dell’accordo politico per riportare la pace nell’Impero.

Così, dopo aver riunificato a sé il potere politico, elaborò una struttura organizzativa doppia: da una parte le antiche magistrature civili e militari, che governavano le città le province e le legioni in ogni angolo dell’Impero; dall’altra la gerarchia religiosa che ormai era organica all’Impero ed era gestita dal Concilium, di cui egli Imperator Sol Invictus” era il capo in virtù dell’antico ruolo di Pontifex Maximus. Dopodiché decise di spostare la capitale imperiale nell’antica città greca di Byzàntion (poi rinominata Costantinopoli, secondo l’usanza degli antichi “re divini” orientali), più strategica nel controllo dei traffici commerciali col ricco Oriente e delle vicende interne all’Impero, che rimaneva in gran parte popolato nella sua parte orientale.

Roma divenne allora la capitale dell’amministrazione religiosa, sede della Curia che era formata dalla casta clericale (incluse diverse famiglie sacerdotali ebraiche) e controllava direttamente i domini e i beni patrimoniali imperiali, grazie alle antiche prerogative del Senato cui si era sostituita definitivamente nel 380 d.C.. Le famiglie “papaline” possedevano enormi latifondi nell’area del Latium e delle altre province del centro-sud Italia, ereditate dalle più antiche famiglie senatorie ed equestri di età repubblicana, e potevano ora gestire le immense “donazioni” ricevuta dalla Charitas in ogni angolo dell’Impero, nominandone gli amministratori e i tenutari.

Da quella situazione si evolse verso l’Impero Cristiano, quando l’Imperatore Teodosio si sottomise di fatto e di diritto all’autorità del Vescovo di Milano, Sant’Ambrogio, ed emanò l’editto con cui dichiarò il Cristianesimo unica religione ammessa nell’Impero (391 d.C.), annullando così l’antica alleanza con gli ebraici e la tradizionale tolleranza religiosa attuata da sempre nel diritto romano.

Così facendo, l’Impero si sostituiva e perpetuava il Regno di Dio sulla Terra, incluso il Regno di Israele scomparso e debellato dagli stessi Romani. Inoltre, diveniva esso stesso strumento di proselitismo del Cristianesimo, assumendo la missio apostolica di convertire alla nuova religione tutte le gentes incontrate (come comandato loro da Gesù stesso risorto, durante la parousia), secondo la linea impostata da San Paolo (rivolgersi anche ai “gentili” e ai pagani) ed abbracciata dalla maggioranza ed élite cristiana nel IV secolo d.C..

Fu l’inizio di un processo di cristianizzazione che influenzò decisamente la storia dell’integrazione europea, come vedremo nei prossimi articoli.

Al proposito, leggi il libro di Croce “non possiamo non dirci cristiani”

L’INTEGRAZIONE DEI BARBARI NELL’IMPERO CRISTIANO

impero romano diviso

Al volgere del III secolo dell’era volgare, la situazione generale in Europa cambiò decisamente, con risvolti che incisero profondamente sulla storia dell’integrazione europea. Se la lotta dei Greci contro l’Impero persiano era servita a renderli liberi e a segnare il confine ideale e geografico col mondo orientale, ereditando però la visione “universale” del Regno, l’epopea di Roma aveva orientato il processo di integrazione europea verso il cuore del continente, seppure portandosi appresso la tradizione dei pensatori ellenistici e i culti religiosi orientali.

Quel mix di conoscenze e credenze antichissime portò allo sviluppo del Neoplatonismo, una corrente di pensiero che sintetizzava la filosofia greca con la visione olistica delle concezioni orientali più antiche. In particolare rispetto all’idea che esistesse un Essere unico divino da cui promanava il Tutto, regolato e modellato dal Demiurgo. Un’idea che ha attraversato tutta la storia del pensiero europeo fino all’età moderna, imprimendosi profondamente nel pensiero politico del tardo Impero.

Ma dall’Oriente provenivano anche i diversi culti diffusi nell’Imperium, ove vigeva la piena tolleranza religiosa e tutti gli abitanti erano ormai divenuti Cives. Così, accanto ai tradizionali riti pagani romani, che facevano parte anche della liturgia politico-istituzionale sin dai tempi della Res Publica, si diffusero i culti egizi di Iside e Horus, quelli greco-macedoni relativi agli Dei Olimpiadi, insieme al Mitraismo, alla religione del Dio Sol-Baal, all’Ebraismo e al Cristianesimo.

Nulla che potesse impressionare i governatori dell’Impero Romano, giunto ormai al culmine della sua potenza, espansione e magnificenza. Finita l’epoca degli imperatori “adottati”, che avevano già trasformato il Principato augusteo in una monarchia di tipo assoluto (sebbene nell’ambito della tradizione repubblica di diritto divenuta universalis con Adriano), seguì la Dinastia dei Severi, che diede avvio ad una ininterrotta serie di eventi che, infine, portarono la storia dell’integrazione europea su altri lidi.

I membri della famiglia di Settimio Severo, influenzati dalle donne Giulia di casa e dal culto del Dio Baal da Emesa/Homs, iniziarono a connotare la figura dell’imperatore di un’aura di divinità orientaleggiante, benché fosse già Augustus Caesar et Princeps da sempre (e così rimase la formula ufficiale fino al XIX secolo d.C.!). Ma la latente crisi economica e monetaria spinse la classe dei militari, in gran parte adepti del culto di Mitra, a prendere il sopravvento sul Senatus, dando luogo all’epoca “anarchica” che portò guerre, distruzioni e divisioni infinite (durata circa 70 anni). Cui pose fine la provvisoria rappacificazione di Diocleziano, il quale impose il modello “tetrarchico”: due Augusti e due Cesari si divisero il governo, con la successione già stabilita. Soprattutto, egli si definì “Dominus et Deus” e creò le Dioecesis.

L’Imperator divenne così il Vicario di Dio sulla Terra, incorporando quindi sia la figura del Demiurgo, sia quella del Signore unico e assoluto orientale, ossia il Re dei Re del Regno eterno di Dio. Inoltre, fu istituzionalizzata anche l’idea dinastica del potere, che ora si trasmetteva ad un erede già designato e consacrato, nonché membro della famiglia imperiale. I cui rapporti di sangue iniziavano ad avere la loro importanza, vista l’origine incerta dei nuovi sovrani e considerata la tradizionale ascendenza patrizia dei predecessori. Una riforma che si accompagnava alla ormai inevitabile spaccatura dell’Impero fra mondo greco-orientale (ellenistico) e mondo latino-occidentale, condizionato dal rapporto sempre più intenso con i Barbari del Nord.

Gentes germaniche e gotiche che da tempo premevano sul Limes, fronteggiate dai Romani grazie alla ininterrotta serie di Castra e Colonie poste lungo i corsi dei fiumi Reno e Danubio, difese ma “aperte” alla relazione commerciale e diplomatica coi Barbari. Cosicché divennero alleati dei Romani nelle guerre contro i Parti, contro gli imperatori “usurpatori” del III secolo e contro le invasioni dei popoli asiatici. In particolare, Franchi, Suebi, Alamanni, Goti e Burgundi aiutarono Aureliano contro la Regina Zenobia, ricevendo l’onore di sfilare in trionfo a Roma nel 270.

Accolti grazie alla tradizionale “hospitalitas” romana entro i confini, ricevettero dei Foedus di “adesione” offerti dal Senato già a fine IV secolo, non appena fu consumata la definitiva scissione dell’Impero fra Pars Occidens (Diocesi di Spagna, Britannia, Gallia-Sette Province, Italia e Città di Roma, Africa) e Pars Oriensis (Macedonia, Mesia,Tracia, Asia, Ponto, Oriente, Egitto): una suddivisione amministrativa su cui si costruì nei secoli a venire la storia dell’integrazione europea.

E quando l’Impero Romano d’Occidente venne definitivamente archiviato (476), quelle popolazioni divennero i nuovi governatori “de facto” delle Dioecesis romane. Dando vita ai cd. “regni romano-barbarici”, che sorsero solo grazie all’abilità dei giuristi di Costantinopoli e alla lungimiranza universalistica degli Imperatori orientali.

Infatti, grazie al Diritto Romano, in particolare all’antico Ius Publicum, fu possibile riorganizzare la parte occidentale in Regna (norma Divisio Regnorum), temporanei ma sempre soggetti all’Auctoritas Imperatoris tradizionalmente associata al Princeps dai tempi di Augusto. Inoltre, la lex romana fu in gran parte adottata dai “new comers” e infusa nei Codici di diritto barbarico emanati nei regna dei Burgundi, dei Franchi e degli Ostrogoti già agli inizi del VI secolo. Atti ufficiali riconosciuti da Costantinopoli, in virtù del ruolo di Rex Gentium et Romanorum che gli imperatori orientali avevano assegnato ai capi delle tribù germaniche/gotiche insediatesi nelle Diocesi.

Peraltro, questo passaggio fu possibile grazie ad un altro strumento giuridico che gli imperatori orientali dovettero utilizzare spesso per gestire le problematiche in Pars Occidens, ossia la concessione del titolo di “patricios” a coloro che detenevano il potere politico-militare effettivo: ciò avvenne in particolare per i generali imperiali Ezio, Stilicone e Ricimero, tutti di origine mista barbaro-romana, decisivi nella lotta finale contro gli Unni e i Goti del V secolo, e capaci peraltro di tenersi buoni i tradizionali alleati sopra citati. Con quell’atto, essi divennero membri del Senatus (Homini Novii) e abilitati perciò agli incarichi nelle Magistrature superiori, nonché a divenire parte integrante della casta aristocratica-clericale romana attraverso i rapporti matrimoniali.

Una prassi che si rivelò utilissima in seguito con i Re barbarici: infatti, Gondebaldo dei Burgundi e Teodorico I degli Ostrogoti ricevettero il riconoscimento a patrizi di Roma; dopodiché allacciarono intrecci matrimoniali con la Dinastia Merovingi che controllava le Gallie; creando così una rete di discendenze di sangue che permise di dare legittimità regale anche alle successive dinastie visigote di Spagna (inclusi i Perez del Regno di Leòn) e a quella franca dei Carolingi!

Il legame di sangue, già pienamente riconosciuto dalla cultura germanica (“stirpe”), divenne perciò il principale mezzo giuridico per tenere in piedi l’Impero Cristiano fino alla sua fine nel XIX secolo. I giuristi bizantini elaborarono, infatti, la teologia regale della “Familia Reges Christianorum” che riconosceva come membri della famiglia “divina” imperiale cristiana tutti i re e discendenti legittimi che accettassero la consacrazione ortodossa e si impegnassero nella evangelizzazione dell’Europa alto-medievale.

Il terzo elemento che permise questa importantissima fase di storia dell’integrazione europea fu la conversione dell’Imperium Romanum al Cristianesimo. Un passaggio di tale portata, complesso e delicato, che preferisco trattarlo nel prossimo articolo. Nel crogiolo di culture, religioni e conoscenze antiche che era diventato l’Impero, frutto delle continue conquiste e annessioni di popoli, civiltà e culti di ogni provenienza, fu proprio l’Evangelo del “cristo” della Giudea (vedi l’articolo di Pasqua) a emergere quale unica religio ammessa e a diffondersi irresistibilmente ai quattro angoli dell’oykumene romana, dapprima, europea, dopo, e mondiale, in ultimo. Ma come e perché ciò avvenne lo vedremo nel prossimo passaggio.

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