• traduttore

L’INTEGRAZIONE DEI BARBARI NELL’IMPERO CRISTIANO

impero romano diviso

Al volgere del III secolo dell’era volgare, la situazione generale in Europa cambiò decisamente, con risvolti che incisero profondamente sulla storia dell’integrazione europea. Se la lotta dei Greci contro l’Impero persiano era servita a renderli liberi e a segnare il confine ideale e geografico col mondo orientale, ereditando però la visione “universale” del Regno, l’epopea di Roma aveva orientato il processo di integrazione europea verso il cuore del continente, seppure portandosi appresso la tradizione dei pensatori ellenistici e i culti religiosi orientali.

Quel mix di conoscenze e credenze antichissime portò allo sviluppo del Neoplatonismo, una corrente di pensiero che sintetizzava la filosofia greca con la visione olistica delle concezioni orientali più antiche. In particolare rispetto all’idea che esistesse un Essere unico divino da cui promanava il Tutto, regolato e modellato dal Demiurgo. Un’idea che ha attraversato tutta la storia del pensiero europeo fino all’età moderna, imprimendosi profondamente nel pensiero politico del tardo Impero.

Ma dall’Oriente provenivano anche i diversi culti diffusi nell’Imperium, ove vigeva la piena tolleranza religiosa e tutti gli abitanti erano ormai divenuti Cives. Così, accanto ai tradizionali riti pagani romani, che facevano parte anche della liturgia politico-istituzionale sin dai tempi della Res Publica, si diffusero i culti egizi di Iside e Horus, quelli greco-macedoni relativi agli Dei Olimpiadi, insieme al Mitraismo, alla religione del Dio Sol-Baal, all’Ebraismo e al Cristianesimo.

Nulla che potesse impressionare i governatori dell’Impero Romano, giunto ormai al culmine della sua potenza, espansione e magnificenza. Finita l’epoca degli imperatori “adottati”, che avevano già trasformato il Principato augusteo in una monarchia di tipo assoluto (sebbene nell’ambito della tradizione repubblica di diritto divenuta universalis con Adriano), seguì la Dinastia dei Severi, che diede avvio ad una ininterrotta serie di eventi che, infine, portarono la storia dell’integrazione europea su altri lidi.

I membri della famiglia di Settimio Severo, influenzati dalle donne Giulia di casa e dal culto del Dio Baal da Emesa/Homs, iniziarono a connotare la figura dell’imperatore di un’aura di divinità orientaleggiante, benché fosse già Augustus Caesar et Princeps da sempre (e così rimase la formula ufficiale fino al XIX secolo d.C.!). Ma la latente crisi economica e monetaria spinse la classe dei militari, in gran parte adepti del culto di Mitra, a prendere il sopravvento sul Senatus, dando luogo all’epoca “anarchica” che portò guerre, distruzioni e divisioni infinite (durata circa 70 anni). Cui pose fine la provvisoria rappacificazione di Diocleziano, il quale impose il modello “tetrarchico”: due Augusti e due Cesari si divisero il governo, con la successione già stabilita. Soprattutto, egli si definì “Dominus et Deus” e creò le Dioecesis.

L’Imperator divenne così il Vicario di Dio sulla Terra, incorporando quindi sia la figura del Demiurgo, sia quella del Signore unico e assoluto orientale, ossia il Re dei Re del Regno eterno di Dio. Inoltre, fu istituzionalizzata anche l’idea dinastica del potere, che ora si trasmetteva ad un erede già designato e consacrato, nonché membro della famiglia imperiale. I cui rapporti di sangue iniziavano ad avere la loro importanza, vista l’origine incerta dei nuovi sovrani e considerata la tradizionale ascendenza patrizia dei predecessori. Una riforma che si accompagnava alla ormai inevitabile spaccatura dell’Impero fra mondo greco-orientale (ellenistico) e mondo latino-occidentale, condizionato dal rapporto sempre più intenso con i Barbari del Nord.

Gentes germaniche e gotiche che da tempo premevano sul Limes, fronteggiate dai Romani grazie alla ininterrotta serie di Castra e Colonie poste lungo i corsi dei fiumi Reno e Danubio, difese ma “aperte” alla relazione commerciale e diplomatica coi Barbari. Cosicché divennero alleati dei Romani nelle guerre contro i Parti, contro gli imperatori “usurpatori” del III secolo e contro le invasioni dei popoli asiatici. In particolare, Franchi, Suebi, Alamanni, Goti e Burgundi aiutarono Aureliano contro la Regina Zenobia, ricevendo l’onore di sfilare in trionfo a Roma nel 270.

Accolti grazie alla tradizionale “hospitalitas” romana entro i confini, ricevettero dei Foedus di “adesione” offerti dal Senato già a fine IV secolo, non appena fu consumata la definitiva scissione dell’Impero fra Pars Occidens (Diocesi di Spagna, Britannia, Gallia-Sette Province, Italia e Città di Roma, Africa) e Pars Oriensis (Macedonia, Mesia,Tracia, Asia, Ponto, Oriente, Egitto): una suddivisione amministrativa su cui si costruì nei secoli a venire la storia dell’integrazione europea.

E quando l’Impero Romano d’Occidente venne definitivamente archiviato (476), quelle popolazioni divennero i nuovi governatori “de facto” delle Dioecesis romane. Dando vita ai cd. “regni romano-barbarici”, che sorsero solo grazie all’abilità dei giuristi di Costantinopoli e alla lungimiranza universalistica degli Imperatori orientali.

Infatti, grazie al Diritto Romano, in particolare all’antico Ius Publicum, fu possibile riorganizzare la parte occidentale in Regna (norma Divisio Regnorum), temporanei ma sempre soggetti all’Auctoritas Imperatoris tradizionalmente associata al Princeps dai tempi di Augusto. Inoltre, la lex romana fu in gran parte adottata dai “new comers” e infusa nei Codici di diritto barbarico emanati nei regna dei Burgundi, dei Franchi e degli Ostrogoti già agli inizi del VI secolo. Atti ufficiali riconosciuti da Costantinopoli, in virtù del ruolo di Rex Gentium et Romanorum che gli imperatori orientali avevano assegnato ai capi delle tribù germaniche/gotiche insediatesi nelle Diocesi.

Peraltro, questo passaggio fu possibile grazie ad un altro strumento giuridico che gli imperatori orientali dovettero utilizzare spesso per gestire le problematiche in Pars Occidens, ossia la concessione del titolo di “patricios” a coloro che detenevano il potere politico-militare effettivo: ciò avvenne in particolare per i generali imperiali Ezio, Stilicone e Ricimero, tutti di origine mista barbaro-romana, decisivi nella lotta finale contro gli Unni e i Goti del V secolo, e capaci peraltro di tenersi buoni i tradizionali alleati sopra citati. Con quell’atto, essi divennero membri del Senatus (Homini Novii) e abilitati perciò agli incarichi nelle Magistrature superiori, nonché a divenire parte integrante della casta aristocratica-clericale romana attraverso i rapporti matrimoniali.

Una prassi che si rivelò utilissima in seguito con i Re barbarici: infatti, Gondebaldo dei Burgundi e Teodorico I degli Ostrogoti ricevettero il riconoscimento a patrizi di Roma; dopodiché allacciarono intrecci matrimoniali con la Dinastia Merovingi che controllava le Gallie; creando così una rete di discendenze di sangue che permise di dare legittimità regale anche alle successive dinastie visigote di Spagna (inclusi i Perez del Regno di Leòn) e a quella franca dei Carolingi!

Il legame di sangue, già pienamente riconosciuto dalla cultura germanica (“stirpe”), divenne perciò il principale mezzo giuridico per tenere in piedi l’Impero Cristiano fino alla sua fine nel XIX secolo. I giuristi bizantini elaborarono, infatti, la teologia regale della “Familia Reges Christianorum” che riconosceva come membri della famiglia “divina” imperiale cristiana tutti i re e discendenti legittimi che accettassero la consacrazione ortodossa e si impegnassero nella evangelizzazione dell’Europa alto-medievale.

Il terzo elemento che permise questa importantissima fase di storia dell’integrazione europea fu la conversione dell’Imperium Romanum al Cristianesimo. Un passaggio di tale portata, complesso e delicato, che preferisco trattarlo nel prossimo articolo. Nel crogiolo di culture, religioni e conoscenze antiche che era diventato l’Impero, frutto delle continue conquiste e annessioni di popoli, civiltà e culti di ogni provenienza, fu proprio l’Evangelo del “cristo” della Giudea (vedi l’articolo di Pasqua) a emergere quale unica religio ammessa e a diffondersi irresistibilmente ai quattro angoli dell’oykumene romana, dapprima, europea, dopo, e mondiale, in ultimo. Ma come e perché ciò avvenne lo vedremo nel prossimo passaggio.

Leggi l’articolo precedente.

ROMA E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA

Augusto

Nell’articolo precedente ho indicato come punto d’inizio della storia dell’integrazione europea la lotta per l’indipendenza dei Greci dalla minaccia persiana-orientale, che permise di stabilire un confine all’Europa e farne quindi un soggetto politico autonomo.

Certamente, in età precristiana il continente europeo era ancora una landa in gran parte disabitata, sommersa dai mari o ricoperta di ghiacciai e foreste secolari, quasi del tutto ignoto alle civiltà mediterranee che invece già da millenni popolavano le coste dei “mari caldi” del Sud.

Una delle regioni a maggior densità abitativa era la penisola italica, dove da almeno un migliaio di anni convivevano alcuni popoli dall’origine distinta o comunque poco nota. Tutto l’arco appenninico aveva visto l’insediamento dei cd. “popoli italici”, figli della Antigua Mater adorata un po’ ovunque, perlopiù adusi alla pastorizia e alla forgia dei metalli, dove convivevano con gli Etruschi, dominatori del Mar Tirreno che da loro prendeva nome, con i coloni della Magna Grecia nel Meridione, con gli Illiri e i Veneti sulle coste adriatiche e con i Celti nella Pianura Padana.

Leggenda vuole che in mezzo a quelle civiltà andarono a insinuarsi altre etnie di vaga origine dorica, ossia i Romani, i Latini e i Sabini: proprio queste tre gentes si unirono, nel V secolo a.C. a costituire la Res Publica della città-stato di Roma, mediante il Foedus Cassianum (496 a.C.). Un trattato che stabiliva un accordo di lungo periodo per amalgamare i tre gruppi sociali e politici intorno alle figure dei Magisteres e dei Consules (gli amministratori annuali degli affari interni), nominati e coordinati dal Senatus Patricius, in rappresentanza delle famiglie che avevano fondato Roma nel 735 a.C., e dai Concilia Plebis, l’assemblea dei cittadini-soldato del Popolus.

Questa organizzazione del potere, che rispecchiava la struttura sociale divisa fra la ricca aristocrazia terriera (Optimates) e la massa dei contadini/artigiani (Populares), resse le sorti di Roma fino all’avvento dell’Impero Cristiano nel V secolo d.C.! Nella prima classe erano incluse le Gens patrizie che conosciamo dalla storiografia e dalla letteratura classica romana, mentre nel secondo gruppo vi entrarono tutti i popoli e le tribù che Roma, di volta in volta, sconfiggeva e sottometteva.

Perché l’Urbe romana fu, sin dall’inizio della sua storia, città militarista e impegnata ad espandersi in tutte le direzioni, a discapito delle civiltà e dei popoli che trovava nel suo incedere. Nei primi tempi, Roma era circondata da numerose tribù italiche, collocata al centro di un mondo antico spartito fra la talassocrazia cartaginese, la forza coloniale greco-macedone, la potenza economica etrusca e la pervasiva civiltà celtica.

Dopo essersi costituita in repubblica (509 a.C.), liberandosi del giogo etrusco, alleata ai socii che di volta in volta federava con trattati di pace o di amicizia, Roma divenne il fulcro della potenza militare più famosa della Storia umana. Infatti delle sue Legio si parla da sempre, sia in termini romanzeschi, sia per l’incredibile capacità bellica e di organizzazione e logistica, studiata ancora oggi nelle principali Scuole di Guerra del mondo. Poiché in ogni contingente militare si univano coese le varie parti sociali e politiche, che sul campo di battaglia combattevano fianco a fianco proteggendosi l’un l’altro nel nome e per la gloria romana (S.P.Q.R.).

Non mancarono certo le sonore sconfitte, quali quella subita dai Celti Senoni che aprì la strada al sacco di Roma del 390 a.C. operato dal condottiero Brenno. Episodio che segnò per sempre la coscienza romana: come in occasione dell’invasione dei Cartaginesi guidati da Annibale, che dopo aver debellato le ultime legioni a Canne (216 a.C.) si apprestava ad invadere la città indifesa. Mentre rimase indimenticata la debacle alle Forche Caudine (321 a.C.), quando l’astuzia e la migliore conoscenza del territorio consentirono ai Sanniti di accerchiare e umiliare le truppe romane.

Un’abilità dei Romani era quella di apprendere lezioni dalle avversità e saper trovare la soluzione geniale per superarle. L’altra era quella di alternare l’uso di diplomazia e diritto alla guerra, riuscendo così a fronteggiare nemici pericolosi/sconosciuti, prima di poterli definitivamente sottomettere. Insieme all’insuperabile strategia militare, sia nella tattica in battaglia, sia nella prassi difensiva/offensiva, furono gli elementi che portarono Roma a sottomettere tutte le civiltà mediterranee sotto la sua legge, il suo potere militare e il suo ordinamento amministrativo.

E una volta annessi alla Repubblica Romana, tutti i popoli italici, greci, illirici, epiroti, macedoni, etruschi, liguri, sardi, siculi e cartaginesi (in pochi decenni nel II secolo a.C.), i Romani consolidarono i domini attraverso i commerci, la rete stradale e la disposizione delle legioni nei diversi siti di un vasto territorio, che ormai andava dal Mar Nero allo Stretto di Gibilterra. L’accresciuta ricchezza sbarcata nei porti di Anzio o di Brindisi, diretta verso l’Urbe Aeterna, spinse quindi i Plebei a rivendicare migliori condizioni sociali e maggiore potere politico, fino ad accendere la guerra civile che sconvolse l’emergente città-stato per quasi un secolo.

Col senno di poi, quel duro conflitto interno rese Roma ancora più forte e le permise di allargare ulteriormente i suoi confini all’Anatolia, al Medio Oriente e all’Egitto. Che divennero floride fonti di ricchezze e di risorse primarie per i cittadini romani (esentati da qualsiasi tassazione), nonché il Limes orientale da non superare per non incorrere nella sempiterna potenza militare e politica dei Parti.

Così, con l’avvento al potere della Gens Julia (che vantava di discendere da Venere), i Romani volsero lo sguardo ad Occidente e iniziarono a conquistare le sterminate lande poste oltre il “mondo conosciuto” dall’antichità. Perché sin dai tempi di Ercole e di Ulisse, l’Europa era considerata una terra ignota abitata da popolazioni quasi del tutto ignote, ad eccezione dei Celti. Che invece rappresentarono “la” civiltà continentale più diffusa ed evoluta dell’età precristiana.

Fu Cesare ad avviare la conquista delle Gallie, ossia di tutte le terre a settentrione del Rubicone, per motivi politici e di orgoglio personale, includendo i Celti sconfitti ad Alesia (52 a.C.) nella vasta Repubblica federale di Roma. Dopodiché, fu Augusto a completare la conquista dell’Iberia, annettendone tutte le tribù al Principatum. Cui seguì l’occupazione delle Alpi per opera di Tiberio e delle lande oltre-Limes da parte di Germanico, fino ad includere la Frisia, l’intera valle fluviale del Reno e la Svevia nell’Imperium. Infine, Claudio ordinò la campagna di Britannia che sancì l’inclusione dei popoli locali nel dominio romano.

Da quel momento iniziò la grande opera di “romanizzazione” delle immense terre e innumerevoli tribù sottomesse, perlopiù mediante la fondazione di nuove Civitas, o di Castra, o ancora di Colonie, ove vigeva la lex romana e il potere d’imperio di Roma. Che vi inviava Governatori, intere famiglie senatorie, coloni-soldati italici, cui concedere terre e diritti, collegate alla capitale e al resto dell’impero dalla rete stradale-marittima in via di sviluppo.

Con le successive imprese di Traiano in Dacia e di Marco Aurelio in Pannonia (II secolo d.C.), venne definito anche il Limes orientale lungo il corso del Danubio, così includendo stabilmente nell’Imperium Romanum quasi tutta l’Europa balcanica, che fu colonizzata e civilizzata con la stessa politica attuata nei confronti dei “popoli barbari”. Un termine che ritornò spesso a partire dalla metà del III secolo d.C., quando popolazioni germaniche, gotiche e sarmatiche iniziarono ad attaccare le difese romane lungo il Limes, ottenendo ben presto Foedus all’interno dell’Impero o instaurando rapporti commerciali/diplomatici stabili, che contribuirono ancor più a diffondere la Romanitas in Europa. Ma ben distinte dai Romanorum, ossia dai Cives dell’impero che avevano ricevuto la cittadinanza universale nel 212 d.C..

La Civilitas romana era, da sempre, lo scopo delle conquiste delle Legioni e della loro colonizzazione ovunque giungessero, il vero mezzo per l’integrazione dei nuovi popoli nell’Imperium e nella grande Oykumene romana. Un sogno ereditato dall’impresa di Alessandro e fondata sull’esempio dell’Impero Persiano ed in seguito sulle Diadochie greco-macedonie, che avevano consolidato la cultura greca nel Mediterraneo. Di cui anche i Romani erano divenuti portatori e prosecutori (traditio). Dando così seguitoalla storia dell’integrazione europea di cui parlo nel mio saggio.

LA STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA È INIZIATA CON ALESSANDRO

Alessandro

Negli articoli precedenti ho invitato i lettori e gli esperti della storia dell’integrazione europea ad allargare l’orizzonte sulla prospettiva del passato e ad andare ben oltre il XX secolo dell’era volgare. Perché le origini del processo di unificazione europea sono collocate addirittura nell’età pre-cristiana.

Se oggi molti non sanno chi sia stato Alessandro “detto il magno” è perché abbiamo perso ogni contatto col nostro passato più antico, nonostante ci circondi tuttora con molte testimonianze, e con la nostra cultura tradizionale. Che andrebbe invece recuperata, se vogliamo ancora garantire un futuro all’Europa.

Anche perché nell’epoca delle “polys” (πόλις in greco), ossia diversi secoli prima della venuta di Gesù “detto il Cristo”, si possono ritrovare molti degli aspetti che costituiscono, nel vero senso del termine, le fondamenta della nostra civiltà attuale. Mi riferisco in maniera specifica al concetto della “democrazia”, cui dovrebbero informarsi l’Unione Europea nonché tutti gli stati europei attuali, della “libertà”, che ultimamente scarseggia nelle nostre lande, e della “unione” di fronte ad un nemico comune, cosa che sembra invece del tutto sparita dalla nostra esperienza recente.

Se ho intitolato il mio saggio “STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI” non era solo per sfruttare le regole del marketing (che oggi domina qualsiasi scelta, persino di carattere politico): nella mia ventennale ricerca sulle radici del nostro continente, ho capito che la nostra storia è iniziata appunto più di tremila anni orsono (nei prossimi articoli andrò più a fondo su questo punto) e ha iniziato ad essere la “storia dell’integrazione europea” intorno al V secolo a.C., in Grecia.

Proprio in quello stato massacrato negli ultimi anni da una crisi economica nata in un altro mondo (negli Stati Uniti) e propagatasi all’intero pianeta a causa del sistema finanziario-monetario odierno, che invece molti secoli fa riuscì a fronteggiare una minaccia intuitivamente più pericolosa, ossia l’invasione dei Persiani, ad arrestarla e persino ad annientarla, appunto con l’avvento del monarca macedone Alessandro.

Nei fatti, nel 499 a.C. iniziò la grande operazione di conquista della penisola ellenica, che rappresentava la naturale estensione del già vastissimo impero achmenide: nato con Ciro I “detto il grande” (uno degli “unti” di Dio) e giunto con Dario I, suo genero e usurpatore del trono in accordo con l’aristocrazia persiane, ad occupare tutta lo spazio fra i fiumi Indo e Syr Darya in Oriente (la cd. “Aryarta”) e il basso corso del Danubio in Occidente (ossia tutta la Tracia), fino al limitare del Nilo a Sud (quindi nell’antico Regno d’Egitto, di cui portava la corona di Faraone).

Guardare alla Grecia era nell’ordine delle cose per un impero che dominava su tutte le civiltà conosciute del tempo, da quella egizia all’indo-iranica, dall’assiro-babilonese agli antichi insediamenti anatolici e siriaci. Nell’immenso dominio di Dario I (che ora si faceva chiamare “Re dei re” e agiva come un “sovrano supremo” per conto del Signore-Dominus) si parlavano innumerevoli idiomi (così che i Greci li identificarono col termine βάρβαρος, ossia coloro che parlano lingue incomprensibili) ma si doveva adorare il Re “divino e giusto”, non solo perché rappresentava il Padreterno celeste e fautore della verità e della giustizia, ma anche perché gli Achmenidi vantavano una discendenza divina, appunto, nientemeno che dal mitico eroe Perseo, il fondatore della civiltà micenea. Motivo in più per annettere all’impero “universale” anche la terra d’origine della sua dinastia…

In realtà, gli antichi erano uomini concreti e attenti agli aspetti importanti della vita. E non poteva sfuggire ai Persiani, che per quanto fossero considerati truci e barbari sfoggiavano una grandiosa antichissima cultura, quanto fosse bella, ricca e civilizzata la società greca, in particolare quella ateniese: dove proprio in quel’epoca erano comparsi i principali uomini di pensiero e di arte, che segnarono la storia e la civiltà europee nei secoli a venire.

Per citarne alcuni: Eschilo, drammaturgo e poeta, padre universale della tragedia che veniva rappresentava negli antichi teatri greci, di cui conserviamo diversi esempi anche in Italia; Erodoto, storico e politologo, considerato già dagli antichi il maestro della Storia, che cercò di spiegare proprio le cause delle Guerre Persiane; Fidia, colui che trasformò la scultura e l’architettura in opera d’arte ispirata dalla divinità; infine Parmenide, uno dei primi filosofi greci che cercarono di comprendere la Natura e la Verità dell’Essere eterno, attraverso l’osservazione e la meditazione.

Sarebbe stato solo l’inizio di una civiltà nuova fondata sullo spirito di indipendenza (col tempo venne definita libertà), di intraprendenza e di comunanza dei Greci. Che divennero nei secoli i “maestri” e l’esempio del bello, del giusto e del vero per tutti i popoli entrati a pieno titolo nella storia dell’integrazione europea, nei millenni a seguire fino ai giorni nostri. Proprio quello spirito che le diverse e numerose città-stato elleniche seppero contrapporre al pericolo dell’invasione, che avrebbe annesso la Grecia all’immenso regno totalizzazione orientale.

A guardarla col senno di poi, la sfida militare era già segnata: la massa indistinta di fanti e cavalieri approntata da Serse per conquistare l’Hellas non sarebbe mai stata in grado di sconfiggere le truppe di opliti spartani, la ricca flotta ateniese, le antiche orgogliose genti guerriere achee e tebane. Infatti, si susseguirono le clamorose pesanti sconfitte dei Persiani a Maratona (490 a.C.), alle Termopili e a Salamina (480 a.C.) e infine a Platea (479 a.C.), che pose fine al conflitto e le basi della definitiva indipendenza dei Greci dall’impero persiano.

Ma la superiorità dei Greci stava soprattutto nel loro incredibile spirito di sacrificio per la “patria”, che portò i famosi “300 spartani” a fronteggiare per giorni le truppe persiane sul passo delle Termopili, già consci della loro fine di indomiti eroi-leoni. Fu così anche per Megara, sacrificata per salvaguardare il Peloponneso, Corinto e Argo, sola a difendersi da due milioni di soldati persiani, la cui polvere sollevata in marcia era visibile dalla navi ateniesi che a Salamina affondavano la flotta nemica. Infine, a Platea dove il coraggio dei Tegeati ruppe gli indugi attendisti e permise di respingere l’assalto del nemico, dando via alla clamorosa ecatombe dell’esercito persiano.

Le ripetute sconfitte sul campo nascevano da una evidente superiorità militare e strategica dei Greci, che infine imposero un accordo ai rivali d’oltremare: i quali non avrebbero più dovuto attaccare le antiche città greche sulle coste anatoliche, che da quel momento quindi potevano considerarsi indipendenti dall’Impero, e nemmeno avrebbero potuto più oltrepassare il limite dell’Ellesponto, ossia quel tratto di mare che divide geograficamente l’Europa dall’Asia, né inviare navi da guerra nel Mar Egeo o nel Mar Mediterraneo orientale. Di fatto, veniva disegnato il confine ideale fra il mondo greco-occidentale e quello persiano-orientale, fra l’Europa e l’Asia.

Iniziava, perciò, in quel momento, dal mio punto di vista, la storia d’Europa e la storia dell’integrazione europea: se da un lato, infatti, i Persiani erano costretti ad ammettere l’esistenza di una forza politico-militare sovrana a Occidente (che peraltro da tempo aveva già colonizzato gran parte delle coste settentrionali del Mar Mediterraneo e del Mar Nero), dall’altra questa civiltà in via di sviluppo avrebbe dato vita ad un “nuovo mondo” e un nuovo ordine internazionale, in un continente di cui si conosceva ancora ben poco ma che molti chiamavano già “Europa”, in onore al mito antico e ad un sogno della dea Afrodite.

Tempo dopo questa florida civiltà ispirata dagli Dèi Olmpiadi, dal libero pensiero, dal gusto del bello e della verità, dallo spirito di Odisseo di Achille e di Ercole, decise che l’epoca dell’impero persiano era terminata e iniziava quella ellenistica: fu Alessandro III Re di Macedonia a convincere i popoli greci che era possibile allargarsi a Oriente a discapito della decadente potenza achemenide (anch’egli vantava origini divine e ad un certo punto iniziò a farsi definire “figlio di Zeus”), conducendoli alla conquista di tutto il mondo conosciuto (“Oykumene”, dal greco οίκουμένη) per soggiogarlo.

Fu un’impresa degna dì un popolo e di una civiltà superiori, capace di credere nei sogni e nell’aldilà, nel proprio spirito e nella Fortuna. Consapevoli della propria forza militare, culturale e spirituale, i Greci partirono e giunsero sulle rive dell’Indo e degli altri fiumi che delimitano il mondo ariano antico, segnando la svolta decisiva per la storia dell’integrazione europea e dell’intera umanità.

Rileggi gli altri articoli precedenti: Come Nasce l’Unione Europea e Cosa Potrebbe Diventare? Quale Europa per il futuro? il lungo secolo della disintegrazione europea

L’Europa deve recuperare il suo patrimonio culturale

teatro greco

In questi giorni di grave lutto, nel pieno di una lotta senza armi contro un nemico oscuro e ancora poco conosciuto, il Covid-19, un virus sulla cui provenienza e natura siamo tuttora incerti, costretti a inocularci costosi vaccini dubbi, il popolo italiano ha riscoperto il senso della famiglia e delle più tradizionali e folkloristiche abitudini, facendo ricorso all’immenso bagaglio culturale che conserva e mantiene ancora vivo da millenni.

La pandemia che ha colpito in particolare l’Occidente, non è la prima della Storia e (ci avvisano…) non sarà l’ultima: la Natura che ci circonda e di cui siamo “ospiti” è foriera da sempre di calamità e pericoli contro i quali la specie umana è sovente in difficoltà, perché impreparata o semplicemente indifesa, obbligata quindi a trovare rimedi per sopravvivere.

È un meccanismo, questo, che gli scienziati chiamano “evoluzione” e serve agli uomini (sia come individui che in gruppi sociali organizzati) per migliorarsi e diventare più capaci nell’affrontare gli imprevisti della vita terrena e nel proporsi quindi nuove mete ambiziose e perigliose. L’uomo ha appreso da tantissimo tempo che, un po’ come la gazzella e il leone nella savana, ogni giorno deve trovare il modo di sopravvivere ai pericoli che la vita gli oppone e inventarsi nuovi metodi per rendersi l’esistenza più piacevole, comoda, significativa. E fatalmente, come recita un mantra che circola spesso negli ultimi tempo, l’uomo è costretto a uscire dalla sua “comfort zone” per darsi una opportunità di sopravvivenza, di crescita, ossia di evoluzione.

Nei momenti di crisi esistenziale, l’essere umano ricorre alle sue risorse più profonde e ancestrali, che gli provengono dalla memoria inconscia o dalla cultura più antica che ha conservato. E quindi riscopre abilità e conoscenze che, probabilmente, derivano dall’esperienza più remota, oppure si affida agli affetti più intimi o a quel senso di “amor patrio” che sembra riempire il cuore cantando l’inno nazionale o guardando un video sulle acrobazie delle Frecce Tricolori. Sono tracce del nostro antichissimo passato che riemergono nel “momento più buio” e, senza nemmeno accorgersene, ci guidano e ci accompagnano verso la soluzione del problema e l’accrescimento della nostra consapevolezza.

In realtà, è come se conoscessimo già ogni cosa, avessimo una risposta già scritta nella nostra mente o iscritta nel nostro animo. A tali conclusioni era giunto Platone diversi secoli prima di Cristo, ritenendo che le idee che albergano nella nostra mente, in realtà, hanno origini altrove, nell’aldilà, nella grande saggezza degli Dèi e nella sapienza spesso dimenticata, che costituisce la più preziosa eredità degli antenati.

Il passato ritorna sempre, dunque. Anche se siamo proiettati verso le più inimmaginabili possibilità che il progresso tecnico possa offrirci, in realtà, sembra che compiamo un viaggio a ritroso nel tempo, nella nostra memoria, verso le nostre origini: rivolti verso l’infinito (l’omega), ci ritroviamo fatalmente al punto di origine (l’alfa).

Per esempio, tornando alla stretta attualità, si è ricominciato a parlare di “eroi” che si sacrificano per il bene di tutta la comunità. Un concetto che nell’epoca moderna è stato accantonato, perché troppo connesso all’età arcaica dei guerrieri e degli “esseri divini” che riempiono l’epica e la mitologia classica indoeuropea. Oppure ricorre a quei rari esempi di persone che hanno donato la loro vita per una causa superiore e comune, per costruire qualcosa di nuovo e duraturo, per porre le fondamenta di un nuovo paradigma di vita.

Ma chi sono in realtà gli eroi? Riscoprendo, appunto, il nostro bagaglio culturale, i primi furono senza dubbio GLI Argonauti, un team di personaggi mitologici di estremo valore fra cui eccellevano Ercole e i Dioscuri: oltre all’impresa di recuperare il “vello d’oro” della fortuna tanto caro a Ermes, nel viaggio di ritorno intrapresero la circumnavigazione dell’Europa, che per alcuni autori antichi corrispondeva all’area balcanica-italica, mentre per altri interessava l’intero spazio geografico che noi, oggi, identifichiamo con il nostro continente delimitato a Oriente dalla Pianura Sarmatica e ad Occidente dall’Arcipelago Britannico.

Quindi, quegli eroi classici greci iniziarono a delineare la dimensione della nuova terra emergente, che la dea Afrodite aveva riconosciuto in sogno come “la terra promessa” degli Europei. Un’eredità che dobbiamo al mito e alla cultura ellenistica, che fu per secoli il punto di riferimento di tutte le civiltà dell’area mediterranea e dei nuovi popoli che essi incontravano nei loro viaggi commerciali e nelle missioni di colonizzazione. Ecco, pertanto, che il percorso dell’evoluzione dell’Europa era già delineato: una solida cultura di base da diffondere nel mondo, la ricerca di nuovi spazi da occupare per poi integrarli nella civiltà della madrepatria, il senso degli affari e dell’avventura per spingersi oltre la comfort zone (esponente eccellente di tale attitudine fu certamente Odisseo).

Vennero poi i Romani: sebbene più rozzi e sedentari dei Greci, ne ereditarono presto la conoscenza e la tradizione religiosa, li sostituirono nel controllo dell’area strategica del Mare Nostrum e ne proseguirono la missione civilizzatrice verso l’Europa continentale e settentrionale. Un popolo votato all’amor patrio, che si incarnava nel culto per la dea Roma e dell’Augustus, ma anche ad una spinta innata a superare le comodità derivanti dal potere e dalla ricchezza puntando verso nuove mete, spesso pericolose come si rivelarono essere la Britannia o la Germania, ad esempio.

Il contatto con quei mondi era avvenuto e la storia medievale tracciò l’evoluzione del continente nel segno della religione cristiana e del mito degli antichi e dei classici. Infatti, senza ricorrere al senso di appartenenza ad una famiglia di popoli con origine comune, seppure frazionati in tribù stanziali in luoghi ben definiti, e alle tradizioni culturali più antiche e ancestrali che facevano riferimento al culto delle origini della stirpe o della terra (la Scizia), la comunità europea configuratasi stabilmente a partire dal V secolo d.C. a occidente della Pianura Sarmatica e del Bosforo non avrebbe potuto sopravvivere. Ogni popolo o tribù europei era consapevole della sua ascendenza divina, così come della sua appartenenza ad una famiglia più ampia di gentes che condividevano miti, culti e lingue simili. In questo humus fertile, fu facile per il Cristianesimo attecchire e trasformare l’Europa del Medioevo nel cd. “Regno di Cristo” abitato dal “popolo di Cristo”.

Su quelle basi, gli Europei acquisirono una dimestichezza strutturata con la relazione fra il potere politico e la legittimazione di natura religiosa, proveniente dalle antiche tradizioni greche, romane, celtiche, germaniche o slave: così, le figure del vescovo o del monaco itinerante, come del rex e del cavaliere cristiani, divennero decisive per fare il salto di qualità ed evolversi verso la forma di una comunità omogenea e integrata. Quale fu appunto il conglomerato complessivo di regni, marche e città che componevano la cd. Res Publica Christiana intorno al XIV secolo d.C.

Gli Europei, intanto, avevano fatto esperienza di convivenza prolifica con la Natura, sviluppando eccellenti tecniche agricole, sfruttando appieno le energie dei corsi d’acqua o i materiali disponibili, costruendo borghi, strade, monumenti e palazzi, migliorando i mezzi di navigazione e di trasporto. Sostenuti da un innato senso del commercio e dell’avventura che non è mai venuto meno e che fu utile a disegnare nuove rotte terrestri o marittime, transitanti attraverso nodi strategici dei porti e delle fiere che sorsero numerosi un po’ ovunque, lungo la rete di comunicazioni e trasporti ideata anticamente dai Romani.

Essi fecero esperienza anche delle pandemie, che in più occasioni portarono la morte e la disperazione durante il lungo Medioevo, ma li spinse anche a cercare nuovi rimedi medicinali e a migliorare la dieta e lo stile di vita. Dopodiché, lo spirito di Odisseo tornò a dare fuoco all’animo degli Europei, che iniziarono ad affrontare lunghi viaggi in tutte le direzioni, non tanto per necessità quanto per quel bisogno di superare la comfort zone che spesso si trasforma in avventurismo e senso di sopravvivenza. Sempre sotto la protezione e la guida degli Dèi, ispiratori delle migliori imprese e nascondendo agli umani il senso ultimo del viaggio, ma lasciando loro l’opportunità per crescere, evolversi, guadagnare in consapevolezza e divenire più coscienti.

Tutto questo ebbe una brutta battuta d’arresto con la crisi religiosa scatenata dalla Protesta, che se da un lato trasformò l’Europa in un poliedro riverberante, dall’altro scatenò tremende guerre che si protrassero per secoli, fino alla metà del XX dell’era volgare, quando gli Europei si ritrovarono sull’orlo dell’estinzione. E ancora una volta fecero ricorso al proprio antico bagaglio sapienziale, culturale e religioso ed ipotizzarono di poter costruire insieme una comunità unita e integrata.

Non è un caso se proprio in questi giorni, a Bruxelles, i capi di stato e di governo europei tornano a parlare di fare un passo in avanti nel percorso di unificazione continentale e nel processo evolutivo rispetto al rapporto con la Natura e alle possibilità di sopravvivenza che essa offre. Sebbene oggi il pericolo sembra essere un virus invisibile, in realtà il vero problema riguarda la finanza e l’antico desiderio del profitto. Probabilmente, gli Europei dovranno nuovamente uscire dalla comfort zone in cui si sono accomodati negli ultimi decenni e riscoprire le loro antiche origini, il rapporto diretto col divino, il senso profondo di appartenenza ad una matrice originaria e il valore della politeia.

Infatti, da alcuni anni il dibattito politico europeo ha preso a considerare le banche quali la causa principale della perdurante crisi economica in corso, nel bene e nel male. In particolare, si è rimessa in discussione l’indipendenza degli istituti finanziari centrali dal controllo politico, cosa che alcuni vorrebbero garantire senza “interferenze” degli organi statali o comunitari sul merito delle politiche bancarie sul credito o sul debito pubblico. Non vi è dubbio che il tema sia delicato e di primaria importanza, proprio oggi che l’Unione Europea si appresta a varare un immenso e inedito piano di aiuti pubblici alle economie degli stati aderenti (Recovery Fund), in gran parte volti a sviluppare la cd. “economia verde e circolare”, e a volerne guidare il destino.

Si tratta di una prospettiva che ci riguarda tutti, imprenditori, consumatori o semplici cittadini: sia perché ha a che fare con i prossimi decenni di attività economica e sociale interna, sia perché tocca direttamente anche i valore della nostra moneta comune, l’Euro, che dovrà continuare a confrontarsi con le altre divise contabili globali (Dollaro, Sterlina, Yen, Renmimbi, etc.), soprattutto nei mercati delle risorse energetiche e delle materie prime, dove si combatteranno le guerre del futuro.

Le polemiche susseguenti all’introduzione della valuta comunitaria, nel 2001, nell’intero mercato comune europeo, che rimane ancora il più ricco e ambito al mondo, hanno imputato proprio all’Euro la gran parte delle difficoltà incontrate dall’economia europea negli ultimi vent’anni, aggravata dalle diverse crisi finanziarie globali e dall’attuale contrazione dovuta al blocco delle attività per il Covid19. Molti ritengono che la forte perdita del potere d’acquisto subita dai consumatori europei (“iper-inflazione”) con l’introduzione dell’Euro, seguita dalla bolla del mercato immobiliare degli anni 2010, cui è seguita la crisi globale dei “subprime” e infine il “credit cruch” sulle imprese più piccole, per non parlare del “bailout system” introdotto con la crisi finanziaria di Cipro e della Grecia, abbia infine portato le famiglie a indebitamenti su livelli elevati, ben oltre le loro reali possibilità di rimborso. Mentre oggi gli stati europei sono costretti ad aumentare a dismisura i debiti sovrani per fronteggiare il crollo dell’economia europea…

Tutto casuale? Tutto imprevedibile? Tutto estraneo al management della finanza?

Probabilmente, no. In questi anni è stata attuata la rivalutazione delle rendite catastali, si è elevata l’aliquota Iva sui consumi, si è tenuto il tasso sconto dell’Euro su livelli superiori al suo valore reale di mercato, penalizzando l’export europeo per garantire una posizione più forte alla valuta stessa nei mercati internazionali. Il ossequi al cd. “modello di Triffin”: che vuole moneta forte, dominio dei commerci, esercito potente e un ruolo politico centrale nel mondo. Un modello “imperialista”, attuato nel corso della Storia dall’ex-Impero britannico a partire dalla metà del XIX secolo, nonché dagli Stati Uniti dal secondo dopoguerra in avanti. Entrambi fallirono per una crisi monetaria (la Sterlina venne svalutata nel ’32, il Dollaro nel ’71). Ed è un modello affine al “monetarismo”, la teoria economica che vuole la moneta quale unica leva per controllare i tassi e l’inflazione e, quindi, la produzione e l’occupazione di un’economia. I suoi dogmi principali sono: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico, l’incidenza della finanza sulle dinamiche produttive e il liberismo assoluto nelle dinamiche del mercato.

Si tratta di una visione che contrasta non poco con la tradizione europea che vede nella moneta un “mezzo di scambio”, e non certo una merce o una variabile indipendente del sistema economico. Da che mondo è mondo, la banca ha sempre avuto lo scopo di finanziare l’impresa oppure, specie in epoca rinascimentale, gli stati in guerra. Nacque proprio in quell’epoca la cattiva abitudine di fare enormi debiti pubblici verso i banchieri privati (del Banco, Függer, Bardi, Grimaldi, Rothshild, fra i più famosi), per finanziare i conflitti di potere o imponenti riforme socio-economiche interne. Poi, la “Rivoluzione industriale” (fine Settecento) trasformò l’economia in “capitalistica”, sempre più bisognosa di denaro per funzionare. Da quel periodo, le banche si svilupparono e s’irrobustirono e vennero istituite le prime banche nazionali, mentre il “conio” e il “diritto di signoraggio” rimasero una prerogativa del Re e dello Stato, com’era sempre stato sin dalle epoche più antiche. Oggi, invece, l’UE ha cambiato strada e si è avventurata sulla via dell’emissione di Euro condizionata alle decisioni della BCE, trasferendo così la “sovranità finanziaria” dagli stati membri alla banca centrale comunitaria.

Oggi l’istituto centrale monetario europeo immette denaro nel mercato con lo scopo dichiarato di controllare l’inflazione, indipendentemente dai programmi di politica economica degli stati o della stessa UE, con la malcelata intenzione di inseguire obiettivi di dominio globale senza alcun controllo pubblico, ossia del “popolo sovrano”. È un tema che si sta rivelando ostico e decisivo anche nella partita del Recovery Fund e degli altri strumenti finanziaria che l’UE sta mettendo in campo per affrontare la crisi pandemica e sostenere il piano politico della Commissione per i prossimi sette anni.

Temo che gli Europei dovranno abbandonare la tana sicura del monetarismo e puntare su antiche consolidate prassi, oppure inventare nuove strategie di finanza pubblica per sostenere sia i grandiosi piani pluriennali di economia programmata elaborati dagli organi centrali dell’UE, sia le politiche locali di sviluppo e rilancio messe sul tavolo dagli stati membri. La nave in questo momento non ha vento in poppa e di fronte alla tempesta finanziaria che incombe, il rischio di affondare è concreto. Il viaggio degli Europei verso il loro destino è ancora lontano dalla meta. La crisi esistenziale che stiamo vivendo farà una selezione. La Natura stabilirà le nuove regole del gioco sul pianeta Terra. Nessuno potrà sopravvivere seguendo idee ormai superate. Ma forse troverà la via d’uscita tornando a considerare quelle eterne, della sapienza divina, o quelle consone, della tradizione millenaria.

Argomenti trattati anche nel saggio intitolato STORIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA IN 2500 ANNI, scritto da Roberto Amati, cui questo blog e il sito è dedicato.

Leggi un Articolo collegato.