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LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA DI CARLO V

storia dell'integrazione europea

La storia dell’integrazione europea assistette ad un ultimo tentativo di mantenere l’Europa Unita e pacificata con Carlo V d’Asburgo: il suo piano di riforma dell’Impero (vedi articolo) nell’ideale ecumenico della tradizione classica romano-bizantina e secondo il principio regale dinastico sacrale sancito da Ottone I (vedi articolo), a immagine dell’Imperium Christianorum unitario di Carlo Magno (vedi articolo) e della visione federale, accentrata e laica di Federico II (vedi articolo), illuminò la scena politica internazionale nella prima metà del Cinquecento.

Nato a Gand nel 1500 dall’unione matrimoniale destinata a stravolgere gli equilibri politici europei, Carlo appariva già come un “predestinato”: se in linea maschile era il primogenito rampollo della dinastia imperiale degli Asburgo, discendente dall’antica Casa d’Alsazia degli Eticonidi, la madre Giovanna era invece l’ultima regina della dinastia regale di Castiglia-y-Leòn e d’Aragona, figlia dei “cattolicissimi” Isabella e Ferdinando della casa di Trastàmara (linea cadetta dell’antica dinastia degli Anscarici di Borgogna).

Il destino del sovrano fu deciso prima che nascesse, quando morì prematuramente suo zio Giovanni, sposato a sua zia Margherita d’Asburgo, e con la morte improvvisa di suo padre, Filippo “detto il bello” (1506): fu per volontà della nonna se egli divenne erede nella Castiglia e poi anche dei regni di Aragona, di Sicilia e di Napoli, alla morte del consorte (1516); mentre suo nonno l’Imperatore Massimiliano lo aveva già indicato come suo successore sul trono di Germania e del Reich, nonché in tutti i feudi della famiglia (Austria, Carinzia, Tirolo) e nei suoi personali (Borgogna, Fiandre, Hainaut, Brabante, Lussemburgo, Namur, Franca Contea).

Lo aspettava, pertanto, una concentrazione di regni e territori mai vista in precedenza, che si ampliò praticamente a tutta l’Europa cristiana grazie alla politica matrimoniale della sua famiglia: infatti, suo fratello Ferdinando e sua sorella Margherita furono uniti agli eredi dei regni di Boemia e d’Ungheria tenuti dagli Jagellone, che il primo ereditò alla morte del cugino Luigi nella battaglia di Mohacs (1526) contro i Turchi; sua sorella Isabella andò sposa a Cristiano II Re di Danimarca, capo degli Oldenburg che reggevano la Lega di Kalmar e quindi controllavano tutta la Scandinavia fino all’Islanda; l’altra sorella Caterina diede continuità alla casa reale del Portogallo (cui apparteneva anche la moglie di Carlo, l’Imperatrice Isabella); infine, la sorella maggiore Eleonora divenne dapprima Regina del Portogallo e poi di Francia. Cosicché un giorno egli poté affermare che «Nel mio regno non tramonta mai il sole!».

Sebbene la sua personale visione del suo ruolo fosse quella del Monarca universale e Defensor Fidei dell’intera Cristianità, con spirito educato all’antica etica cavalleresca che originava dalla missione evangelizzatrice dell’Impero cristiano (vedi articolo) e dai miti culturali della Tavola Rotonda di Re Artù (di cui la casata d’Asburgo diceva di essere discendente diretta…) e dei Paladini di Carlo Magno (anch’egli ascendente in via femminile della famiglia alsaziana), fu costretto dalle dinamiche politiche e dalle vicende storiche del tempo a esercitare una Auctoritas “soft”. Sia verso i sudditi che nei confronti degli altri membri delle genealogie europee, appartenenti alla nuova Familia Reges Christianorum fondata dagli Asburgo dopo la caduta di Costantinopoli (1453).

La sua tendenza all’autarchia venne limitata costantemente dal fratello, che infine riuscì a farsi attribuire il titolo di Rex Romanorum e suo successore al soglio imperiale al posto del figlio Filippo II Re di Spagna. Ma anche dai sovrani europei più potenti di Francia e d’Inghilterra, che rappresentarono un’opposizione egoistica ai progetti di Carlo per l’integrazione europea, costringendo l’Imperatore a dotarsi di una potenza militare senza precedenti per fronteggiare avversari di ogni tipo: dalla dinastia Valois ai principi “eretici” dell’Impero, dagli Ottomani ai rivoltosi Comuneros spagnoli, dai Papi agli indipendentisti dei Paesi Bassi.

Carlo passò la prima parte della vita apprendendo il diritto romano dai juresprudenti della Franca Contea e i cerimoniali e gli usi gentili alla corte borgognona, sotto tutela dell’amata zia Margherita Governatrice dei Paesi Bassi in sua vece. Quindi, si trasferì a Burgos per regnare sulla Castiglia-y-Leòn, che infine unificò agli altri reami spagnoli in suo possesso fondando il Regno di Spagna (dove lo indicano ancora oggi come “el fundadòr”). Dopodiché, viaggio in tutta l’Europa per promuovere la sua elezione a imperatore contro l’eterno rivale, Francesco I Re di Francia, e si stabilì a Toledo, eletta a capitale del nuovo regno. Sposatosi con l’amata “Isabelita” dei Braganza, si trasferì infine al Palazzo Alahambra di Granada, che fece rafforzare ed ingrandire pur mantenendo l’impianto originario e la bellezza architettonica dell’arte saracena.

Di fronte alla proteste religiose che emergevano violente in Germania, all’infinita guerra con la Francia nei territori italiani, all’avanzata dei musulmani in Europa orientale e nel Mediterraneo, nonché alle assolute novità provenienti dal “nuovo mondo”, scoperto da Colombo pochi anni prima e su cui la Spagna aveva privilegi e vantaggi, Carlo fu costretto a lasciare l’alcova d’amore per occuparsi delle infinite problematiche che il suo ruolo comportava. E lo fece con piglio deciso e autoritario, seppure sempre aperto al confronto con le controparti, pronto a dare corso a soluzioni innovative e persino ardite, capace di mediare su più fronti nelle vesti che i suoi tanti ruoli gli offrivano (imperatore, difensore della cristianità, re di Spagna e dei Romani, capo della Casa d’Asburgo, tenutario dei più ricchi e invidiati feudi d’Europa).

Pertanto, modellò lo stato spagnolo secondo un ordinamento che sarà imitato da tutti i regni europei in età moderna. Riformò il Sacro Romano Impero cercando di allargarlo all’intero territorio continentale (una volta preso atto dell’emancipazione irreversibile dell’Inghilterra di Enrico VIII Tudor), riorganizzandolo con le corti e i tribunali che ancora oggi ispirano le istituzioni dell’Unione Europea. Riorganizzò la mappa del potere in Italia, dopo aver sconfitto e cacciato i francesi, sulla base delle solide alleanze con le famiglie che lo avevano appoggiato e aiutato nelle “guerre d’Italia” e nella lotta ai Protestanti (Savoia, Gonzaga, Doria, Farnese, Medici). Ridusse le ambizioni egemoniche della Francia ai confini tradizionali, sottomettendola alla sua suprema auctoritas imperatoris (vedi Sommario Parte II). Infine, sconfisse sul campo (battaglia di Mühlberg, 1547) e nella sfida politico-diplomatica quei principi ribelli dell’Impero che avevano scelto la causa dell’eresia luterana per rendersi indipendenti e secolarizzati. Condannò lo stesso Lutero nella Dieta di Worms del 1521 e non lo riabilitò mai, nemmeno da defunto.

Carlo però si era reso conto che il mondo stava evolvendo verso una nuova dimensione più globale, economica e sociale, di cui la Protesta religiosa era il campanello d’allarme. Impiegò oltre un anno per decidere cosa fare degli Amerindi sottomessi nelle Americhe (“duda imperiàl”), perché il dibattito sulla loro “natura” oscillava fra chi li considerava una sottospecie umana e chi invece esseri degni di diritto e persino dell’evangelizzazione: decise infine di avviarne la colonizzazione seguendo il tradizionale modello antico greco-romano (vedi Articolo).

Quell’operazione gli fu utile anche per mettere in ordine le casse dell’Impero, svuotate dalle continue guerre e dalla politica dell’integrazione europea, riuscendo a sfuggire al circolo vizioso del debito verso i grandi banchieri europei. Anzi, Carlo si fece paladino a difesa del mercato unico europeo contro le pretese monopolistiche dei ricchi affaristi e dei potenti usurai del tempo. E ideò il primo embrione di bilancio di stato impostato sulle entrate correnti e sui prestiti esteri e i finanziamenti privati, in assenza di una banca centrale e seppur ancora titolare del “diritto di signoraggio”.

Nelle lunghe trattative diplomatiche, che anticipavano l’epoca dei trattati fra gli stati sovrani inaugurata con la Pace di Westfalia del 1648, impose metodi di consultazione fra le parti che oggi sono utilizzati abitualmente nell’ambito delle grandi organizzazioni internazionali, quali l’Onu o il Wto. Nel difendere l’Europa dall’invasione turca, pose il limes sul confine con l’Ungheria e la Russia e lungo le coste italiane sull’Adriatico e nell’isola di Malta (che affidò ai Cavalieri di San Giovanni di Rodi in chiave difensiva), assembrando un esercito comune europeo come non si vedeva dai tempi di Carlo Magno. Nel riformare l’Impero, depotenziò le varie istanze indipendentiste per riaffermare il modello delle autonomie intermedie coordinate dagli organi centrali che facevano capo all’Imperator, come nella tradizione alle origini europee. Infine, lasciò al successore Ferdinando il compito di far convergere tutti i desiderata dei prèìncipi protestanti o cattolici verso quel compromesso politico-religioso che fu la Pace di Augusta (1555) fondata sul principio libertario cuius regio, eigo religio.

La decisione di non punire con la pena capitale i prìncipi ribelli protestanti, come stabilito dall’antico diritto feudale germanico, e la ferma volontà di organizzare un Concilio ecumenico della Chiesa cristiana (a Trento), contro gli interessi dello stesso Papa Paolo III e dei sovrani avversi all’unitarietà della Ecclesia Christiana, fecero di Carlo il traghettatore della civiltà europea dal mondo antico-medievale alla “Res Publica Christiana”, l’evoluzione dell’Euorpa Unita nel segno del diritto romano/comune e delle libertà individuali che contraddistinsero tutta l’età moderna. Rivoluzionaria fu anche la decisione di abdicare al trono imperiale in favore del fratello, mentre il figlio gli succedeva in Spagna e nei feudi personali: di fatto si ricreava una situazione di divisio Imperii in due Pars, rette dai due rami della casata d’Asburgo, cui lo stesso Carlo impose quei matrimoni reciproci perdurati fino alla fine del XVII secolo che garantirono alla dinastia austriaca il controllo dell’intera Europa cristiana e delle colonie americane.

Lasciò ogni potestas dopo circa per quarant’anni di regno e di lotte contro tutti, vincitore sul campo ma beffato dagli eventi e dall’egoismo degli uomini, quando non poté più sostenere la vita di guerriero indomito, vedovo e frustrato. Carlo V accompagnò l‘Europa fuori dal Medioevo ma non poté dotarla di un ordinamento utile ad affrontare la Modernità: dopo decenni di tanta diplomazia e pazienza, mirate a riorganizzare il continente in modo pacifico e unitario, alternate da guerre vittoriose contro tutti i rivali, la cui caparbietà nell’avversare i suoi progetti politici lo portarono alla decisione di rinunciare. Fu un atto unico nella storia dell’integrazione europea: il supremo Monarca predestinato abbandonava l’Europa al suo destino anarchico e alla presunzione dei prìncipi e re cristiani Seguirono quattrocento anni di guerre (di religione, di successione, di potenza e mondiali) che ridussero il continente alla mercé di potenze economiche extra-europee.

Con i Trattati istitutivi dell’UE, si ripensò ad una concezione di Europa Unita che si era smarrita dai tempi de el Rey, tornato ad alimentare l’immaginario collettivo di politici e intellettuali del secondo dopoguerra, come il sovrano che per ultimo aveva lottato per tenere uniti e in pace gli Europei nell’alveo della Cristianità universale riformata secondo lo “Spirito dei Tempi”.

 

Leggi questo saggio su Carlo V

 

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