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9-2022 LA DIFESA COMUNE DELL’EUROPA

Difesa Comune Europea

 

La difesa comune europea torna al centro dell’Agenda UE, a causa della guerra in Ucraina  e nella prospettiva di un possibile conflitto diretto con la Federazione Russa. Una svolta connessa alla storia dell’integrazione europea che irrompe nell’agenda politica internazionale e riguarda direttamente il futuro dell’Europa e pertanto il progetto di Europa Unita.

In termini concreti, si parla di un esercito unitario dell’UE a 27, che consterebbe di circa 1,6 milioni di militari professionisti, di cui gli appartenenti alle Forze Armate sono 1,2 milioni: meno dei 2,2 milioni della Cina e dei 1,4 milioni degli USA, ma più del milione di soldati della Russia. Se la guerra diretta dovesse coinvolgere tutti gli stati membri, ci sarebbe un vantaggio numerico di uomini, che dovrebbe fare i conti con la situazione degli armamenti convenzionali e, soprattutto, di quelli di distruzione di massa, di cui Mosca dispone in migliaia di unità sganciabili da diversi vettori.

Per recuperare tale svantaggio, nel 2004 è stata istituita l’AED (Agenzia di Difesa Europea), a cui aderiscono tutti gli stati membri dell’UE tranne la Danimarca, allo scopo di migliorare le rispettive capacità difensive grazie alla cooperazione, agevolando progetti di sviluppo di sistemi d’arma fra due o più paesi mediante i rispettivi ministeri della difesa.

Diversamente, se gli stati europei si limitassero alla difesa autonoma dei rispettivi confini nazionali, il confronto con la Russia sarebbe impari sotto tutti i punti di vista, ad eccezione della Francia e della Gran Bretagna che, in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed in virtù dei trattati internazionali in materia, sono legittimate a detenere un arsenale atomico.

L’idea di mettere in comune anche il settore della difesa emerse già nel 1950 con la costituzione della CED, che doveva anticipare la formazione della Comunità politica europea e proteggere il Mercato comune europeo (CEE), che sarebbe nato pochi anni dopo quale primo step del processo di integrazione europea.

Un’idea suggerita, in verità, dall’esito della Seconda Guerra Mondiale che vedeva l’Europa divisa in due dalla “cortina di ferro” e dall’occupazione militare delle due superpotenze globali USA e URSS (il cd. “bipolarismo” che perdurò fino al 1989). Il vecchio continente era lo scenario centrale di quella sfida planetaria, gravato da due problemi classici della storia dell’integrazione europea: la “questione tedesca” e la sicurezza della Francia.

L’oggetto del contendere, che era già stato determinante nel primo dopoguerra del XX secolo d.C., era la ricostruzione ed il riarmo della Germania, potenza militare uscita sconfitta dai conflitti mondiali ma pur sempre centrale per l’Europa, sia dal punto di vista geopolitico, che strategico militare ed economico. Una condizione che è attualissima ancora oggi e condiziona pesantemente le politiche e le scelte dell’UE (che non a caso viene definita il “IV Reich”).

Il confronto politico e militare fra l’antico Reich tedesco e la Francia ebbe origine nel 1215, quando Filippo II Augusto si dichiarò indipendente dall’Auctoritas imperatoris, a seguito della Battaglia delle Nazioni vinta contro gli eserciti imperiali e dei guelfi. Ne seguirono secoli di guerre per l’egemonia sul continente (quasi sempre perse dalla Francia), culminate nei due conflitti mondiali del secolo scorso e con la divisione della Germania e di Berlino fra le due sfere regionali di influenza.

Da quel momento, il nemico francese divenne la Russia sovietica, che non nascose mai le ambizioni di annettersi l’intera Europa orientale, minacciando quindi anche la parte occidentale già corsa ai ripari con la adesione alla NATO istituita da USA e Gran Bretagna nel 1940 (“Carta Atlantica”): un’alleanza che aveva l’obiettivo di difendere i reciproci scambi e commerci nell’Oceano Atlantico settentrionale.

Corsi e ricorsi storici, dunque, del confronto di civiltà fra Occidente e Oriente che caratterizza l’intera storia dell’integrazione europea sin dalle sue origini.

Così il dubbio se armare la Germania si risolse decidendo di ammetterla nella NATO: ciò avvenne nel 1955, in risposta alla costituzione del Patto di Varsavia fra gli eserciti degli stati europei orientali sotto l’egida dell’URSS, ma dopo che il progetto CED era stato archiviato. Ma perché fallisce la CED?

Il trattato per la difesa comune europea nasceva con l’intento di neutralizzare ogni pericolo tedesco nei confronti della Francia e di fronteggiare la potenza nucleare dei russi, che nel 1949 avevano testato con successo il primo ordigno atomico ed erano in preponderante rapporto di forza militare sul campo. Inoltre, poco prima era iniziata la Guerra di Corea, che aveva diviso il paese asiatico in due parti sostenute dalle forze comuniste sino-russe da un lato e dalle forze anglo-americane dall’altro, prospettando un analogo pericolo in Germania, che avrebbe significato l’apertura di un secondo fronte globale, insostenibile per le sole forze armate statunitensi.

Fu così che W.Churchill propose la costituzione di un esercito europeo sotto un unico comando, che includesse anche le forze armate tedesche post-naziste. L’idea prese corpo finché il presidente americano H.Truman propose di formare un esercito integrato occidentale sotto il comando statunitense, ma con uno stato maggiore interalleato: era lo schema che aveva permesso di vincere la Seconda Guerra Mondiale contro l’irresistibile esercito nazista e che, agli inizi del XIX secolo, aveva consentito alle Coalizioni degli stati europei di avere infine ragione su Napoleone I.

Ma il progetto non decollava per il solito timore francese del riarmo della Germania, cosicché il francese J.Monnet ne approfittò per proporre di collegare questo aspetto al processo d’integrazione europea (che proprio egli aveva avviato suggerendo la “dichiarazione Schuman” rivolta ai rivali tedeschi): inserendo i nuovi contingenti militari tedeschi in un esercito europeo integrato al livello di unità minime, unificato sotto il profilo del comando, dell’organizzazione, dell’equipaggiamento e del finanziamento e gestito da comuni istituzioni sovranazionali, ma sottomesso al comando supremo sarebbe atlantico, poteva essere accolto positivamente dalla Francia. Che infatti votò per la costituzione della Comunità europea di difesa collegata alle istituzioni politiche comuni dell’Europa (che però ancora non esistevano e divennero oggetto dei futuri Trattati UE).

Il disegno venne presentato al Consiglio della NATO, che lo accolse sottoponendolo però a tre condizioni: la firma del Trattato della CECA (fondata nel 1952 mise in comune il carbone e l’acciaio dei paesi europei membri); la creazione di un supporto politico all’esercito europeo sotto forma di Assemblea Europea (il Parlamento dell’UE istituito solo nel 1979); la nomina di un ministro europeo della Difesa responsabile davanti ai governi degli Stati membri (oggi l’Alto Rappresentante della PESC/PESD). La controproposta americana non era distante e comunque sottometteva l’esercito integrato europeo al comando statunitense, nell’ambito della NATO. Ma la contesa durò a lungo e si risolse solo grazie all’intervento della Gran Bretagna e con la definizione di una formula compromissoria, secondo cui il nascente esercito comune europeo doveva essere inquadrato nell’ambito della NATO e posto sotto il comando militare statunitense del Gen. D.Eisenhower (colui che aveva guidato lo “sbarco in Normandia” e l’ultima parte della guerra degli Alleati in Europa ed era il comandante in capo della NATO).

Il quale, divenuto di lì a poco Presidente degli USA, si espresse in favore dell’unione politica europea e quindi dell’esercito comune, affascinato dalle idee di Monnet e del vecchio “piano Kalergi”. Così, la bozza del trattato venne approvata da Washington e sottoposta ai parlamenti nazionali degli stati aderenti (Francia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Germania Ovest e Italia, ossia i “fondatori” della CEE pochi anni dopo): tutti votarono a favore tranne la Francia…

Perché nel frattempo erano intervenuti fatti fondamentali, come la guerra in Indocina (che divenne poi quella del Vietnam), la fine di quella coreana e la morte di Stalin, accompagnati dalla caduta dei governi francesi favorevoli alla CED e all’avvento del Gen. De Gaulle. Egli rappresentava il nazionalismo puro, non solo francese, ed era appoggiato dai partiti comunisti occidentali (che scesero in piazza contro l’alleanza miliare) e dal movimento cd. “funzionalista” europeo (in gran parte di area cattolica), che non volevano l’unificazione dell’Europa in uno stato ma solo una confederazione utile agli interessi di tutti gli aderenti (posizione oggi tenuta dai cd. “euroscettici”).

Fallito quel tentativo, il processo di integrazione europea proseguì attraverso le tappe note, fra cui nel 1992 la definizione del pilastro dedicato alla politica estera e di sicurezza, col Trattato di Maastricht (che istituì anche l’UE, superando il modello del mercato unico europeo CEE), trasformato nel 1999 in Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC). Due strumenti che però non hanno mai avuto forza né autonomia operativa, come dimostra anche la crisi ucraina in corso, per cui si è virato sull’opzione rappresentata dalla storica Alleanza Atlantica (cd. “atlantismo”).

La NATO era nata già con l’obiettivo recondito di allargarsi a Oriente, attraverso le “forze di occupazione” (art. 6 del trattato), il che rievocava l’antica politica “Drang nach Öster” condotta dal Reich medievale che aveva spinto l’Impero cristiano germanico ad espandersi nell’Europa slava fino ai confini di Kiev. La capitale del nuovo principato dei Rus’ che si era posto sotto l’egida dell’Impero bizantino dal 978 d.C., col mandato evangelizzare le popolazioni scitiche abitanti in Europa orientale. Territori che nel 1945 erano stati conquistati dall’Armata Rossa e trasformati in “repubbliche socialiste a sovranità limitata” dal regime sovietico di Mosca, anche perché in gran parte erano divenuti stati indipendenti solo a seguito della Prima Guerra Mondiale o con le guerre balcaniche di fine XIX secolo (si intendono Lettonia, Lituania, Estonia, Finlandia, Polonia, ex-Cecoslovacchia, Ungheria, ex-Jugoslavia, Romania, Bulgaria).

La “guerra fredda” iniziata negli anni ’50 non era altro, quindi, che la prosecuzione delle antiche rivalità fra gli stati europei sorti in età medievale e l’Impero cristiano, che dominava l’Europa dai tempi di Costantino I e si era poi diffuso all’intera Europa attraverso l’Impero carolingio, quindi col Reich e infine nell’Impero russo, fungendo da forza centripeta che univa, con le due spade del diritto e della religione, i vari popoli europei in un’unica comunità politica, civile e culturale detta Ecclesia Christiana.

Non a caso, oggi il presidente russo V.Putin si rifà all’antica dottrina russa cd. “Terza Roma” e alla “Grande Madre Russia”, i cui confini giungerebbero fino al corso dei fiumi Elba e Danubio. Questo è il pericolo avvertito oggi dalle cancellerie occidentali e che può essere sventato solo definendo, con specifici accordi, il confine orientale europeo.

Una minaccia cui l’UE si oppone con lo “Stategic Compass”, la politica di difesa che prevede maggiore autonomia degli stati europei rispetto agli alleati NATO, sebbene imponga ulteriori cessioni di sovranità e una politica estera condivisa alla potenza economica europea: un’ipotesi di difficile realizzazione, proprio a causa delle “special relationship” che alcuni paesi membri mantengono con gli Usa o col Regno Unito o del “sovranismo” espresso da altri. Si pensi, ad esempio, alla decisione della Germania di finanziare la guerra dell’Ucraina e di aumentare notevolmente le proprie spese militari, nel mentre intrattiene rapporti commerciali essenziali con la Russia e con la Cina. Oppure alla svolta di Svezia e di Finlandia di entrare nella NATO, rinunciando alla tradizionale neutralità, addirittura collocando missili balistici atomici nel loro territorio, mentre la Danimarca vuole ritrattare la clausola che finora l’ha tenuta fuori da qualsiasi progetto di esercito comune europeo. Si direbbe «Questa è la politica internazionale, bellezza!».

In ogni caso, primo tentativo di formare un esercito comune è la “task force” di rapido dispiegamento di 5.000 soldati sotto comando europeo, operativa ma inattiva quando gli stati membri dell’UE schierano decine di migliaia di soldati al confine con l’Ucraina sotto l’egida NATO. Si parla anche di stanziare un fondo comune per l’acquisto di armi, che seguirebbe i progetti di sviluppo di armamenti comuni, in seno alla AED.

Qualcuno sostiene che sia poca roba e non utile allo scopo di garantire la sicurezza dell’intero Spazio Comune UE. Peraltro, l’attuale Commissione ha stanziato ben sette miliardi di euro per finanziare entro il 2027 gli appalti e la ricerca comuni nel settore della difesa e dello Spazio (ma non della cyber war…), che però non sembra in grado di impensierire il rivale russo. Tutto ciò appare nulla in confronto ai potenziali rischi del mondo moderno, alle grandi convulsione del sistema complessivo planetario, alle strategie geopolitiche dei grandi player globali, fra cui la Russia, il Regno Unito, il mondo arabo e gli stessi Stati Uniti. È indubbio, però, che una potenza economica non può non avere una forza militare adeguata: per essere grandi, bisogna pensare in grande!

Che fare dunque? Certamente, l’esperienza della storia dell’integrazione europea dal 1945 è limitante: quindi è necessario guardare oltre e attingere dalla storia più antica del continente, che ha visto più volte gli eserciti europei unirsi contro un nemico comune.

Il primo caso fu proprio alle origini dell’Europa, quando le polys greche dovettero far fronte comune contro l’invasione dell’Impero persiano, regolarmente sconfitto nel V secolo a.C.. Seguì l’alleanza che l’Impero romano seppe formare con le tribù germaniche sistemate sul Limes renano (Franchi, Alamanni, Burgundi, Visigoti), per fronteggiare e respingere le incursioni degli Unni di Attila nel V secolo d.C. Un rimedio utilizzato anche dall’Impero bizantino quando, grazie all’alleanza politica e militare coi vari regni caucasici, riuscì a contenere le invasioni provenienti da Oriente dei Bulgari, dei Peceneghi e dei Magiari, fra l’VII e il X secolo d.C.. Questi ultimi furono definitivamente sconfitti dal Reich di Ottone I, insieme ai Polacchi, ai Boemi e agli altri Europei cristiani, uniti sotto il vessillo della croce di San Maurizio.

Una motivazione che fu sempre decisiva nell’affrontare l’altro grande pericolo costituito per secoli dal mondo arabo mussulmano, sin dalla Battaglia di Poitiers del 732 d.C. condotta da Carlo “detto il martello” alla guida dei cavalieri di mezza Europa, attraverso le numerose sfide nel Mar Mediterraneo, culminate nella vittoriosa Battaglia di Lepanto del 1571 d.C. contro i Turchi, e nel secolare confronto vissuto dagli eserciti europei nell’Europa Orientale (russi inclusi) a partire dal XVI secolo d.C., a seguito della caduta di Costantinopoli.

In età moderna, poi, gli Europei si coalizzarono più volte per fronteggiare i tentativi egemonici di diversi regnanti/leader francesi o germanici (Luigi XIV, Napoleone I, Guglielmo II di Prussia, Hitler), da cui emersero le paci universali che segnarono le tappe politiche della storia dell’integrazione europea. Dopodiché l’Europa è diventata uno scenario della geopolitica globale dominata da Usa e Russia (e più recentemente dalla Cina), succube di decisioni esterne e contrarie agli interessi degli Europei. Condizione da cui si dovrebbe uscire con un serio progetto di autodeterminazione e di amministrazione autarchica della “cosa pubblica” europea che siano all’altezza dell’antica civiltà europea.

Le soluzioni prospettate sinora non sembrano andare in questa direzione, a causa delle pressanti influenze esterne (vedi il caso Nordstream) e dell’ovvia tendenza degli stati membri a preservare il proprio interesse nazionale. Senza contare che l’aspetto tecnologico e organizzativo della funzione difensiva non è cosa di semplice gestione. L’idea di formare unità militari multinazionali (peraltro passata di moda) appare alquanto irrealistica ed inefficace, come quella di affidare la sicurezza e la pace dell’UE ad una “bussola” o a decisioni estemporanee di leader politici o di “euro-burocrati” di passaggio, senza una dottrina comune condivisa.

Non c’è dubbio che, rebus sic strantibus, la difesa comune europea deve comunque inquadrarsi nell’ordinamento di diritto internazionale rappresentato dall’Onu, specie per quel che riguarda le possibilità offerte dal Capitolo VIII della Carta istitutiva, in materia di Alleanze regionali. Che avrebbe un senso se collegata alla Comunità di difesa comune già introdotta dal trattato CED, nonché connessa alla comunità politica europea che richiami la tradizione della Res Publica Christiana.

Ma sarà necessario, in primo luogo, stabilire i confini dello spazio comune europeo, che in gran parte sono quelli naturali offerti dall’Oceano Atlantico e dai mari che circondano l’Europa, mentre a Oriente passano attraverso quello più antico e tradizionale dell’Ellesponto e la grande Pianura Russo-Sarmatica, dove il confronto è diretto con la superpotenza globale russa e con la potenza regionale della Turchia.

Inoltre, se il processo di integrazione europea procederà sulla via dell’unificazione o comunque della costituzione di un soggetto politico sovrano sovranazionale, allora esso avrà diritto alla rappresentanza esclusiva nei consessi internazionali globali, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, del G7 e del G20 e delle altre organizzazioni di carattere universale tuttora esistenti. In questo caso, la sfida sarà di elaborare dottrine e politiche comuni che sappiano soddisfare gli interessi di tutti gli stati nazionali e siano coerenti con la politica generale dell’UE.

Resta, infine, l’aspetto non secondario del modello di sistema di difesa da adottare, in particolar modo quello nucleare: oggi l’unico stato comunitario che ne può disporre è la Francia, sebbene l’EURATOM sia nata con l’obiettivo di mettere in comune le risorse e le tecnologie di sfruttamento dell’uranio e altre fonti energetiche di natura radioattiva. Se dotarsi o meno di tali armamenti e su chi dovrà detenere il tasto di lancio sarà una decisione dirimente e assai difficile. Che rievocherebbe il caso CED e tutte le conseguenze storiche di quel fallimento.

 

Per comprendere meglio questo articolo è utile consultare le Appendici al Libro prodotte dall’Autore, che trovi nel Catalogo, e le Cartine Storiche De Agostini allegate al saggio.

 

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